La cultura minore di Franco Marasca
Ieri sera ho ricordato Franco Marasca a Troia, a dieci anni dalla scomparsa ed in occasione della intitolazione a lui della nuova biblioteca comunale. Questo è il testo del mio intervento.
È quasi inevitabile, quando ricordiamo una persona che abbiamo amato, indulgere alla retorica - cercare belle parole, belle immagini che siano all’altezza dei sentimenti che proviamo. Ma non a tutti si addice la retorica. Vi sono persone che hanno vissuto limpidamente, con sobrietà, attenti all’essenza delle cose, nemici di ogni orpello. Chi parla di loro deve fare attenzione: ogni parola di troppo rischia di essere una offesa alla memoria. Ci sono persone di cui bisogna parlare con castità di linguaggio, misurando le parole – poiché la misura è stata la regola stessa della loro vita. Franco Marasca è stato tra queste. Proverò dunque a dire di lui senza retorica.
La mia frequentazione di Franco risale, credo, al ‘96. Ero allora un ventenne disoccupato, con in tasca la laurea e una gran confusione riguardo al modo di usarla. Mi venne in mente, tra le altre cose, che avrei potuto provare a fare il giornalista. Scriveva mi piaceva, e forse un po’ sapevo farlo. Presi così il telefono e chiamai la redazione del più grande giornale pugliese. Nella mia infinita ingenuità, credevo che bastasse chiedere. E invece no, non bastava chiedere. Almeno non nel caso di quel giornale. Ebbi la fortuna di non demordere, di perseverare nella mia ingenuità. E fu così che chiamai Franco Marasca. Conoscevo le Edizioni del Rosone per aver letto un libretto di Leonardo Scopece, Foggia, una città da amare, ed un libro di poesie di Emilia Berlantini (Azzurri spazi), una giovane poetessa scomparsa prematuramente. Di entrambi i libri avevo apprezzato l’eleganza grafica e la cura editoriale. Fino ad allora ignoravo, però, che le Edizioni del Rosone pubblicassero anche dei giornali.
Telefonai, dunque, pronto a ricevere un rifiuto, non necessariamente garbato. Trovai invece una persona che mi ascoltò con attenzione, e mi propose un appuntamento per il pomeriggio stesso. Fu così che andai per la prima volta in via Zingarelli 10. Franco Marasca mi venne incontro affabile, in grado di vincere la mia timidezza quasi patologica e di mettermi subito a mio agio. Mi chiese dei miei studi e dei miei interessi, poi mi diede due libri, un romanzo ed un libro di poesie, e mi propose di farne una recensione. Mi metteva alla prova. Tornai da lui dopo qualche giorno, con le due recensioni. Una uscì subito sul Provinciale. Avevo superato l’esame.
Ho collaborato per qualche anno sia al Provinciale che al Rosone. E gradualmente, con un ritmo reso lento dalla mia scarsa facilità nelle relazioni, sono entrato nel mondo umano e culturale di Franco Marasca. Devo ammettere che all’inizio mi provocava qualche disagio scrivere su un giornale che si chiamava Il Provinciale. Mi sembrava che in quella rivendicazione di provincialità - non, certo, di provincialismo - vi fosse una tentazione cui sarebbe stato bene resistere, il richiamo del locale che rischia di diventare una gabbia, di imprigionare il pensiero, di mutilare gli interessi e le passioni. Solo con il tempo ho compreso la complessità del programma culturale di Franco Marasca. Non si trattava (non si tratta: poiché è un progetto che non si è concluso con la sua scomparsa) di contrapporre il locale al globale, e di chiudersi nel primo, cercando l’abbraccio rassicurante della propria terra in un mondo sempre più difficile da comprendere. Franco era, del resto, l’esatto contrario del provinciale: si era formato a Milano, dove si era integrato perfettamente nel mondo culturale, conosceva e parlava correntemente l’inglese ed il russo, aveva viaggiato quanto basta per apprezzare le differenze culturali. C’era al fondo del suo progetto culturale, mi sembra, una intuizione di grande attualità. Rileggo l’editoriale del primo numero del Rosone, la sua prima creatura, risalente al lontano 1978. Il titolo è L’orgoglio della propria terra. Esiste, scriveva, “tutta una cultura minore da salvaguardare e da rivalutare, che abbraccia il dialetto, le tradizioni popolari, senza escludere la vita artigianale ed agricola che hanno sempre costituito la principale attività della nostra terra”. Nell’editoriale del numero 3 torna sul concetto di “cultura minore”, e scrive: “Si è forse capito che nel mondo, oltre ai cosiddetti ‘grandi’ che hanno spadroneggiato, vi era la massa dei ‘minori’ che ha dato un contributo probabilmente più grande e incisivo alla civiltà”. E’ chiaro che non si tratta del campanilismo becero e sostanzialmente mistificatorio di chi fa di ogni tugurio un luogo eccezionale, grazie al passaggio vivificante di questo o quel