Alterius spectare laborem

“Questo è il ghetto di Rignano, e questa è piazza della moschea”. Maria scrive sul bianco della lavagna con un pennarello verde. I ragazzi copiano sui fogli. Osservo uno di loro: c’è tanta attenzione nel suo fare, che sembra che da quella frase dipenda la sua vita. La moschea si intravede dietro la lavagna. E’ un piccolo riquadro di terra battuta delimitato da tre lati da pannelli di legno conficcati nel terreno. Dove siamo è invece la scuola: tre metri di terra battuta coperti da un telo verde per proteggersi dal sole e una lavagna. Il ghetto di Rignano è come quando i bambini piccoli disegnano qualcosa, e tu chiedi cos’è, e loro si inventano le cose più incredibili, che nulla sembra legare a quei segni confusi. Ecco: dicono moschea, dicono scuola, ed è solo terra battuta. Dicono albergo, ed è una baracca in legno. Dicono bar, ed è una baracca uguale alle altre. Solo una cosa sembra essere come dev’essere: il bordello. Una baracca anch’esso, ma a un bordello nessuno chiede di essere nulla di meglio di una baracca.
Il bordello si trova accanto alla moschea, davanti alla scuola. Bordello, moschea e scuola sono concentrati in pochi metri quadri. E’ come se la necessità avesse concentrato le funzioni essenziali della vita: pregare, imparare, fottere. C’è un altro bordello, dall’altra parte del ghetto. Lo si riconosce per la bandiera della pace.
Il ghetto. Cinquecento persone, gettate sotto il sole bestia della campagna foggiana. I più fortunati vivono in casolari abbandonati, senza luce né acqua. Gli altri nelle baracche. Uomini, donne, bambine allegrissime con le treccine. Gli uomini sono le non-persone di cui ha bisogno l’economia locale per sopravvivere. Si chiede loro di usare le braccia, e per il resto di scomparire in un buco profondo, di non farsi vedere, di non parlare, di non esistere. Di chiudersi, appunto, nel ghetto. Le donne sono prostituite nigeriane. Agli occhi degli italiani hanno lo stigma della professione; ma loro protestano: noi siamo cristiane, quelli musulmani.
L’acqua arriva con le autobotti mandate dalla Regione. Ma non arriva sempre. E quando non arriva si beve l’acqua per l’irrigazione.
La scuola continua. Un ragazzo è più avanzato degli altri, è bene fargli lezione a parte. Vediamo un po’ i verbi, poi lo invito a scrivere qualcosa. Cosa? Non so, dico; parla della tua giornata. Scrive: mi sono alzato alle sei, sono andato a raccogliere i pomodoro (non gli riesce proprio di scrivere pomodori), soldi pochi, lavoro mi piace, non mi stanco. Non ti stanchi?, chiedo. No, conferma. E sorride.

Pubblicato il 22-08- 2011 8:54 pm | Commenti (2) |
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Alterius spectare laborem

