- Io credo che tu troppo nettamente distingua ciò che è religione e ciò che non lo è. In ciò a cui diamo o un tempo davamo il nome di Dio, o nell’esperienza religiosa, c’è anche molto altro, e questo molto altro non sono tutte incrostazioni di autoaffermazione - e lo sai perfettamente anche tu: c’è l’amore, innanzitutto, ogni genere di amore (come dice Bergman); ci sono la pienezza e la lode, la gratitudine per i passeri arruffati che ti si posano sul davanzale; c’è l’esperienza di essere parte del tutto, non veramente distinto dagli altri esseri e dalle altre cose - eppure diverso; c’è la compassione, come naturale conseguenza del vivere e soffrire quello che vivono e soffrono le altre parti del tutto.
C’è tutto questo, e anche la mancanza: l’irraggiungibile lontananza di ciò che suscita amore in noi, la tensione, la nostalgia, il bisogno senza oggetto. C’è la forza imperiosa che ci aggioga al difficile …
E poi c’è il disagio, il dolore, la ribellione - e magari anche il bisogno, se vuoi, di qualcuno a cui chiedere conto del male e della morte.
Ci sono tutte queste cose, io credo, e di sicuro anche tante altre a cui non ho pensato. Tutto questo può essere detto, raccontato, in molti modi. Anzi, non può essere detto che in molti modi diversi, con molti diversi argomenti, racconti, immagini, suoni (e di conseguenza io non disprezzo la propensione al fantastico, e anzi trovo che qui a volte i racconti non siano meno razionali dei testi filosofici, e viceversa).
Allora, forse quello che conta è cosa puoi dire o non dire in un certo modo, o a partire da certe premesse; che contesto viene creato da un certo discorso religioso, e quali sono le sue conseguenze - comprese le conseguenze etiche e quello che esso fa alle persone.
Infine, non capisco cosa intendi per religione secolarizzata (ed è un’espressione che non mi entusiasma) ma come puoi immaginare per me la più razionale delle religioni è lo spinozismo. Eppure: nella totale immanenza del dio di Spinoza, già tutto presente e che si esprime in ciascun singolo essere, non è possibile parlare della mancanza e della nostalgia (c’è, in fondo, un ottimismo non dissimile da quello che Capitini imputava al fascismo). Così Spinoza esprime in un discorso estremamente razionale la comunanza del tutto, la presenza di dio in interiore homine, e la forza creativa che è in tutto questo. Eppure non basta, o non basta a me: non mi aiuta a trovare i concetti, le parole, foss’anche le immagini per dire e comprendere il resto. [Ipazia]
Quando parlo di religione secolarizzata penso soprattutto a Bonhoeffer. Il quale sosteneva che la secolarizzazione - che tanto spaventa Ratzinger e la chiesa post-conciliare - rappresenta un’occasione storica per il cristianesimo: l’occasione di liberarsi dalla religione e dal suo Dio tappabuchi per realizare pienamente la fede. La religione si alimenta della debolezza dell’uomo, cerca di rassicurarlo, anche apologeticamente si appoggia alla sofferenza, alla malattia, alla morte, per proporre le sue “ipotesi di lavoro”. La fede fa a meno della rassicurazione, crede in un Cristo crocifisso e debole, che non può aiutare, che condivide la sofferenza, ma non salva dal male. Questa è la fede cristiana in quella che Bonhoeffer considera l’ “erà adulta” del mondo - ed è una fede che sono portato ad accostare all’idea assolutamente laica, ed altissima, della persuasione di Carlo Michelstaedter, quel coraggioso stare nel mondo senza più appoggi, rassicurazioni, consolazioni.
Penso che ci sia un viaggio da compiere, un viaggio difficile, anche doloroso: il viaggio oltre sé stessi. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere, può essere un buon modo di intraprendere questo viaggio - o forse anche, sì, par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens. Invertendo i termini di Bonhoeffer, chiamo ciò religione - perché lega il sé a qualcos’altro, fino a schiantarlo in esso -, mentre la fede mi sembra lusinga dell’io, un additivo che, volendo preservare la vita, la corrompe.
Certo, mi rendo conto di semplificare. La fede non ha solo un messaggio per l’individuo, ma è anche costruttrice di collettività, e possono essere collettività feroci o compassionevoli, barbariche o raffinate. C’è, come dici, “quello che fa alle persone”. Il mio rifiuto del cattolicesimo è prevalentemente un rifiuto estetico. E’ il rifiuto di una religione degli occhi torti al cielo, delle spade nel cuore, delle processioni dolenti, dei canti deprimenti, dell’esteriorità ostentata fino al ridicolo. Etico, poi. Duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad ammansire la belva occidentale, che ha ancora lo sguardo feroce - e quando prova a dire parole dolci la sua voce suona terribilmente falsa, affettata. Duemila e cinquecento anni di buddhismo hanno lasciato invece sul viso della gente quel “sorriso doloroso e delicatissimo” di cui parla Pietro Citati a proposito di un portiere dello Sri Lanka in un suo memorabile articolo:*
- A nessuno, neppure al più odioso inquilino, nega il proprio sorriso. Non è mai servile. Dal suo uomo-dio, e dagli innumerevoli Bodhisattva, che hanno passeggiato in Oriente, ha appreso che la virtù suprema è la compassione – questo cuore della gentilezza. Con la compassione si placano le anime, si risolvono le difficoltà, si diffonde la quiete, si rallegrano i cuori, si permette all’universo di procedere in una nube di incenso e di miele. L’anno scorso ha innalzato nel nostro portone un piccolo albero di Natale, con tutte le candele, le luci e i piccoli doni: una specie di ex-voto agli dèi cattolici della casa e della città. L’albero era stento, storto e goffo. Allora lui si è scusato col suo grande sorriso doloroso, e ci ha detto: “Scusatemi, io non so farlo bene, sono buddhista”. Mai albero di Natale – non certo quelli immensi innalzati negli Stati Uniti o in piazza San Pietro – ha fatto tanto per la quiete dei nostri cuori.