personaggio storico, di chi cerca scioccamente di riscattare la miseria attuale con qualche pretesa grandezza passata. In ciò non c’è alcuna contestazione della cultura dominante: si cerca semplicemente di inserire in essa la dimensione locale, sforzandosi di mostrarne la centralità. Mi sembra invece che l’approccio di Franco Marasca contenga una contestazione della cultura dominante, la rivendicazione di un punto di vista diverso non solo perché centrato sul locale, ma anche e soprattutto per l’attenzione a soggetti che nella cultura dominante non hanno cittadinanza. Il provincialismo rivendicato da Marasca è la cultura degli artigiani, dei contadini, di quegli umili che per secoli hanno fatto la storia, lontano dal clamore dei regni e delle battaglia. Nell’editoriale citato leggo ancora che un tale progetto culturale “ha poco a che vedere col dubbio conservatorismo esercitato da poche persone ‘colte’ che tendono, se mai, a conservare in casa propria reperti archeologici ed altri oggetti d’arte, nella speranza che un domani aumentino di valore”. C’è una polemica, in queste parole. Una polemica appena accennata, nello stile di Franco Marasca, che amava poco alzare la voce; ma non per questo meno ferma. E’ la polemica contro una certa figura di intellettuale locale, che si insterilisce nella ricerca collezionistica di fatti e fatterelli, nella rivendicazione di improbabili primati, con lo sguardo costantemente rivolto al passato, sordo e cieco a quel che accade intorno. La predilezione di Marasca va per quello che potremmo chiamare intellettuale-etnografo, un ricercatore non necessariamente accademico, che abbia la capacità di interpretare il territorio, di ascoltare la gente umile, di valorizzare i mestieri ed i saperi popolari, di comprendere la dignità ed il valore culturale della gente semplice.
Negli anni che ci separano da quel 1978 molte cose sono cambiate. Sono tramontate le grandi ideologie, le contrapposizioni politiche a carattere quasi religioso, le contestazioni e le lotte operaie. L’Italia appassionata e conflittuale degli anni Settanta ha ceduto il posto a quella crassa, volgare, stordita dalla televisione e ferita dalla mafia degli anni Ottanta, e poi a quella sempre più anonima dei due decenni successivi. Credo che sia difficile esagerare il ruolo che ha avuto nel nostro paese la televisione negli ultimi decenni. Uno strumento efficacissimo nelle mani del potere per addomesticare, orientare, modellare la gente, per spegnere le passioni, per distrarre, per orientare le energie collettive. E, soprattutto, per omologare. Si riconosce alla televisione il compito di aver compiuto l’unificazione linguistica del nostro paese, facendo dell’italiano la lingua comune. Ed è vero. Ma non è stata imposta solo una lingua unica. Sono stati imposti gradualmente identici bisogni, un identico immaginario, una sola pseudo-cultura e pseudo-identità. Le differenze locali e di classe, come già notava Pasolini, sono state distrutte.
Ecco dunque il senso e l’importanza del progetto culturale di Franco Marasca in questi decenni. Si è trattato di un’opera di resistenza, di una rivendicazione della differenza culturale in un’epoca di omologazione. Resistenze simili sono affiorate ed affiorano qua e là, in Italia e nel mondo, come reazione alla globalizzazione, che spinge verso una omologazione su scala mondiale. Resistenze che prendono spesso la forma della rivendicazione localistica dai toni più o meno apertamente razzistici e xenofobi. È questo un esito possibile della ricerca della differenza in tempo di globalizzazione, ed è anche per questo che l’esempio di Franco Marasca e la sua attività culturale sono di particolare importanza. Mostrano la via di una rivendicazione della differenza che non diventa isteria identitaria, di una attenzione al locale che non si chiude al mondo, ma cerca nel locale le risorse per affrontare i problemi stessi del mondo. Mi piace considerare questa rivendicazione affine allo swadeshi di Gandhi, un costrutto che includeva la valorizzazione delle risorse economiche della propria terra, l’attenzione e la dedizione alle persone che ci sono vicine e l’apertura al mondo intero. Gandhi chiariva quest’ultimo punto con l’immagine dei cerchi oceanici: ogni villaggio è in relazione con un gruppo di villaggi, che sono in relazione con la regione, che è in relazione con il paese, che è in relazione con il mondo. Il nostro villaggio è immerso in una rete infinita di relazioni. Il modo migliore per prenderci cura del mondo è quello di prenderci cura del nostro villaggio, del nostro paese, della nostra città. Senza chiusure e fanatismi identitari, avendo sempre a cuore le sorti dell’umanità intera, di cui non siamo che un frammento.
