Massimo mi chiede delle similitudini tra Giuseppe Rensi ed Aldo Capitini.
Vediamo.
Tra i pensatori della prima metà del Novecento, Rensi è stato colui che a mio avviso meglio ha interpretato i segni dei tempi, lo Zeitgeist. Già nel ‘19, all’indomani della Grande Guerra, prendeva atto del profondo, irreversibile mutamento culturale, affermando nei Lineamenti di una filosofia scettica che l’universo si era risolto in un Pluriverso, in un caos di visioni del mondo, di ragioni contrastanti, in lotta tra loro. La guerra dimostrava, non astrattamente, ma col sangue, la fine della Ragione. Rensi ne derivò dapprima uno scetticismo che si compiaceva di demolire le certezze dominanti - che erano, in Italia, quelle del neo-idealismo e del crocianesimo -, quindi un pessimismo nichilistico (”Ciò che è razionale è irreale, ciò che è reale è irrazionale”) che ispira pagine che trovo tra le più belle della storia della filosofia italiana, come quelle dei Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte (di sfuggita: è davvero un peccato che Guanda non si decida a ripubblicare questo capolavoro).
Ma in Rensi, fin dal principio, c’è dell’altro. C’è l’Eros etico. C’è l’idea di una morale che supera le convenzioni sociali, il dovere, gli interessi personali, una morale supererogatoria che si spinge fino al sacrificio di sé. Quella morale che Rensi metterà in pratica lasciandosi confinare dal fascismo in una biblioteca, dopo aver provato l’esperienza del carcere. E’ una idea che attraversa tutta l’opera rensiana, dal Genio etico ed altri saggi fino alla postuma Morale come pazzia.
Come si conciliano le due cose? Se non c’è la Ragione, se l’universo è cieco al bene, se ovunque domina il male, perché fare il bene, e farlo fino al punto di sacrificare i propri interessi e la propria stessa vita? Come chiede Cioran (cito a memoria dal Funesto demiurgo): quale Dio indurrebbe l’uomo al bene?
Nessun Dio. Rensi resta consapevole della impossibilità di fondare metafisicamente l’etica - consapevolezza che caratterizza tutto il pensiero contemporaneo, con l’ovvia eccezione dei pensatori cattolici. Il mondo è cieco al bene, e tuttavia in me avverto il bene. Nel Testamento filosofico Rensi si limita a prender atto di questa situazione: c’è un dentro e un fuori. Fuori è buio, dentro c’è la luce. Avrebbe potuto rinunciare all’Eros etico, formulare un’etica delle consuetudini, una morale relativistica, legata ai costumi ed alle convenienze sociali. Ma ciò non lo avrebbe soddisfatto. Avvertiva profondamente l’etica come qualcosa che ha a che fare con l’essere, e non solo con la società. Ma che relazione c’è tra essere ed ethos, se l’ethos non è fondato sull’essere?
Nelle Lettere spirituali tenta la via della scommessa. Io agisco eticamente, dice, in un mondo che appare cieco al bene; se al fondo di questo mondo c’è qualcosa che corrisponde alla mia azione, allora sarò stato saggio, altrimenti la mia sarà stata una vera e propria follia.
E’ qui evidente il limite del pensiero di Rensi. Si accorge della fine della vecchia fondazione metafisica, ma essa rappresenta per lui una tentazione troppo forte, al punto che la ripropone, anche se sotto forma di ipotesi. Ciò che prima era certezza, ora diventa oggetto di una scommessa. Ciò che gli sfugge, è la possibilità di pensare in modo diverso l’essere dell’ethos.
E’ qui che comincia il pensiero di Capitini. Esattamente dove finisce quello di Rensi.
