“La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo gran darsi da fare per restare ragionevoli venti, quarant’anni, o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi. L’incubo di dover sempre presentare come un piccolo ideale universale, un superuomo da mane a sera, il sottouomo zoppicante che ci hanno dato”.
Céline, Viaggio al termine della notte, trad E. Ferrero.
Ancora troppo ottimista, Louis-Ferdinand. Benché zoppicante, tocchi un sottouomo, solido nella sua atroce immondizia. E invece no: nemmeno il fondo sporco, nemmeno un pavimento lordo di sputi e merde di topo. Niente. Non un sottouomo che ci è stato dato, ma un caotico accadere. Mettere un ordine in questo caos, tentare di dar forma all’informe, aderire al nome, all’identità, al destino, presentarsi all’altro e dirsi, ecco la fatica. Stare nel recino del bene, quando dentro il caos si ribella, ti urta, ti sforma; addomesticare l’accadere che sei; farsi riconoscibili.
Essere stati educati è la maledizione.