Sia chiaro: nelle annate del Rosone e del Provinciale non manca, qua e là, qualche caduta nel provincialismo vero e proprio, quando non nel campanilismo. Ma il più delle volte mi sembra che Franco Marasca sia riuscito a mantenersi all’altezza dei suoi propositi. Di certo gli va riconosciuta la capacità di fare della casa editrice e delle sue riviste un attrattore per alcuni dei migliori intellettuali della Capitanata. Parlare di Marasca vuol dire anche parlare di loro. Per fare solo qualche nome: Pasquale Soccio, Stefano Capone, Giuseppe De Matteis, Marcello Ariano, Mario Pernice, Michele Urrasio, Benito Mundi. Per Soccio aveva un rispetto che sfociava nella venerazione. Mi ricordo quando me lo presentò. Fui sottoposto immediatamente ad un rigorosissimo esame per saggiare la mia preparazione culturale, che per mia fortuna superai in modo più o meno brillante. Credo che ci sia da qualche parte una foto di quel pomeriggio: Soccio seduto al suo enorme tavolo di legno ricoperto di libri, con una posa vagamente profetica, Marasca piegato ad ascoltarlo ed io in un angolo, bloccato dalla timidezza. Avrei frequentato assiduamente Soccio negli anni successivi, venendo a sapere di serate che coinvolgevano alcune delle persone che ho appena citato; serate di discussioni culturali accompagnate da buon vino o grappa. Marasca non mancava mai a queste serate, alle quali io non ero invitato, credo, per la mia giovane età e per la timidezza (e per giunta ero astemio). Chi gli era più vicino per sensibilità e cultura era però Stefano Capone, una figura che mi piace ricordare questa sera insieme a quella di Franco. Stefano era un ricercatore di razza, uno che sapeva scavare negli archivi fino a trovare ciò che cercava, nonostante i limiti di una vista precaria. Era questo che colpiva in lui: lo spirito di sacrificio, accompagnato da una umiltà fuori dall’ordinario in una città in cui i cosiddetti intellettuali si riconoscono spesso per l’arroganza ed il narcisismo. Parlava con un filo di voce, Stefano; bisognava fare attenzione se si voleva capire quello che diceva, ma ne valeva la pena, perché le sue parole erano esatte.
Franco Marasca era un moderato, dal punto di vista umano prima ancora che politico. Era un uomo della continuità, non della rottura; del dialogo, non della polemica. In questo eravamo diversi: ma tale era la sua volontà di dialogo, che riuscivamo ad intenderci anche nella diversità. Non aveva, tuttavia, nessuna piaggeria nei confronti dei cosiddetti poteri forti. Una volta gli proposi un articolo che attaccava con una certa durezza le forze dell’ordine, colpevoli di aver rivoltato come un calzino un campo Rom in seguito al verificarsi di diversi casi di furti negli appartamenti. Denunciavo la violenza di un’irruzione alle cinque del mattino motivata solo da pregiudizi razziali, che non aveva naturalmente portato ad alcun esito. Franco lo pubblicò senza battere ciglio. Qualche tempo dopo me ne venni con una stroncatura della lettera pastorale dell’allora vescovo di Foggia, monsignor Casale. Franco pubblicò anche quella, anche se nella forma meno compromettente della lettera al direttore. Mi piace pensare che dietro queste scelte vi fosse la fiducia ed il rispetto nei miei confronti, ma non escludo che ne approvasse anche la sostanza, che la sua moderazione non gli impedisse di attaccare, quando necessario, le autorità.
Franco Marasca è stato un uomo fortunato, perché ha avuto il privilegio di fare cose che gli davano gioia. Gli dava gioia il lavoro di docente, peraltro amatissimo dai suoi studenti. Gli dava gioia il suo lavoro di editore. Per lui l’uscita di ogni nuovo numero dei suoi giornali era una vera e propria festa, così come l’uscita di ogni nuovo libro. Era un editore in senso pieno: seguiva con cura estrema ogni fase della produzione, passava molto tempo in tipografia, amava l’odore della carta e dell’inchiostro. Ed era attentissimo all’eleganza grafica, alla qualità dei materiali, alla cura editoriale. Gli davano gioia la sua casa di campagna e le terre che sapeva lavorare con la sapienza dei nostri contadini. Un giorno lo accompagnai a Troia. Di ogni appezzamento di terreno nei dintorni della città seppe dirmi il proprietario e la storia. Amava profondamente la sua terra, e l’amore porta sempre alla conoscenza.
