Salgo le scale arrivo alla porta cerco la toppa, quando già la chiave è dentro alzo gli occhi per vedere se sopra la porta c’è il mantra om mani padme hum, per vedere se quella è la mia porta, e non quella di qualcun altro. Una volta Freud si ritrovò al piano di sopra. Il suo inconscio, pensò, voleva così compensare qualche umiliazione che aveva subito di recente. Io non vado oltre, non mi fermo prima: trovo la mia porta. Sarà che tutto sommato la vita mi paga il giusto. Né a credito, né a debito. Eppure un attimo prima di girare la chiave nella toppa temo d’aver sbagliato.
Accanto al mio palazzo ne cresce un altro. Tra i due, un metro di nulla che si arrampica fino al quarto piano, e lì trova pace in una tettoia di plexiglas. Il mio pianerottolo è libero, la finesta s’apre sui tre archi oltre i quali la città s’avvia al camposanto, ed illumina il mio piano e quello di sotto. I primi due piani, invece, prendono qualche luce dal portone in anticorodal. L’unico buio è il terzo piano, che non riceve luce né dall’alto né dal basso. Qui sono, penso. Sono al terzo piano della vita. Non ho più la luce della giovinezza, non ho ancora la luce della vecchiaia. Sto nella zona d’ombra della maturità.
Ma va bene. Ripeto: non sono a credito, né a debito. Devo solo fare un po’ attenzione a dove metto i piedi.