- Ogni concetto di “io sono”, “io ero” o “io vorrei” è simultaneamente una nascita. Questo è il significato di “nascita” nel linguaggio del Dhamma. Quindi, ogni volta che si incontra la parola “nascita”, bisogna fare attenzione a comprendere il suo significato nel suo contesto particolare.
“La nascita è sofferenza”. Queste parole significano che il genere di nascita egoistica appena descritta è sempre dolorosa e brutta. Vale a dire, se lasciamo che l’ “io” nasca in qualche modo, immediatamente compare la sofferenza. Vivere semplicemente e direttamente nella consapevolezza di “non-essere-io” è come essere non nati, senza sperimentare la sofferenza. Anche se la nascita fisica è avvenuta molto tempo fa, non c’è la nascita spirituale di un “io” egoistico.
Buddhadasa, Me and mine.
A Maurizio (una buona base per un buddhismo occidentale?) e Simona (è una fuga più accettabile?).







mi sembra che non sia una fuga neanche un po’, anzi sia quanto di più difficile, l’esercizio di una vita (e il donchisciotte che è in me dice: slurp! un difficile a cui attenersi!
)
Comment by Simona — 02-10- 2009 @ 8:21 pm
In tutti i contesti è inevitabile che ogni nascita produca una sofferenza. Sono le costruzioni mentali ovvero maya -l’illusione- che ci fa credere ciò che non è.
Io non credo che sia una buona base per un buddhismo occidentale. La lettura di questo testo chiarisce le idee a chi ha già conoscenza del Dhamma, ma non so fino a che punto si possa parlare di Dhamma.
Forse la risposta è fra il nichilismo e l’eternalismo. Non so, se non ci fosse comunque un continuum fra una vita e un’altra, allora il suicidio potrebbe essere un rimedio per porre fine alla sofferenza. A che serve la pratica del Dhamma?
Ci potrebbe essere qualcosa che passa da una vita all’altra, da un corpo all’altro: in ogni caso, non l’anima o qualcosa di simile. Il bagliore di una lucciola?
Comment by Maurizio — 02-10- 2009 @ 10:38 pm
Quando qualche anno fa mi sono avvicinato al buddhismo, mettendomi a leggere i discorsi più conosciuti e qualche altra lettura, qualcosa la ho sentita ostica, in un insieme per me di forte sintonica comprensione. Tra le cose ostiche, c’era questa della non nascita come cosa buona, da perseguire. C’era, e c’è, anche quella della rinascita intesa in senso letterale, materiale, e non psichico.
Ora, intesa come è detto in questo post, la capisco abbastanza bene, la non nascita. E tuttavia mi resta qualcosa che intendo farmi restare, una alterità intima da questo dire. Non nascita è parola nascita più un no: non mi piace, in prima reazione, avverto un urto, una attivazione contrappositiva - qualcosa che forse è avvenuto alla nascita.
Comment by romeo — 03-10- 2009 @ 9:15 am