La malattia lo colpì all’apice del suo successo e lo lasciò stordito, attonito, incredulo. Lo frequentai poco in quel periodo, preso dal mio lavoro. E non compresi la gravità della situazione – o forse non volevo crederci. Un pomeriggio mi recitò i versi del Machbeth di Shakespeare. Li leggo in italiano, perché non sono bravo come lui con l’inglese:
La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla.
(Machbeth, atto V, scena V).
Venni a conoscenza della sua scomparsa nel modo peggiore. Non sapevo del suo ricovero a Milano e dell’aggravarsi del male. Avevo la mattina libera e pensai di passare da via Zingarelli, visto che mancavo da un po’ di tempo. Trovai il manifesto che annunciava che Franco non era più tra noi. Non credo di riuscire a trovare le parole per dire quello che provai.
Ho pubblicato con le Edizioni del Rosone quasi tutti i miei libri. Quando proposi a Franco la pubblicazione del mio primo libro ero un giovane precario squattrinato. Franco lesse con attenzione il mio lavoro, lo apprezzò, decise di pubblicarlo e si diede da fare per promuoverlo. Anche se non era un libro di argomento locale, ma di filosofia. Parla, quel libro, di Aldo Capitini, il più importante filosofo italiano della nonviolenza. Capitini ha anche riflettuto a lungo sulla morte, o meglio sul rapporto tra i vivi e i morti. I morti, sosteneva, continuano ad essere presenti accanto ai vivi. Sono con noi tutte le volte che realizziamo i valori: nei valori i vivi e i morti sono compresenti, lavorano e gioiscono gli uni accanto agli altri. Oggi Capitini mi aiuta a trovare Franco. Lo sento vivo, presente, nei valori che ha perseguito per tutta la vita. Sento forte, ancora a distanza di dieci anni, la sua presenza nel suo ufficio di via Zingarelli. Le sue creature – la casa editrice, i giornali, le riviste – continuano nel solco da lui tracciato, perseguendo il suo stesso ideale di una cultura minore, il suo umanesimo, la sua attenzione agli umili, grazie all’impegno della moglie Falina e della figlia Marida. Il catalogo della casa editrice si è arricchito di nuove collane, è nata una nuova rivista come Educazione Democratica, di cui ho il piacere di essere direttore scientifico, è stato stabilito un rapporto importante con l’Università ed uno non meno importante con le scuole. La sede di via Zingarelli si è ingrandita grazie all’acquisizione di una nuova sala, che può e deve diventare uno dei luoghi della cultura foggiana. Ma non è stato fatto un solo passo senza tener conto della presenza di Franco, senza chiedersi cosa ne avrebbe pensato, senza preoccuparsi di continuarne in modo degno l’opera.
Nel già citato editoriale del numero 3 del Rosone Franco lamentava la difficoltà di fare cultura in questo contesto. “Non c’è niente – scriveva – che riesca a scuotere ‘le terre sonnolenti’ della nostra Puglia e della nostra Capitanata in particolare. E così, anche una pubblicazione come ‘Il Rosone’, che in altre regioni verrebbe promossa e finanziata dalle stesse istituzioni, non ottiene da queste che una vaga solidarietà di parole”. Era il ‘78, ma sono parole che potrebbero essere state scritte oggi. Le difficoltà di fare cultura in Capitanata ed a Foggia in particolare sono enormi. La città capoluogo sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia recente, con le casse comunali vuote, l’immondizia per le strade, l’abbandono di interi quartieri, la gravissima emergenza sociale, gli omicidi e le rapine. È il frutto malato di molti anni di cattiva amministrazione, di corruzione, di politica clientelare. La città è paralizzata, incapace di reagire, di sollevarsi dal pantano in cui è precipitata. È importante oggi più che mai riprendere il progetto di Franco di una cultura minore, che soccorra il territorio, gli vada incontro, lo interpreti, e si faccia fattore di sviluppo. Ed è importante oggi più che mai che chi ha in mano la cosa pubblica sostenga chi si sforza – meglio sarebbe dire: lotta – per fare cultura con qualcosa di più di “una vaga solidarietà di parole”.


What a material of un-ambiguity and preserveness of valuable experience concerning unexpected emotions.
Comment by buy phen375 cheap — 08-01- 2013 @ 5:18 am