Sto qui, vedi? Ho davanti, sotto di me il ventre aperto della città, e guardo il corso misurato dai passi lenti della gente, li vedo tenersi per mano, ragazzi e adulti, e sembrano felici, ma io so, io vedo non visto che su di loro passano i pipistrelli, ed alzo lo sguardo alla luna ed al blu, e riguardo giù, e mi pare che il mondo si allarghi a dismisura e poi di nuovo si restinga, come una fisarmonica terribile, e questo, vedi, mi spaventa, e non so se è più grande la paura di essere risucchiato in alto o di cadere in basso, di allargarmi o di restringermi.
Diresti, guardandomi, che penso. No, non penso. Guardo. Guardo fuori e guardo dentro. Se una traccia di pensiero c’è, è il tentativo di dare un ordine alle cose che passano: di costringerle in un canone estetico, di far sì che da quel caos venga fuori qualcosa di bello, di convincermi in qualche modo di poterlo padroneggiare e spremerne un’emozione: o una speranza.
Non mi riesce.
Mi manchi così tanto. No, non credere che stia parlando di te. Non sto parlando di te.