- La castrazione ha diversi motivi per essere eseguita. Innanzitutto, i pastori per la riproduzione tendono ad acquistare montoni da altri allevatori, per scongiurare la consanguineità e ridurre il rischio di problemi genetici. Seconda cosa, il mercato spesso richiede la carne di castrato, migliore nella qualità. Ma soprattutto, dal momento che le vendite di agnelli non sono distribuite nel corso dell’anno, ma si concentrano in alcuni momenti legati a festività religiose, sarebbe impossibile tenere questi maschi nel gregge. Per parecchie settimane rincorrerebbero costantemente le femmine, ingrasserebbero di meno (quindi avrebbero scarso valore sul mercato) e feconderebbero molte pecore, aumentando la consanguineità nel gregge
scrive l’autice del blog Storie di pascolo vagante.
Certo, la gente vuole il castrato. Certo, un tempo al pubblico piacevano anche i cantanti castrati, ma non per questo si procede alla castrazione di Gigi d’Alessio (anche se alcuni - ed il sottoscritto tra questi - gli augurerebbero di peggio). Certo non è possibile, ahimé, tenere i maschi nel gregge. Feconderebbero le pecore. Un guaio. Ti vien quasi da darle ragione, insomma. Ma poi guardi la foto, e con quel po’ di immaginazione che in te ancora resiste all’assalto quotidiano della televisione provi a immedesimarti: sei a terra, nudo; uno ti tiene per le braccia, un altro ti immobilizza i piedi e con una tenaglia ti asporta i genitali. Sono sicuro che nessuna buona ragione al mondo - immagino che ce ne sarebbero molte, al di là degli interessi superiori dell’arte musicale, per fare qualcosa del genere anche a non pochi esseri umani - ti porterebbe a considerare un simile crimine nulla più che un lavoro antipatico, come lo definisce la nostra pastora.







io ho lottato per 12 anni contro non so quanti veterinari, per salvare il mio fraterno e poetico amico Brendy da questa che, per i cani, è una procedura molto comune, usata, a detta dei veterinari stessi, proprio per scopi terapeutici, benchè possa, come effetto collaterale, talvolta snaturare il carattere, oltre che il corpo, di chi lo subisce.
Io non lo so quanto di fondato ci fosse nella loro tesi-quanto, cioè, fosse necessario arrivare ad una simile soluzione. Però ricordo l’indifferenza, la freddezza, l’ironia, lo sbuffare di questi veterinari, che dicevano che un diverso percorso terapeutico li avrebbe costretti a fare tre o quattro ecografie all’anno, e loro non ne avevano affatto voglia:e poi ricordo gli occhi pieni di immensa fiducia del mio grande amico, tutto tremante su quel lettino di ferro, che però lasciava fare, docilmente, ai dottori, guardandomi, facendomi capire che si trattava di un gesto di fiducia e di abbandono totali, verso di me. Chi lo sa se ho sbagliato.Chi lo sa se facendo quell’intervento Brendy sarebbe vissuto di più. Ma quegli occhi immensi pieni di fiducia e dedizione assoluta mi hanno fermata.MI ha fermato il sentir dire che era una noia , per un veterinario, fare due iniezioni al mese, fare varie ecografie all’anno, eh…quante seccature….Sentir dire questo a me, che mai ho portato loro il mio amico senza prima dirgli”Brendy, andiamo dal veterinario”, senza vederlo acquattarsi in terra a sentire quella parola ben conosciuta, fare la resistenza passiva, e poi convincersi e, cedendo alle mie parole, alzarsi docile docile.
So però, l’ho visto correre e giocare fino alla fine, rotolarsi nell’erba, scappare in cerca di avventure amorose e tornare pieno di erba e fiori nei riccioli ormai bianchi per i molti anni,e poi buttarmisi in braccio tutto felice, quasi a dirmi, pieno di un’ansia gioiosa, con gli occhi negli occhi, le sue grandi avventure quali erano state.
Se per la salute una cosa va fatta, bisogna rassegnarsi.Ma per noia, per routine, per indifferenza,per convenienza, per cinismo, per guadagnare tempo. Questo no. Ho dovuto cambiare veterinario non so quante volte, per regalare al mio poetico amico quelle sue ultime corse ed avventure.
