Conoscerai quella poesia (Der Olbaum-Garten, nelle Neue Gedichte) nella quale Rilke raffigura un Cristo - o meglio: uno Jeshu - abbandonato nel giardino degli ulivi, col viso tra le mani impolverate, incapace di trovare ancora Dio.
Ich find Dich nicht mehr. Nicht in mir, nein.
Nich in der andern. Nicht in diesem Stein.
Ich find Dich nich mehr. Ich bin allein.
- Io non ti trovo più. Non in me, no.
Non negli altri. Non in questa pietra.
Io non ti trovo più. Io sono solo.
Dopo queste parole, continua Rilke, non viene l’angelo, come si racconta: ma giunge la notte, una notte come le altre, una delle notti che giungono sugli uomini. Chi prega così, dice, non lo visitano gli angeli:
Die Sich-Verlierenden lasst alles los,
und sie sind preisgegeben von der Vatern
ung ausgeschlossen aus der Mutter Schooss.
- Quelli che da sé si perdono, tutti li lasciano soli,
e sono abbandonati dai padri
ed esclusi dal grembo delle madri.
“Rilke - leggo in un commento - ha umanizzato e secolarizzato il monologo di Cristo nel giardino del Getsemani in un modo che può offendere alcuni cristiani. Tuttavia la poesia può essere letta sia come religiosa che come anti-religiosa: entrambe le interpretazioni sembrano credibili”.*
Proviamo a leggerla come una poesia religiosa.
Il mondo esiste, e noi in esso. Il mondo è pieno di cose belle, che stupiscono e innamorano; ma è anche pieno di cose orribili, che atterriscono. Nel mondo c’è la morte, c’è la malattia, c’è la solitudine, c’è l’abbandono. Nel mondo gli esseri viventi sono l’uno cibo per l’altro: ed è il più debole a soccombere. La religione può essere una celebrazione orgiastica, sopra-etica di questa vita che crea e distrugge: penso al Dio del canto undicesimo della Gita. Religione può essere il tentativo di addomesticare con la forza del mito e del dogma questa realtà sovra-etica, pensando che la violenza che esperiamo sia solo un velo, squarciato il quale si ritrova il mondo della giustizia e del bene. E’ la visione dei grandi monoteismi. Religione può essere l’invito ad accordarsi con l’essere e ad accettarne il giogo, a rassegnarsi alla morte, a sopportare il dolore, a vivere saggiamente nei limiti umani - benché questa saggezza appartenga più alla filosofia che alla religione. E infine: religione può essere la ribellione all’ordine ontologico costituito, la non accettazione, il rifiuto.
Prendiamo questo Jeshu abbandonato nel giardino degli ulivi. E’ solo, è debole. E’ il più debole degli uomini. Tutti, dice Rilke, lo lasciano solo. Mettiamolo al centro: ma non come Dio che, dopo essere passato attraverso il dramma della kenosis, torna ad essere Dio; poniamolo al centro come uomo abbandonato, come senza Dio. Una religione che abbia al centro il simbolo di un uomo senza Dio, abbandonato - il simbolo della croce non è inadeguato - può essere la religione più pura e più vera. Il cristianesimo ha avuto la possibilità di essere una tale religione. Ma la resurrezione ha riportato in cielo quell’uomo abbandonato; al Golgotha, per dirla con le parole di quel folle di Hamann, è subentrato lo Scheblimini. Quell’uomo abbandonato si siede alla destra del Padre, diventa Re del cosmo, si riveste di potenza. Se la crocefissione non è una farsa, non è possibile pensare che il Cristo-Re sia lo stesso Dio di Mosè e di Giobbe. La morte di Dio non può che essere un fatto irreversibile. Un Dio che muore non rinasce. Dio dunque sulla croce è morto; il Dio che è risorto è un altro. Lo gnosticismo, per salvaguardare la divinità di Dio, affermava che è stato crocifisso un altro; io dico che è un altro quello che è risorto. Dio è morto: al suo posto si è divinizzato l’uomo. Il Dio che l’Occidente venera due millenni non è altro che l’uomo stesso, intronizzato come signore del cosmo e della natura dopo la morte del Dio di Mosè e di Giobbe. Senza quel fatto epocale - che, sia chiaro, si consuma tutto sul piano simbolico - non avremmo avuto il cosiddetto umanesimo occidentale. Il quale, con buona pace di Nietzsche e guardando oltre le retoriche, è un umanesimo della forza - del dominio, dell’arroganza.
