La mia ex non vuole vedermi né parlarmi. Nemmeno la mia ex-ex vuole vedermi né parlarmi. La mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex sono troppo impegnate a mandare la gente in galera, immagino, per chiedersi se vogliono vedermi o parlarmi. La mia ex-ex-ex-ex-ex si è appena sposata, ed anche lei ha di meglio da fare che desiderare di vedermi o di parlarmi. Io, al contrario, vorrei vedere la mia ex, e anche la mia ex-ex, e nemmeno mi dispiacerebbe scambiare due parole con la mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex (magari non comparendo davanti a loro come imputato) o con la mia ex-ex-ex-ex-ex. Questo desiderio, che io considero umanissimo, a quanto pare avanza una pretesa assurda. Le relazioni spezzate esigono muri invalicabili, silenzi impenetrabili, abissi di lontananza, frementi di sdegno e o di indifferenza. Io stento a capire, davvero. Nelle notti insonni, che con l’avanzare degli anni germinano non come una minaccia, ma come un soccorso del tempo alla mia pochezza, uno strumento per temprarmi proiettando sul soffitto pensieri e sentimenti, torna insistente questo, tra i mille incomprensibili: che chi era accanto ora sia infinitamente lontano, e che ogni mano tesa, ogni parola gettata nello zwischen non ottenga altro risultato che aumentare la distanza e il distacco, risvegliare il dolore che s’era fatto quieto disagio, ferita sordamente dolente più che aperto squarcio - e sanguinante. Ricostruisco, certo, i ragionamenti, le scelte, le necessità di questa distanza, ma qualcosa resta impenetrabile, sempre al di là della mia capacità di comprensione. E penso, ecco, che sia una mancanza epocale, un impaccio del nostro tempo, pieno di cose alle quali non siamo preparati.
L’etica, diceva qualcuno, è la grammatica dei rapporti umani. Ma un difetto delle grammatiche, e dei dizionari, è quello di non essere sempre aggiornati. La lingua, la parola cambiano, ma le grammatiche stentano a registrare i cambiamenti, e si trovano di fonte al problema di capire cosa è innovazione e cosa è semplice errore. Così l’etica. Abbiamo una grammatica dei rapporti umani non non aggiornata. Un tempo si viveva insieme tutta la vita. E l’errore, il peccato erano nel tradimento di questo patto per la vita, nella offesa alla solennità del matrimonio, al vincolo sacro ed inviolabile. Il nostro non è più tempo di vincoli sacri e inviolabili. E’ il tempo dell’amore liquido, secondo l’interpretazione di un sociologo non a caso famoso più di ogni altro (il quale, noto di sfuggita, interpretando la società alla luce della categoria della lliquidità contribuisce a far sì che il mondo sia effettivamente liquido, secondo il ben noto teorema di Thomas). Saperlo, però, non ci aiuta ad orientarci. Non siamo attrezzati ancora per vivere nel mondo delle relazioni fragili. E’ come se parlassimo una lingua, ma la pensassimo secondo una grammatica desueta. Ci sforziamo di parlare come dovremmo - come non si usa più -, ma non ci riusciamo, ed allora ce la prendiamo con l’interlocutore, o con noi stessi, o con noi stessi e l’interlocutore al tempo stesso, o con noi stessi e di riflesso con l’interlocutore. Attraversiamo, insomma, tutte le infinite sfumature del risentimento. Il nostro ex interlocutore è una figura imbarazzante, rappresenta null’altro che questa nostra caduta, il fallimento in una cosa per la quale di eravamo impegnati tanto. Può essere che sia così. Ma qualcosa continua a sfuggirmi. Un tempo, penso, gli amori avevano il respiro di una vita, e il tempo era il loro banco di prova; oggi la loro dimensione è il momento. Forse non c’è nessuna vera perdita, in questo: semplicemente l’intensità prende il posto dell’estensione. Il momento del parlare schietto, prima che la grammatica prenda il sopravvento, è grazia pura, scala al cielo, instaurazione felice di un essere di là da ogni ipotesi di male, di mancanza, di perdita. La perdita accade, poi: eppure quel momento resta irrevocabile. Questa irrevocabilità esige il distacco e il silenzio, per non insultare con una imbarazzata quotidianità la solennità di quell’acquisto custodito dentro? Può essere. O forse è soltanto, appunto, un problema di grammatica. Il tempo forse ci porterà una grammatica degli addii. Impararemo a dire una parola gentile a chi abbiamo amato, a chi ci ha amato, a fargli capire che è con noi, per sempre, anche se la nostra vita ha preso una direzione diversa, ad allungare una mano senza aver paura di cadere nel vuoto della presenza.