A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. (Luca, 6, 29-31).

Non occorre essere cristiani e possedere quella cosa singolare che chiamano fede per riconoscere in questo passo evangelico una posizione etica di straordinaria altezza e purezza. Ma è una purezza che non è del tutto al di là di ogni possibilità di macchia; una altezza che può essere ridimensionata da interpretazioni volgari e di corto respiro.
Ragioniamo. La non resistenza al male è morale - profondamente morale - nel caso sia mossa da un intento pedagogico verso l’aggressore. Chi fa il male si aspetta che si reagisca con il male; se ciò non accade, può essere che rimanga confuso, e che da questa confusione venga fuori un uomo nuovo. E’ quello che succede a Jean Valjean, il protagonista dei Miserabili di Victor Hugo. Uscito di galera, viene ospitato benevolmente per la notte dal vescovo di una cittadina. Prima di andar via, al mattino, pensa bene di sottrargli due candelieri d’argento. I gendarmi fermano Valjean e lo riportano dal vescovo. Grande è il suo stupore quando il vescovo afferma che quei candelieri non sono stati rubati, ma sono un suo regalo al viandante. Stupore che porterà l’ex galeotto ad un profondo lavoro della coscienza, da cui verrà fuori un uomo nuovo, capace di spingersi fino al sacrificio per affermare i suoi ideali di onestà e bontà.
Il gesto del vescovo è stato profondamente morale perché mosso da un intento di conversione, da una finalità pedagogica.
Ma il significato della non resistenza potrebbe essere diverso. Se amo realmente il prossimo, compreso il mio nemico, io dovrei volere la sua salvezza. Ora, se gli consento di fare il male, senza oppormi, può essere che io lo stia semplicemente lasciando libero di distruggersi da sé. In questo caso io gli faccio del male, consentendomi di farmi del male. Poiché, come dice il Socrate platonico, fare il male è peggio che riceverlo, io so che il male che sta facendo a sé stesso è di gran lunga maggiore del male che fa a me.
Quale è il vero senso della non resistenza al male cristiana? Verrebbe da dire il primo, quello alto e puro. Ma poi si leggono nella Lettera ai Romani (12, 19-20) queste parole di Paolo di Tarso:

Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Se il tuo nemico ha fame, dagli del cibo; se ha sete, dagli da bere: facendo così, accumulerai carboni accesi sul suo capo.

Qui non c’è alcun intento pedagogico; al contrario. Qui si fa bene al nemico solo per fargli del male. Lo si lascia agire, non lo si contrasta, confidando nell’ira divina. Non c’è alcuna vera rinuncia alla violenza: la violenza è semplicemente rinviata, delegata a Dio.
Il fatto che Paolo sia tutt’altro che un personaggio secondario - per molti, il vero fondatore del cristianesimo - getta un’ombra su quelle parole pur così belle del Vangelo.
E’ possibile leggere il Vangelo senza l’ombra della Lettera ai Romani? Più in generale: è possibile un cristianesimo senza l’ira di Dio? Senza il giudizio? Perché - è chiaro - l’amore del nemico è solo una burla, se non ci si libera dell’idea di un Dio che punisce i malvagi - ed è chiaro che i nostri nemici sono malvagi. C’è un odio latente nel cristianesimo, che più volte emerge in piena luce, con le conseguenze drammatiche che ben conosciamo. Mi piace pensare che sia un odio introdotto da Paolo, che avrebbe inquinato la sorgente pura del messaggio evangelico. Ma è possibile un cristianesimo non paolino?