Basgnasco e l’opinione pubblica
Non mi dispiace quello che ha dichiarato il cardinale Bagnasco all’omelia di San Lorenzo: che la verità morale non dipende dall’opinione pubblica, come se “ciò che è morale o immorale dipendesse, in fondo, dai numeri”. Io vivo in un paese in cui (come in tanti altri) è considerato normale ed etico mangiare carne, ad esempio, mentre per me è un atto immondo; in cui ancora ci si scandalizza se qualcuno si abbandona a qualche libertà sessuale, magari in età senile, e lo si taccia di immoralità, mentre per me la sessualità - tolti i casi di violenza - nulla ha a che fare con la morale; in cui molti, ancora (anche se fortunatamente sempre meno) mettono su famiglia, mentre per me la famiglia è una struttura intrinsecamente immorale, perché fondata sulla menzogna e sull’inganno. Eccetera. Dunque anch’io dubito che la cosiddetta opinione pubblica abbia in mano le chiavi della verità, o di ciò che io considero essere la verità. E qui è la differenza tra me ed il cardinale Bagnasco. Il quale, nel giorno di San Lorenzo, evoca il gesto di quel santo che si lascia uccidere per non consegnare all’imperatore Valeriano i beni della Chiesa. Si tratta, come si vede, della versione cristiana e cattolica della storia di Antigone, così cara ai teorici della disobbedienza civile. Il principio in entrambi i casi è lo stesso: c’è una verità del potere e c’è una verità assoluta; Antigone e San Lorenzo stanno dalla parte della verità assoluta, alla quale sacrificano la propria vita. Eppure è lecito porsi qualche domanda. Se San Lorenzo avesse consegnato a Valeriano i beni della Chiesa, sarebbe stata una catastrofe? A leggere gli Atti degli Apostoli, bisognerebbe rispondere di sì. Dio stesso ammazza i poveri Anania e Zaffira, colpevoli di non aver dato alla Chiesa tutte le loro proprietà, trannenendo una piccola quantità dei loro stessi beni. L’impressione è che il Dio cristiano sia terribilmente assetato di denaro, al punto di diventare omicida se non gli si dà fino all’ultimo centesimo. Il cosiddetto comunismo cristiano primitivo, così spesso mitizzato ancora oggi da comunità stimabilissime come i Piccoli Fratelli del Vangelo, è probabilmente un equivoco tra i tanti. A leggere di Anania e Zaffira, vien da pensare piuttosto a una setta non troppo diversa da quelle attuali, che spreme economicamente i suoi adepti con il terrore e la violenza. Cosa difese, San Lorenzo, dando la sua propria vita? La verità o l’errore? Se avesse ceduto i beni a Veleriano, forse oggi non avremmo la Chiesa puttana che abbiamo, macchiata e svergognata da secoli di mercimonio, degradata dalla pratica del saccheggio, da sempre amica e complice del potere, da sempre nemica dei poveri e degli oppressi. Se San Lorenzo avesse dato i beni a Valeriano, forse avremmo oggi la Chiesa auspicata e sognata da Arturo Paoli o da Zanotelli o da Illich.
C’è dunque questo rischio, nella disobbedienza civile: il rischio di sbagliarsi. L’incontro tra il disobbediente ed il potere è l’incontro tra due verità che si pretendono assolute. Il potere è divinamente stabilito (come afferma lo stesso Paolo di Tarso), ma divinamente stabilita, trascendente è anche l’opposizione al potere. E’ un gioco a somma zero: o ha ragione l’uno, o ha ragione l’altro. Non c’è possibilità di dialogo, di mediazione, di trascendimento del conflitto.
Ed è questo il problema. E’ questo che spinge Bagnasco contro l’opinione pubblica. Perché l’opinione pubblica è il luogo dell’errore, ma anche del dialogo. L’opinione pubblica è mobile, aperta al possibile. La gente mangia carne, ma molto meno di un tempo: grazie all’esempio ed all’opera di persuasione di molti, si sta diffondendo il vegetarianesimo; la gente si sposa, ma sempre meno; la gente continua ad avere pregiudizi sessuali, ma questo non impedisce di avere al governo un premier ossessionato, a quanto pare, dal sesso, e nessuno se ne scandalizza. Bagnasco parla della ideologia secondo la quale “ognuno decide individualmente e assolutamente ciò che è bene o meno, basta non disturbare troppo gli altri”. Le cose non vanno proprio così. Le decisioni su ciò che è bene e ciò che è male non sono mai individuali, nel senso che non nascono solo nell’individuo e non muoiono nell’individuo. I significati condivisi condizionano inevitabilmente le nostre scelte, le quali a loro volta agiscono sui significati collettivi. E’ quella che si chiama riflessività, ed è ciò che cambia lentamente le nostre società. Non è vero che ognuno decide individualmente. Ognuno decide sempre avendo presenti gli altri, se non altro perché l’approvazione o disapprovazione pubblica restano fondamentali anche per l’individuo postmoderno. Quello che non va giù a Bagnasco ad alla Chiesa è che queste decisioni siano svincolate dall’insegnamento cattolico.
Nella scena tragica di Antigone e in quella di San Lorenzo, non vi sono che due protagonisti: il disobbediente e il potere. Ora, a Creonte ed a Valeriano sembra essere subentrato l’individuo postmoderno, immerso nella massa delirante della cosiddetta opinione pubblica, mentre la Chiesa (e l’eroico cattolico che segue il suo insegnamento fino al rogo incluso) prende il posto di Antigone. Le cose in realtà sono più complesse. Non ci sono più il disobbediente ed il potere, la scena oggi è diventata più complessa. Tra l’uno e l’altro, c’è un terzo: l’opinione pubblica, appunto. La massa degli spettatori ai quali il primo ed il secondo dovranno rivolgersi per spiegare le proprie ragioni. La presenza di questo terzo può risultare irritante solo in un caso: quando si sa che le proprie posizioni, che si pretendono vere ed assolute, non reggono ad un confronto pubblico; quando si ha il timore sotterraneo di non saper difendere le proprie idee. Quando, in sostanza, si è ancora allo stadio di una soggettività infantile, capricciosa, immatura. Quella soggettività a proposito della quale uomini di Chiesa come Bagnasco continuano imperterriti a parlare pomposamente di “costruzione della persona”.


interessante prospettiva, che la famiglia sia una struttura intrinsecamente immorale. Io ero arrivata a pensare che sia a-morale: l’amore, un’estensione dell’egoismo (che io non disapprovo), il matrimonio (o la convivenza, che è lo stesso) una forma di contratto cooperativo. Nulla da esaltare, nulla a cui costringere le persone (e lo fa la legge italiana, in modo subdolo, non con il codice civile ma con le modalità di regolazione dell’assistenza sociale).
Ma intrinsecamente immorale?
Comment by simona — 13-08- 2009 @ 1:12 pm
a dire che la famiglia è immorale si fa lo stesso errore di chi afferma che ciò che non è famiglia non è morale: uno perché non su specifica cosa sia famiglia, due perché si decide a priori qual’è una configurazione ideale di famiglia
Comment by a — 13-08- 2009 @ 10:26 pm