“Questo è il ghetto di Rignano, e questa è piazza della moschea”. Maria scrive sul bianco della lavagna con un pennarello verde. I ragazzi copiano sui fogli. Osservo uno di loro: c’è tanta attenzione nel suo fare, che sembra che da quella frase dipenda la sua vita. La moschea si intravede dietro la lavagna. E’ un piccolo riquadro di terra battuta delimitato da tre lati da pannelli di legno conficcati nel terreno. Dove siamo è invece la scuola: tre metri di terra battuta coperti da un telo verde per proteggersi dal sole e una lavagna. Il ghetto di Rignano è come quando i bambini piccoli disegnano qualcosa, e tu chiedi cos’è, e loro si inventano le cose più incredibili, che nulla sembra legare a quei segni confusi. Ecco: dicono moschea, dicono scuola, ed è solo terra battuta. Dicono albergo, ed è una baracca in legno. Dicono bar, ed è una baracca uguale alle altre. Solo una cosa sembra essere come dev’essere: il bordello. Una baracca anch’esso, ma a un bordello nessuno chiede di essere nulla di meglio di una baracca.
Il bordello si trova accanto alla moschea, davanti alla scuola. Bordello, moschea e scuola sono concentrati in pochi metri quadri. E’ come se la necessità avesse concentrato le funzioni essenziali della vita: pregare, imparare, fottere. C’è un altro bordello, dall’altra parte del ghetto. Lo si riconosce per la bandiera della pace.
Il ghetto. Cinquecento persone, gettate sotto il sole bestia della campagna foggiana. I più fortunati vivono in casolari abbandonati, senza luce né acqua. Gli altri nelle baracche. Uomini, donne, bambine allegrissime con le treccine. Gli uomini sono le non-persone di cui ha bisogno l’economia locale per sopravvivere. Si chiede loro di usare le braccia, e per il resto di scomparire in un buco profondo, di non farsi vedere, di non parlare, di non esistere. Di chiudersi, appunto, nel ghetto. Le donne sono prostituite nigeriane. Agli occhi degli italiani hanno lo stigma della professione; ma loro protestano: noi siamo cristiane, quelli musulmani.
L’acqua arriva con le autobotti mandate dalla Regione. Ma non arriva sempre. E quando non arriva si beve l’acqua per l’irrigazione.
La scuola continua. Un ragazzo è più avanzato degli altri, è bene fargli lezione a parte. Vediamo un po’ i verbi, poi lo invito a scrivere qualcosa. Cosa? Non so, dico; parla della tua giornata. Scrive: mi sono alzato alle sei, sono andato a raccogliere i pomodoro (non gli riesce proprio di scrivere pomodori), soldi pochi, lavoro mi piace, non mi stanco. Non ti stanchi?, chiedo. No, conferma. E sorride.

