Tra i non molti maestri che ho incontrato all’Università c’è uno storico che era, allora, all’ultimo anno di insegnamento, ma che è ancora oggi attivo nonostante l’età avanzata. Riusciva, Vito Antonio Sirago - così si chiamava e si chiama - a parlare di storia romana mescolando con arte rigore e leggerezza, storia e aneddoto, ricostruzione scientifica e ricordi personali; e ragionava e faceva ragionare - cosa rara, nell’Università di allora, e meno che mai in quella attuale dei crediti e degli esoneri. Il suo ultimo corso era sul quarto secolo dopo Cristo, un periodo storico assolutamente fondamentale per la comprensione di molti fatti del passato e del presente. Nel suo libro L’uomo del IV secolo (Liguori, Napoli 1989) incontrai per la prima volta Ipazia:

    Ipatia raggiunse un tale grado di preparazione che fu ritenuta degna di reggere la cattedra di filosofia ad Alessandria d’Egitto, fra 395 e 515, otto Arcadio. Lei seguiva l’indirizzo neoplatonico e per qualche tempo rappresentò la resistenza pagana al Cristianesimo, come antesignana autorevole. Comunque non era settaria e si fece stimare da un gran numero di discepoli, come vediamo dagli scritti di Sinesio, notabile di Cirene, poi eletto vescovo dai suoi concittadini, che parla di Ipatia con somma venerazione. Proprio la sua cultura, il prestigio che godeva fu la causa della sua rovina: un brutto giorno del 415 un gruppo di fanatici cristiani, aizzato dal clero locale, si levò in tumulto contro l’ammiratissima professoressa, l’aggredì e la fece a pezzi, convinti d’essersi assicurati il paradiso con quel massacro (p. 206).

Non fu, Ippazia, l’unica vitima del fanatismo cristiano in quel secolo; né l’unica vittima donna. Essere pagani poteva costare la vita, ma anche essere diversamente cristiani. E’ il caso della povera Eucrozia, vedova di un famoso poeta di Bordeaux, , che fece una fine non meno tragica, come testimonia Pacato:

    La moglie di un illustre poeta fu trascinata al patibolo da un uncino. A una vedova si faceva rimprovero e biasimo di una pietà eccessiva (nimia religio) e troppo zelo nell’adorare Dio (diligentius culta divinitas). Quale accusa poù grave di questa poteva lanciare un sacerdote accusatore? (p. 281).

E’ da questa ferocia che nasce l’Occidente cristiano. Ma è anche, questa ferocia, il rimosso dell’Occidente. Mentre la Chiesa calebra quotidianamente i suoi santi e martiri veri o immaginari, non è lecito parlare delle terribili violenze dei cristiani sui pagani e sugli ebrei né della persecuzione nei confronti di coloro che gli storici continuano a chiamare eretici, replicando all’infinito il giudizio di quanti, avendo mescolato Dio e la violenza, hanno realmente corrotto la religione. E’ per questo che, mentre si finanzia con trenta milioni di euro - soldi degli italiani - un film sul Barbarossa ed Alberto da Giussano, solenne buffonata in costume voluta dai raffinati intellettuali della Lega, si blocca l’arrivo nelle sale italiane di Agora di Alejandro Amenabar, film ambizioso e costoso, con ogni probabilità tutt’altro che un capolavoro, ma è anche un atto di coraggio e di apertura intellettuale. Quella apertura possibile nella Spagna di Zapatero (Agora è anche, pare, il film più costoso della storia del cinema spagnolo) e che invece fa tremare al solo pensiero l’Italia berlusconiana, con i suoi Padre Pii televisivi, gli Alberto da Giussano in camicia verde, le rigorose ricostruzioni storiche di Voyager.