“La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com’è”.
Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1970.
minimo karma retomar o pedaço que falta
“La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com’è”.
Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1970.
A: … come faccio a fidarmi?
B: Ma… è Berlusconi …
Qui.
Nella pieve il prete parlava diceva storie di un popolo che non è il mio raccontava pietà aliene margotta religiosa: ma era messo in scacco dai grilli, infiniti grilli sugli alberi tutt’intorno, un leggero allegro disperato vociare di grilli che circondava le parole del prete, le sovrastava, le affocava.
Nel fresco della pieve aperta alla campagna il desiderio ha zittito la pietà.
Ecco una messa che mi piace, ho pensato.
Il pm ha puntato in aula la pistola, mimando il gesto dell’agente Spaccarotella. I giudici, sagaci, ne hanno dedotto che è possibile puntare un’arma senza avere intenzione di uccidere, ed hanno assolto lo sbirro dall’accusa di omicidio volontario.
(Peraltro, diciamocelo: già per il fatto di essere uno sbirro il brav’uomo avrebbe meritato la semi infermità mentale.)
Il vaticanista del Tg3 è stato rimosso per aver detto che a sentire Sua Santità c’erano quattro gatti.
Avesse detto che non c’era un cane, l’avrebbero impiccato.
Mi piaceva un tempo collezionare libri scolastici dell’Ottocento: non - non tanto - per i libri in sé, ma per le annotazioni a margine degli studenti, spia dei loro valori, dei loro entusiasmi. I quali erano spaventosamente lontani dai valori, dagli entusiasmi che avevo avuto io da studente. Un liceale della prima metà del secolo aveva annotato nella sua copia di Virgilio: Moriemur inultae, sed moriamur. Ah, Didone. E: la Patria, e Dio. Sì, altri tempi. Non credo migliori dei nostri. La serietà degli adolescenti genera il terrore degli adulti.
Da ragazzino io ero un comunista un po’ dark. Sui quindici, sedici, diciamo. Prima ero juventino, e poco altro. Il mio diario del primo anno delle superiori è uno sbrindellatissimo diario della Juventus, con pochi compiti scritti con grafia illeggibile, le assurde volgarità annotate dal mio compagno di banco (che ho ritrovato sui manifesti, qualche settimana fa, candidato di un partito di centro), le dichiarazioni d’amore di Marilena, che aveva la sfortuna di essere la più carina della classe, e perciò al di fuori della portata del più audace dei miei sogni. A sedici anni ero una specie di comunista advaita, leggevo Mao ed Aurobindo, ascoltavo Cure e Litfiba. Il mio compagno di banco non era comunista, né dark. Era metallaro. Legare la propria identità alla politica era già allora, sul finire degli Ottanta, cosa d’altri tempi. Ci si identificava per i gusti musicali, per il modo di vestire. Per i luoghi. Piazza Italia era scrupolosamente lottizzata: qui i paninari, qui i punk, qui i dark, eccetera. Dietro l’abbigliamento e la musica c’era però altro, si apriva una visione del mondo che poteva essere arrabbiata, malinconica, alternativa. C’era ancora un telos, un tendere verso qualcosa, un residuo di contestazione. Ma era debole. Debole. (more…)
La poetica di Vigilante, che può sembrare ad un primo, superficiale approccio, nichilistica rinuncia al senso, pur attraversando completamente la vacuità dell’apertura, si scopre cammino di ricerca, che riafferma la verità, l’Essere nella polisemia e nella complessità. La semplicità è tradimento, chiusura, negazione. La complessità è adesione fedele alla realtà, apertura, dialogo, cammino che si compie in compagnia dell’interlocutore, nel quale un senso incontra l’altro, se ne accosta pacatamente, comprendendo e sostenendo, ad un tempo, la vanità del tutto. Nulla è importante. E tutto è niente. Fino a che il niente non si faccia attesa di poter divenire tutto. Si scorgono, in questa accattivante ambivalenza di elementi, la logica e l’etica buddhista, che abituano il discepolo ad amare tutto senza tuttavia legarsi a nulla. Così le parole vengono adoperate, con semplicità…
Qui è possibile leggere un saggio di Antonietta Pistone su La poetica di Antonio Vigilante in Rima Rerum e Quartine.
“Non ho scelto io il finale. Dove tu hai messo un punto di colpo, io stavo domandandomi come sarebbe stato iniziare una vita con te. Era difficile immaginare come sarebbe stata una vita con qualcuno. Non m’ingannavo. Non su di me, che sono un cane sciolto.
