A un certo punto della sua vita scrisse un articolo intitolato “Una raggiunta felicità di esistere”. Credo che avesse sui trentasette anni, l’età che ho io ora. E potrei anch’io. Diceva, lui, di fonti e monti, di antiche rovine e nuove gentilezze. Direi, io: delle rondini che volano fin sotto il mio naso, della luna-pozzo-varco, del ritrarsi leggero delle cose al tramonto, dell’amare ed essere amato. L’ennui n’est plus mon amour. Ma non era felice quando lo incontrai. Non me ne meravigliai, s’intende: due o tre volte nella vita capita di incontrare una persona felice. Fragili o impettiti, si sta dietro le sbarre - di odio, di ambizione, di invidia, di tristezza, di angoscia. E: religione, politica, sapere. Io anche, così le sbarre si raddoppiamo, ma non fino al punto di sopprimere il sorriso, che viene come la pioggia sulla terra riarsa di agosto. La sua era la gabbia d’un vecchio cieco, e coincideva col confine - ampio, angusto - del suo io di intellettuale fin troppo riverito, che misura ogni giorno la sua fama, la sua influenza, quel che resterà ai posteri. Aspirava non alla lapide, ma all’enciclopedia. E da questa aspirazione veniva un fuoco che non t’aspettavi, in un uomo della sua età; un fuoco che lo bruciava, lo devastava, lo abbatteva.
L’ennui n’est plus. Ma covo anch’io un fuoco che mi brucerà.