Comment by ludò — 03-09- 2009 @ 10:55 pm
servirà poco dire che i genitali non vengono asportati, ma solo interrotti i condotti che portano il seme dai testicoli al pene (nel caso della foto a cui fai riferimento sul mio blog)
per il resto, a ciascuno la sua opinione ed il suo lavoro, potremmo discuterne a vita senza cambiare le rispettive opinioni
la soluzione che proponi tu immagino che sia di non allevare animali. una volta che li allevi, questo è uno di quei lavori antipatici che devi fare. la definizione ti farà inorridire/sorridere, ma… visto che non tutti sono vegetariani, questo è quello che bisogna fare.
per lo meno, se guarderai bene il mio blog, vedrai come gli animali di cui parlo (nello specifico, il gregge) sono allevati nel più naturale dei modi, sempre e solo al pascolo all’aperto, diversamente da certe povere bestie fatte ingrassare in tempi innaturalmente brevi nelle stalle o in certi allevamenti che sembrano più che altro fabbriche
Comment by marzia — 04-09- 2009 @ 2:13 pm
E’ quello che mi chiedevo: se questo è quello che accade agli animali allevati “nel più naturale dei modi”, figurarsi cosa succede a quelli allevati con metodi industriali.
Ma l’animale viene anestetizzato?
Comment by antonio vigilante — 04-09- 2009 @ 2:42 pm
Tra un paio di mesi dovrò far sterilizzare il mio gatto. E’ il primo, gli altri non li avevo fatti sterilizzare, ma sono tutti morti giovani e in modo violento durante i loro vagabondaggi, tra strade trafficate, vicini sadici e malattie dei randagi. Da qui la decisione, che comunque mi intristisce molto (altro che “lavoro antipatico”, spero che novembre arrivi il più tardi possibile).
Alcune attività umane, come l’allevamento degli animali da produzione, l’equitazione sportiva, o anche semplicemente tenere un un gatto, rendono la castrazione una pratica diffusa se non inevitabile. In natura le femmine vanno in estro, i maschi si malmenano, e i piccoli in sovrannumero muoiono per selezione naturale. Questo in teoria, perchè ormai pecore, mucche, maiali, cavalli sono animali addomesticati, e non vivono più in una condizione naturale, salvo rari casi (penso ai pochi branchi di mustang rimasti liberi in nordamerica). L’allevamento, per quanto tradizionale e sostenibile possa essere, è comunque una pratica innaturale. E i gatti selvatici ci sono ancora, se ne incontrano in Appennino, ma non hanno più nulla a che fare con il gatto domestico, che di fatto dipende dall’uomo per il suo sostentamento, compresi i randagi, che infatti tendono a riunirsi in colonie intorno alle gattare. Il gatto poi sarebbe un animale territoriale e solitario, ma nei nostri contesti urbani è costretto a convivere con un numero molto maggiore di rivali rispetto alla vita in natura, sia che viva in una colonia di randagi, sia che esca semplicemente di casa per fare due passi. Quanto ai gattini in sovrannumero, vengono molto spesso affogati o abbandonati (per esempio sotto casa mia).
Insomma, il mondo è quasi interamente antropizzato, gli ambienti naturali non ci sono più o comunque non sono più abbastanza estesi per sostenere la vita animale, e abbiamo addomesticato diverse specie. Una volta addomesticato, l’animale è una nostra responsabilità, perchè non ha un altro posto dove andare (glielo abbiamo distrutto…). Cosa facciamo se si ferisce in combattimento, se rimane incinta una o due volte all’anno, se si ammala? Lo curiamo, ce lo siamo presi, lo curiamo. Ma cosa facciamo con la sua prole, quando diventa numericamente ingestibile? La lasciamo in balia della selezione naturale? Lasciamo i gattini in strada a morire? Li mandiamo tutti al gattile comunale? E che facciamo con l’allevamento in alpeggio, che per quanto innaturale è pur sempre preferibile all’allevamento intensivo? Che facciamo con le scuderie, dove vivono (relativamente) bene tanti castroni che altrimenti finirebbero in macello?
Il punto, secondo me, sta nel bilancio tra etica, guadagno e consuetudine. Parecchie pratiche crudeli (tra le quali io personalmente includo la castrazione senza anestesia e le mutilazioni a scopo estetico) sono motivate sostanzialmente dal guadagno e dalle consuetudine. Certo quello che succede negli allevamenti intensivi è infinitamente più orribile di quello che succede nell’allevamento tradizionale. E la consuetudine può essere pittoresca, e persino interessante dal punto di vista antropologico. Ma io abito in campagna e su piccola scala vedo pratiche crudelissime, di fatto evitabili, che mi venivano giustificate con un “così la carne diventa più tenera”, oppure “si fa così, e poi che ti frega, è un animale”. Senza bisogno di fare del romanticismo disneyano, deve pur aver un peso, l’etica, sul guadagno e sulla tradizione.
Comment by Veronica — 04-09- 2009 @ 4:54 pm
Grazie per il tuo commento, Veronica. Per un disguido tecnico (è finito non so perché tra i commenti considerati di spam, forse per la lunghezza) l’ho pubblicato in ritardo; me ne scuso.
Comment by antonio vigilante — 24-10- 2009 @ 9:10 am