Se i paragrafi di questo libro avessero i titoli, questo dovrebbe intitolarsi «Il mistero di O.» La vita di tutti è inframmezzata di misteri: intendo quegli enigmi quotidiani nei quali di tanto in tanto ci imbattiamo - non propriamente aperture sull’assurdo o sull’incomprensibile, ma fatti che sfidano le nostre capacità di comprensione senza tuttavia toglierci la fiducia nella possibilità di venirne a capo. Qualcosa su cui esercitare a lungo la riflessione, come un rompicapo conservato nel fondo della tasca del giaccone.
Il mistero, dunque. Qualche anno dopo - due, forse tre - la fine della mia prima supplenza sono in giro con un’amica in una zona della città che non ho mai frequentato granché. È tardo pomeriggio, la zona è buia e quasi deserta. Sentirmi chiamare - «professore!» - e ritrovarmi addosso un ragazzino che mi abbraccia con una tenerezza indimenticabile è tutt’uno. Mi occorre qualche attimo per realizzare: si tratta di O. Mi è venuto incontro e mi sta abbracciando. Non ho il tempo di pormi il problema di come reagire. Un istante dopo un uomo gli lancia un’occhiata con la quale lo richiama all’ordine. O. torna al suo posto. Che è, vedo, quello di garzone di officina. Sta cercando di imparare a fare il meccanico, e quell’uomo è il suo padrone. Per il sottoproletariato meridionale non esiste il datore di lavoro, queste ipocrisie appartengono ad altre latitudini. C’è il padrone.
Il mistero: O. sfugge al padrone per un attimo e viene ad abbracciarmi. O. il duro, O. che per nulla al mondo avrebbe manifestato la minima attenzione, la minima considerazione, il minimo rispetto nei confronti di qualsiasi rappresentante dell’istituzione scolastica.
Cosa è accaduto, quel pomeriggio?
[Da La barchetta di Virginia, nuova edizione ampliata, in preparazione.]