Capitini sa che il mondo è pieno di male e di assurdo. Soprattutto, di violenza. E’ ciò che chiama natura-vitalità. Tentare di fondare metafisicamente l’etica vuol dire tentare di fondarla sulla violenza: e cioè partire dal potere, dall’autorità, dal dogma. La via che sceglie è un’altra. L’ethos non scaturisce dall’essere, non è fondato nell’essere. L’ethos è in polemica con l’essere. L’essere è violenza, l’ethos è nonviolenza. Facendo il bene, io mi ribello all’essere. La filosofia di Capitini - e in generale, per me, la nonviolenza - rappresenta una espressione di quella radicale rivolta ontologica di cui parla Camus ne L’uomo in rivolta. Ma cos’è l’ethos, se non è essere? E’ possibile pensare un essere che non sia essere? E’ qui la grandezza di Capitini: tentare di pensare la realtà del razionale irreale. La compresenza, il concetto centrale della sua filosofia (ma meglio sarebbe dire: la realtà centrale nella sua esperienza) non è che questo: un essere che non è essere, un di là dall’essere che al tempo stesso è non meno reale della natura-vitalità. Come Rensi, Capitini prende atto della non corrispondenza tra il fuori (l’universo cieco, la natura-vitalità) ed il dentro (l’esigenza del bene). Ma, mentre Rensi cerca di riportare, anche se solo per via ipotetica, questa esigenza all’essere, Capitini ne approfondisce il distacco, la separazione, il conflitto. Fare il bene vuol dire disfare l’essere, e rifarlo (mi pare che qualcosa di simile - parlando di Dio - dica Manlio Sgalambro).
La soluzione di Capitini è, insomma, nella prassi. Oltre la fondazione metafisica c’è la filosofia della prassi. La verità del bene non è fondata nel fuori, nel fondo scuro dell’universo, ma nell’azione stessa. Ancora una volta, non si tratta di conoscere il mondo (trovando al bene una collocazione metafisica), ma di trasformarlo. E di trasformarlo non solo attraverso il lavoro, l’organizzazione, la politica, ma anche attraverso l’amore.
Massimo mi chiede anche del superamento della distinzione tra fede ed ateismo. Da questo punto di vista, tanto il pensiero di Rensi quanto quello di Capitini sono del massimo interesse. Rensi, che ha fin da giovane una genuina propensione per la mistica speculativa, affronta e risolve la questione in modo piuttosto semplice: se lo spirito religioso è negare l’io, allora nessuno è più religioso dell’ateo, che giunge a rifiutare tutte le consolazioni e le rassicurazioni (immortalità ecctera) che la religione fornisce all’io. Il discorso non fa una piega, ed è una delle vie praticabili per ripensare il rapporto tra fede ed ateismo. Mi pare anche che si inserisca in una tradizione, che va da Meister Eckhart a Simone Weil (per tacere del pensiero orientale).
Quanto a Capitini, il discorso è più complesso. Certo, parla spesso di Dio, ma precisa anche che si può non parlare di Dio. Perché? Perché Dio è sempre stato pensato come l’origine del mondo (appunto, il fondamento metafisico), mentre qui si tratta di pensare la sua dissoluzione. In un certo senso, allora, si può dire che la vita religiosa capitiniana si pone dalla parte dell’anti-Dio, dell’anti-origine. L’uomo religioso è colui che segue la prassi nonviolenta, che consiste nel partire dagli ultimi, dagli sfiniti, da coloro che sono vittime della natura-vitalità. Quando amo, aiuto, soccorro uno di questi ultimi, io sono in Dio. Non sto parlando di Dio (teologia), non sto parlando con Dio (preghiera). Sto facendo qualcosa d’altro: sto dando la parola a Dio, sto parlando per conto di Dio, se è vero che questi ultimi sono Dio (come insegna il Vangelo, e come insegna, in India, il concetto di Daridranarayana - Dio come povero). Se parlo per conto di Dio, il faccio profezia, che è appunto parlare-al-posto-di. Ed è nella profezia, che supera tanto la teologia quanto la preghiera, che sono nuovamente sono trascesi, mi sembra, tanto la fede quanto l’ateismo.