Probabilmente non sarebbe stata possibile questa impresa - imprimere quel sorriso sul volto di milioni di persone - senza i racconti, le immagini, i suoni di cui parli. Sono consapevole della forza del fantastico, delle numerose vie attraverso le quali una religione giunge a parlare ad un popolo. Ma so anche che esso ha molti rischi. Il principale è, appunto, quella della riduzione della religione a strumento di consolazione, la fine del viaggio oltre sé stessi. Ciò avviene anche nel buddhismo. Scrive ad esempio Melford E. Spiro a proposito del buddhismo theravada birmano (ma le sue osservazioni valgono in generale per i paesi di tradizione theravada):
- Tipicamente, invece che a rinunciare al desiderio (e al mondo), i buddhisti aspirano ad una futura esistenza mondana in cui tale desiderio possa trovare soddisfazione. Al contrario del buddhismo nirvanico, che afferma che la frustrazione è una caratteristica dell’esistenza samsarica, essi considerano la loro sofferenza uno stato temporaneo, il risultato della loro posizione attuale nel samsara. Ma vi sono altre forme di esistenza samsarica che producono grande piacere, e che loro sperano di raggiungere.**
A livello popolare, il buddhismo theravada non è dunque troppo diverso dal cattolicesimo: entrambi promettono una seconda vita felice, se ci si comporta in un certo modo in questa.
La religione di cui parlo sfugge a queste riduzioni, anche perché non si lascia toccare dal fantastico e dalla narrazione. Mi affascinano le grandi raffigurazioni dei templi, i miti, le storie sacre, ma più di tutto amo la sublime castità di linguaggio dei mistici, che costeggia il silenzio - e l’indicibile.
* Grazie a Ludò.
** M. E. Spiro, Buddhism and society. A great tradition and its burmese vicissitudes, University of California, Berkeley-Los Angeles 1982, p. 67.







E’ la maledizione dell’occidente. L’io-dio, mamma e papà, più papà che mamma. Il fatto è che agli occidentali non basta l’immanenza, non è mai bastata. Vedi Bataille.
La persuasione, al povero ragazzo (perché questo era) Carlo Michaelstaedter, non è servita a un granché.
p.s. non per fare complimenti, ma il tuo blog è tra i più interessanti che ci sono in giro.
Comment by Massimo — 29-09- 2009 @ 12:46 pm
Schiantare l’io. Rendersi la vita impossibile, e provare così tuttavia a vivere: ha un grande fascino, quello che dici.
Accogliere l’altro da sé in maniera così totale e senza difesa da farsene esplodere, esserne attraversati come da un vento che ti nebulizza, invasi tanto che non ci sia più un io, lasciarsene interrogare, scomporre, eventualmente distruggere. E non fermarsi, in questo, davanti a nessuno spavento.
Ha un fascino tremendo.
Ma è il tormento e l’estasi. Non è un semplice superare l’io, e il problema dell’io, raggiungere una consapevolezza o un’esperienza in cui il problema non si pone, e la distinzione fra “io” e “tu”, o le affermazioni “il sé esiste”, “il sé non esiste” diventano più che prive di significato: irrilevanti. E’ una violenta contrapposizione all’io, una prospettiva nella quale il soggetto è colpevole e va punito, annichilito nel non-io.
Una prospettiva nella quale fatico anche a vedere la relazione con l’altro - non la relazione con un non-io, ma l’esperienza di questo-altro-qui.
E parlo proprio di esperienza. Mi affascina che Capitini (di cui, confesso, non ho ancora capito quasi niente) parlasse di “esperienza religiosa”: è proprio così. Non “bisogno del sacro”, che mi piace poco, e neanche “sentimento religioso”, anche se è molto meglio. No: esperienza.
E ancora di più penso: troppo nettamente distingui. Il fantastico, la narrazione, non è detto che siano al servizio di una religione consolatoria: possono essere, anzi sono, modi per descrivere ed esprimere questa esperienza altrettanto adeguati e necessari di questo nostro parlare così libero (chissà) dalle superstizioni.
Comment by Ipazia — 03-10- 2009 @ 12:53 am