Lo Jeshu di Rilke è l’anti-Dio dei non umanisti, di quelli che cercano una civiltà oltre la forza, una prossimità con il debole e l’abbandonato - quella che Capitini chiamava realtà di tutti.
* R. M. Rilke, New Poems, traslated by Stephen Cohn, Northwestern University Press, Evanston 2000, p. 280.


Oggi ascoltavo Tre Madri e pensavo a proprio questo…
Gesù non ha voluto essere il leader politico e militare che Israele pretendeva, ed è morto. Bisognerebbe ricordarlo agli Atei Cristiani che attentano alla laicità dello stato: fanno lo stesso errore degli israeliti che hanno crocifisso Gesù.
La Resurrezione comunque… è quasi un dettaglio.
Lo sarebbe se fosse stato solo un atto scenico, plateale…
Ma perché non risorgere davanti ai sacerdoti allora?
Dunque non è un dettaglio: semplicemente Gesù è vivo, sulla terra non in cielo, in e attaverso di noi, quando ci “rivestiamo di Cristo”…
Non abbiamo divinizzato l’uomo, Antonio.
Io non sono sulla Croce.
Comment by Giacomo — 19-09- 2009 @ 11:49 pm
Una religione il cui simbolo sia un uomo, creatura d’abbandono, e la cui conseguenza la compassione, sì. Non so quanti avrebbero la forza di reggerla, ma questo non toglie nulla alla sua verità. Che non sia, però, una religione che proibisca la gioia, che faccia dimenticare o negare che all’inizio di tutto c’erano la primavera e le cose che stupiscono e innamorano.
Ma la religione del crocifisso è anche: giustifico il male prendendolo su di me. E sotto questo aspetto: il male va giustificato? è possibile, è doveroso renderlo giusto? o anche solo accettabile?
E sarebbe possibile dire soltanto che il dolore esiste - che non va accettato, né giustificato, né negato (e a volte neanche fuggito), ma semplicemente riconosciuto come tale?
Comment by Ipazia — 20-09- 2009 @ 3:51 pm
Forse, chissà, lo sguardo feroce della belva occidentale cristiana viene proprio da questo: dall’immagine del Cristo in croce, e dalla redenzione - o dalla sua ricerca. Dal pensiero che esista una possibile redenzione del male, che l’infranto possa essere ricomposto. Che si possa assumere su di sé il male del mondo, come fece l’uomo che soffrì sulla croce. Che si possa, e si debba, imitare Cristo - non il Cristo re, ma proprio il Cristo uomo di “Eli, eli, lama sabachtani”.
Chi assume su di sè la sofferenza dell’uomo in croce in qualche modo è già assolto, si è collocato dalla parte del dolore e della vittima, come dice Canetti - ma anche, e forse soprattutto, si colloca in un mondo dove esiste una remissione del peccato, dove c’è un dio a cui chiedere conto, ma anche espiazione e redenzione del male.
Un coraggioso stare nel mondo, allora, sarebbe proprio il contrario: non credere di poter assumere su di sé il male, non credere che esista una possibile redenzione, e rinunciare anche alla superstizione o al pensiero magico di avere un dio a cui chiedere conto o perdono. E al contrario assumere fino in fondo su di sè il peso di questo: che non c’è alcun modo di rimediare al male, una volta che è; che non c’è remissione, ma cause e conseguenze; che il pentimento o la penitenza aggiungono solo male al male, ma non redimono proprio nulla.
(nessun nume, o altro, ma soltanto un invidioso …)
Comment by Ipazia — 03-10- 2009 @ 11:47 pm
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Comment by mehr infos — 12-10- 2012 @ 3:51 am