Dopo che hai visto uno che conoscevi morto in una cassa, poi ci metti degli anni per ricordarlo da vivo. Prima hai perso ogni ricordo di lui. I tratti. I gesti. Il suono della voce, il sorriso, il corso delle vene nelle mani. C’è soltanto quel morto in una bara.
Al posto di te, delle sere e delle colline, vedo sempre quel morto duro infilarsi tra le colline. Siamo gialli lì dentro. Poi cenere in un sacchetto.
Forse diventi ateo così. Quando vedi sparire uno e metti le dita e tocchi il vuoto che lascia”.
Marìa Carrazoni, Sicilia, Untitl.Ed, 2006, p. 38.
da Antonio Vigilante
a presidenza.repubblica@quirinale.it
data 08 Luglio 2009 09.30
oggetto Il “pacchetto sicurezza”
proveniente da gmail.com
Egregio Presidente,
la lettera alle autorità è una cosa che non mi riesce granché, sia per mancanza di talento che per scarso esercizio. E tuttavia non riesco a non scriverle. Non farò perdere tempo a lei o a chi legge la sua posta con dichiarazioni ed analisi più o meno approfondite; desiderlo solo esprimere il mio profondo ribrezzo per quella porcata che chi per nostra disgrazia è al governo intende far passare col nome di “pacchetto sicurezza”. Una legge che chiunque abbia cuore o cervello non può che ritenere vergognosa, pericolosa, inaccettabile per ogni paese civile. Una legge che clandestinizzerà ulteriormente i clandestini, facendone davvero carne da macello. Ogni cittadino che creda nella giustizia, nell’uguaglianza, nel rispetto della persona, non può che contrastare con determinazione un tale scempio del diritto, non senza opporsi al contempo alla diffusione di pregiudizi razziali, di grossolanità ideologica, di volgarità etica che quella legge ha preparato e che altre sciagure porterà al nostro paese.
Credo che sia un suo preciso dovere opporsi a questa legge con gli strumenti che le offre la nostra Costituzione. Si regoli secondo la sua coscienza.
Buon lavoro.
Siamo buoni quando siamo feriti. Quando la vita, colpendoci, ci ha gettati all’angolo, ci ha sottratti violentemente al conflitto universale, al comune azzannarsi. Siamo buoni, e contempliamo atterriti lo spettacolo che si svolge accanto a noi, cercando di parare i colpi che ancora potrebbero arrivarci. E’ una bontà inutile, perché non ha la forza per cambiare nulla, di quel distruggersi reciproco che è la vita sociale. Appena la forza torna, usciamo dal nostro angolo: ma allora la bontà è solo un ricordo.
Allora, e, siamo più feroci di prima.
Nel numero di giugno di Azione Nonviolenta c’è il mio articolo L’educazione nella pace per l’intelligenza, contro la stupidità. E’ possibile leggerlo qui.
Introspezione. Guardarsi dentro e trovare Dio - o lo spirito, o qualcosa di simile. Anche questo sguardo è un fatto culturale, il dentro è costruito, finto, messo in scena secondo i canoni; anche nella introspezione, momento della trasparenza a sé stessi, si è falsi, si sfugge a sé stessi, si mente a sé stessi (senza però che colui che mente, essendo tutt’uno con la menzogna, sia consapevole di mentire). Una autentica introspezione porta a contatto con un caos miserabile. Né Dio né spirito, ma un viaggio disperante al fondo dell’inferno.
Massimo mi chiede delle similitudini tra Giuseppe Rensi ed Aldo Capitini.
Vediamo.
Tra i pensatori della prima metà del Novecento, Rensi è stato colui che a mio avviso meglio ha interpretato i segni dei tempi, lo Zeitgeist. Già nel ‘19, all’indomani della Grande Guerra, prendeva atto del profondo, irreversibile mutamento culturale, affermando nei Lineamenti di una filosofia scettica che l’universo si era risolto in un Pluriverso, in un caos di visioni del mondo, di ragioni contrastanti, in lotta tra loro. La guerra dimostrava, non astrattamente, ma col sangue, la fine della Ragione. Rensi ne derivò dapprima uno scetticismo che si compiaceva di demolire le certezze dominanti - che erano, in Italia, quelle del neo-idealismo e del crocianesimo -, quindi un pessimismo nichilistico (”Ciò che è razionale è irreale, ciò che è reale è irrazionale”) che ispira pagine che trovo tra le più belle della storia della filosofia italiana, come quelle dei Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte (di sfuggita: è davvero un peccato che Guanda non si decida a ripubblicare questo capolavoro). (more…)
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