L’affare del vaccino contro l’influenza H1N1 ingrassa le case farmaceutiche. La Novartis incassa tra i quattrocento e i settecento milioni di euro in un solo quadrimestre, mentre la Glaxo ha già guadagnato tre miliardi e mezzo di euro. Ma i paesi poveri, che non possono permettersi queste spese, e in cui l’influenza rischia di mietere più vittime, restano tagliati fuori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato di persuadere le case farmaceutiche a fornire vaccini anche ai paesi poveri. “Noi non siamo un ente di beneficenza”, ha risposto Daniel vasella, Chief Executive Officer della Novartis, inserito nel 2004 dal Time tra i cento uomini più influenti del mondo.
“In due modi si può essere ladri: prendendo a chi ha più bisogno di noi, e non dando a chi ha più bisogno di noi”, scriveva Danilo Dolci (Fare presto (e bene) perché si muore, De Silva, Torino 1954, pp. 9-10).
La protagonista della storia che sto per raccontare non ha un nome. Di questi tempi, in questo paese, avere un nome è un privilegio che non a tutti è concesso. Come la cittadinanza, il nome è la pelle che fa di qualcuno un essere umano, da riconoscere e rispettare come tale, nei cui confronti è lecito esercitare violenza solo nei casi previsti dalla legge. Senza la pelle del nome e della cittadinanza, non si è nemmeno esseri umani. Si è insieme raccapricciante di muscoli e grasso, di nervi e tendini; si è pre-umani, pre-civili; si è qualcosa di intermedio tra l’animale e l’uomo.






