Sto qui, vedi? Ho davanti, sotto di me il ventre aperto della città, e guardo il corso misurato dai passi lenti della gente, li vedo tenersi per mano, ragazzi e adulti, e sembrano felici, ma io so, io vedo non visto che su di loro passano i pipistrelli, ed alzo lo sguardo alla luna ed al blu, e riguardo giù, e mi pare che il mondo si allarghi a dismisura e poi di nuovo si restinga, come una fisarmonica terribile, e questo, vedi, mi spaventa, e non so se è più grande la paura di essere risucchiato in alto o di cadere in basso, di allargarmi o di restringermi.
Diresti, guardandomi, che penso. No, non penso. Guardo. Guardo fuori e guardo dentro. Se una traccia di pensiero c’è, è il tentativo di dare un ordine alle cose che passano: di costringerle in un canone estetico, di far sì che da quel caos venga fuori qualcosa di bello, di convincermi in qualche modo di poterlo padroneggiare e spremerne un’emozione: o una speranza.
Non mi riesce.
Mi manchi così tanto. No, non credere che stia parlando di te. Non sto parlando di te.







… spremerne un’emozione, o una speranza.
Possiamo pensare, per quanto ne sappiamo, che prima di percepire la realtà, ed esercitare in questo “il canone estetico” delle forme, non ci mancavano emozioni né speranza. Cosa porta il bambino appena nato a placarsi in pochi minuti, riposare con volto sereno, e poi cercare il seno e del seno il capezzolo?
Comment by romeo sciommeri — 02-09- 2009 @ 5:44 am