Scrive Gandhi:
- Tutte le religioni del mondo descrivono Dio in primo luogo come Amico di chi non ha amici, Aiuto dell’indifeso e Protettore del debole. A parte il resto del mondo, in India chi è più privo di amici, indifeso e debole dei quaranta milioni e più di hindu dell’India che sono classificati come intoccabili? Se, quindi, un parte del popolo può essere indicata come ‘uomini di Dio’, essi sono sicuramente queste persone indifese, senza amici e disprezzate.
I cristiani troveranno una profonda affinità tra questa affermazione e quanto si legge sul Vangelo sulla pietra scartata che diventa pietra angolare (Matteo, 21, 42, citando il Salmo 117). È qui che la religione giunge al punto di massimo attrito con il mondo, è qui che essa giunge a toccare l’origine stessa della violenza. L’affermazione della sacralità della persona umana, più o meno esplicita nelle diverse società, si scontra sempre contro la dissacrazione di alcuni soggetti, contro i quali si perviene spesso al vero e proprio massacro, come atto finale e conseguente della negazione della sacralità dell’essere umano. È sacro il membro della propria comunità, non è sacro il nemico, che è possibile uccidere senza che ciò comporti colpa. All’interno della stessa società vi sono soggetti non sacri. I folli e i criminali rientrano in questa categoria. I primi non sono sacri perché le loro azioni sono imprevedibili, e quindi sfuggono al reciproco rassicurarsi che fonda la sacralità della persona all’interno della comunità; i secondi un tempo erano sacri, ma poi hanno compiuto una colpa che li ha fatti precipitare oltre la sfera del sacro. I manicomi e le carceri sono le istituzioni nelle quali tradizionalmente in occidente si è praticata la dissacrazione. Per il massacro, ci si è serviti degli ebrei e dei Rom. Oggi sono rimasti questi ultimi, a rappresentare gli uomini non sacri, gli uomini dissacrati e massacrabili. La loro posizione in occidente, e segnatamente in Italia, è del tutto simile a quella degli intoccabili in India. In Italia i Rom vivono in accampamenti al di fuori della città, disprezzati e oggetti spesso di violenza, vittime di un razzismo che giunge a negare loro qualsiasi umanità e filtra nelle stesse istituzioni. Come in India la retorica dell’ahimsa, che afferma il valore della stessa vita animale, si scarica poi sugli intoccabili, così nell’Italia cristiana e cattolica la retorica del prossimo trova un limite preciso nel Rom, che diventa il più lontano, colui in cui non è possibile riconoscere un uomo.
L’affermazione della sacralità degli intoccabili – che siano i paria indiani o i Rom in Italia – porta con sé, in modo più o meno consapevole, uno svelamento ed una condanna del sistema sacrificale su cui si fondano le nostre società, nelle quali la sacralità degli uni è affermata a spese della non sacralità di altri. I toccabili e gli intoccabili sono due facce di una stessa medaglia. Anche i primi, in realtà, hanno una loro forma di intoccabilità. Soprattutto nelle società occidentali, ogni contatto fisico non autorizzato è considerato una cosa disdicevole, una mancanza per la quale occorre chiedere scusa. Nessun corpo può essere toccato o semplicemente sfiorato senza permesso. Linguisticamente, questa intoccabilità è espressa con le forme di cortesia, con il dare dei lei, che esprime rispetto e segna la giusta distanza tra le persone. Gli altri, gli uomini non sacri, sono invece toccabili, quando ciò non generi disgusto. Nei loro confronti si usa tu che, se può essere indice di un rapporto simmetrico, paritario, vale invece nel caso specifico ad annullare la distanza, ad infantilizzare ed inferiorizzare l’interlocutore. Gli uomini non sacri possono essere toccati dalle forze dell’ordine, dal sistema di controllo sociale e poliziesco, che può operare sul loro corpo ciò che sarebbe impensabile fare agli uomini sacri. Dichiarare sacri anche questi ultimi, anzi, dichiararli più sacri degli altri, significa andare al cuore del sistema sacrificale, aggredire il meccanismo violento delle società e porre le premesse di una vera società nonviolenta. Non vi sarà vero Swaraj, vera indipendenza per l’India, sosteneva Gandhi, fino a quando vi saranno in India persone trattate con lo stesso disprezzo con cui gli inglesi trattano gli indiani.
Dal mio libro su Gandhi, pp. 33-34. A proposito di questo.
La protagonista della storia che sto per raccontare non ha un nome. Di questi tempi, in questo paese, avere un nome è un privilegio che non a tutti è concesso. Come la cittadinanza, il nome è la pelle che fa di qualcuno un essere umano, da riconoscere e rispettare come tale, nei cui confronti è lecito esercitare violenza solo nei casi previsti dalla legge. Senza la pelle del nome e della cittadinanza, non si è nemmeno esseri umani. Si è insieme raccapricciante di muscoli e grasso, di nervi e tendini; si è pre-umani, pre-civili; si è qualcosa di intermedio tra l’animale e l’uomo.





