Su Il Fatto Quotidiano di oggi è possibile leggere un esempio da manuale di quello che i logici chiamano argumentum ad hominem, che consiste nel mostrare la presunta contraddizione tra le affermazioni dell’avversario e qualche suo comportamento. Come esemplifica efficacemente Schopenhauer ne L’arte di ottenere ragione (stratagemma n. 16), se qualcuno difende il suicidio, gli si obietta: “Perché non ti impicchi?”. Nella conclusione di un articolo commemorativo di Norman Borlaug, il padre della rivoluzione verde, Antonio Pascale scrive: “Ci tocca assistere a quelli che contestano gli erbicidi e rimpiangono i tempi, quando tutto era più naturale, ma non si candidano mai a fare la mondina”. Proviamo ad estendere la logica. Non solo non potete chiedere una mela biologica se non l’avete seminata, coltivata e raccolta voi, ma dovete scordarvi di protestare contro gli interventi militari se non siete disposti ad andare sui luoghi del conflitto a fare da intermediatori nonviolenti (il direttore d’una rivista su cui scrivevo ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia attaccò i pacifisti pantofolai che guardano la guerra alla tv, come se quelli favorevoli alla guerra fossero tutti al fronte), o di protestare contro certa stampa se non sapete farvi il vostro giornalino di quartiere o almeno un blog di informazione alternativa.
Pascale se la prende con la sinistra - buona parte, per essere precisi - che invece di custodire le “sorti progressive, cioè la fiducia nel futuro e nell’intelligenza degli uomini”, si attarda intorno al valore del “naturale”, invadendo il campo della destra, che è quello della tradizione e del mito. “Per evitare la fatica di elaborare un nuovo piano strategico con dettagliata analisi costi/benefici, ha preferito mettere su un triste teatrino con due attori, da una parte il valore della tradizione dall’altra parte la corruzione della modernità”. A dire il vero, pensare oggi la politica vuol dire esattamente smantellare questo teatrino: ed è questo che hanno capito coloro che apparentemente invadono il campo della destra, e che non ha capito Pascale, che continua, lui, a ragionare in termini di teatrino, con la destra che è nostalgica e tradizionalista e la sinistra che è progressista e progressiva. Una distinzione, un immaginario che oggi occorre vagliare attentamente. Concetti chiave come tradizione, natura, comunità vanno ripensati a fondo. Che cosa vuol dire, ad esempio, tradizione? Esiste qualcosa che non sia tradizione? E’ tradizione ciò che appartiene al passato: ma al passato appartiene anche la modernità. Esiste dunque una tradizione industriale non meno di una tradizione contadina e pre-industriale. In entrambi i casi abbiamo a che fare con il mito: il fanatismo con cui nei decenni passati ci si è lanciati in imprese economiche ed industriali che hanno devastato il territorio e distrutto vite umane non è troppo diverso dalla esaltazione nostalgica di un mondo intatto prima di tali brutture. In entrambi i casi a muovere le scelte è una immagine ottimistica, mitica appunto, proiezione del nostro bisogno di rassicurazione.
A Pascale risponde indirettamente, nella stessa pagina del quotidiano, Massimo Fini, provando a spiegare cosa gli piace e cosa non gli piace di Beppe Grillo e del suo movimento. Fini è uno che ha seri problemi con la pars construens dei suoi ragionamenti, anche per un certo gusto della provocazione e del paradosso, ma nella pars denstruens spesso ci prende. Scrive oggi:

    Per me destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia: l’industrialismo. Nascono entrambe con la Rivoluzione industriale, sono illuministe, moderniste, ottiiste, economiciste, hanno entrambe il mito del lavoro […] e pensano che industria e tecnologia produrranno una tal cornucopia di beni da rendere felici tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente per i liberal-liberisti, la maggioranza di essi. Questa utopia bifronte è fallita.

Eccezionalmente, Massimo Fini azzecca in questo caso anche la pars construens. La questione, dice, è di uscire dal modello di sviluppo occidentale, di liberarsi dalla ossessione della crescita, di diventare più poveri. Questa cosa, verissima, non è né di destra né di sinistra. Nessun movimento politico, nessun partito, nessun candidato premier potrà presentare un programma che preveda la decrescita. L’imperativo categorico, il fondo comune di tutti i discorsi politici, è la crescita, lo sviluppo, l’aumento del PIL. La povertà è oscena. La decrescita una bestemmia. Eppure alcuni - e forse diventeranno molti, prima o poi - pensano che l’unica politica valida, urgente, irrinunciabile sia questa. Chi li rappresenta? Nessuno. C’è un vuoto, qui, che è forse il più significativo fatto politico degli ultimi anni. C’è una importante idea politica che non può essere rappresentata dai partiti politici. Forzatamente, essa dovrà prendere una via diversa: non la destra o la sinistra, ma il basso, una dimensione, un piano che viene prima ed è al di sotto della distinzione tra destra e sinistra. E’ l’aldilà, serissimo, del treatrino della politica. E in qualche modo, purtroppo - mi costa ammetterlo, perché detesto gli stratagemmi dialettici - per i sostenitori di questa politica teoria e prassi sono tutt’uno. In mancanza di rappresentatività, non resta che rimboccarsi le maniche e candidarsi a fare le mondine.