Si tratta di capire il momento esatto. Le gambe ti tremano, non è una cosa da nulla. Il camion sussulta, è buio. Paura, paura. Ma bisogna farlo, bisogna farlo prima che il camion si fermi, prima che aprano il telone, prima che qualcuno si accorga che sei qui. Si tratta di capire il momento esatto: potrebbe essere ora, tra cinque minuti, tra due ore. Alla fine - è una delle cose che rendono così assurda la vita, come dicono alcuni - il momento esatto non esiste: non c’è nulla che suona, nessun allarme, nessuna campana, anche se c’è chi si ostina a dire che in questi casi l’ora è suonata, o è arrivata: quasi si trattasse di una qualche presenza che gira il mondo e fa scattare gli orologi, mettendo d’accordo lo spazio ed il tempo, la casualità dei luoghi con l’inerosabilità del destino.
Il momento esatto è semplicemente quando non ne puoi più. Quando non ce la fai, quando qualunque cosa succeda è meglio di quello che c’è. E’ inutile che mi sforzi, per quanto ci provi io non posso sapere come sta chi si trova in una situazione del genere. Ho detto: paura, paura. Ma so davvero cos’è la paura? Posso dire di conoscere la sua paura? Posso richiamare alla memoria come mi sono sentito in situazioni difficili, ma presto mi accorgo, con un po’ di vergogna, che le mie situazioni più difficili non hanno assolutamente nulla a che vedere con l’esperienza di questa persona. Posso provare a riconsiderare il battito più forte, più spaventato, più rabbioso del mio cuore ed amplificarlo con l’immaginazione: raddoppiarlo, triplicarlo, decuplicarlo. Ma sarei ancora lontano, credo, da quello che prova adesso questa persona, che sta sul retro di un camion e si sforza di capire il momento esatto.
Il momento esatto, il tempo-luogo in cui si incontrano la casualità dei luoghi e l’inesorabilità del destino è sulla autostrada A14, nel tratto tra Cerignola e Foggia. E’ questo il luogo, è questo il tempo per il salto.
Cosa avrà pensato prima di saltare? Non possiamo sapere nemmeno questo. Forse non ha pensato, se per pensare intendiamo esprimere frasi mentali compiute come “speriamo che mi vada bene, un altro po’ ed è finita”. In genere non è questo che accade nelle nostre teste. In genere ciò che chiamiamo pensare non è che un caotico succedersi di immagini suoni voci colori, inframmezzati solo di tanto in tanto - quando vogliamo darci un tono con noi stessi, diciamo - dalle frasi mentali vere e proprie. Non possiamo sapere cosa ha pensato prima di saltare, probabilmente niente, per così dire: si sarà semplicemnete concentrato sul salto, che per la sua difficoltà richiede in effetti la massima attenzione e coordinazione. Può essere che un istante prima gli sia comparsa qualche frase mentale a carattere religioso, qualcosa come “Dio aiutami” o “Dio proteggimi”.
Davvero non possiamo saperlo. Quello che sappiamo è che l’indomani una giornalista scriverà che “un cittadino straniero, clandestino, di nazionalità araba”, “un eritreo di 22 anni”, si è buttato da un tir in corsa, ha battuto la testa contro il guard-rail e poi contro il muretto che delimita l’autostrada. Ed è morto.
Dietro la sciatteria dell’articolo, che fa del giovane al tempo stesso un eritreo ed un arabo, scorgiamo il disinteresse, la disattenzione, l’incuria stessa che hanno permesso che nascesse quell’orrore che è la categoria del clandestino - che si condannasse tacitamente a morte chi per nostro decreto, per la decisione collettiva dei benviventi, è stato relegato nella dimensione dei quasi-morti, dei non-più-uomini.
Chiudere gli occhi e sforzarsi di immaginare gli ultimi istanti di questo ragazzo, il momento del salto, la paura, il tremore delle gambe, forse anche la speranza, vorrebbe essere un tentativo di recuperarlo, di riportarlo al di qua, di entrare in qualche modo in rapporto con lui, di rifiutarsi di accettare che sia un arabo eritreo clandestino, vale a dire un nulla che non interessa a nessuno. Ma è una pia intenzione - come cercare di capire cosa vuol dire aver fame facendo digiuno per un giorno.
Noi siamo di qua e loro di là. Noi siamo vivi e loro quasi-morti.
Non escludo che si scopra il contrario, ad una analisi più attenta.

Pubblicato il 21-09- 2010 8:56 pm | Commenta questo post (0) |
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Sinistra, Alterius spectare laborem

Adriano Sofri ha scritto dei versi su Rosarno, e diversi attori li hanno letti. Non so dire se siano belli o brutti, i versi di Sofri. La poesia civile è cosa difficile, che raramente riesce - non a Pasolini e nemmeno a Dolci, forse -, ma non è questo il punto. Il punto è il diritto. Poiché esiste un diritto alla parola, come ad ogni altra cosa. Esistono parole di contrabbando, come esistono lavori, amori, vite di contrabbando. Esistono parole del giorno prima e parole del giorno dopo. Esistono parole che dicono cose e parole che dicono colui che parla. Esistono parole che assolvono colui che condanna: ma è, a volte, un’assoluzione senza processo, senza diritto. Senza giustizia.
Quella di Rosarno è una tragedia nazionale. Una tragedia annunciata, come si dice. Tutti sanno che in Italia c’è quella schiavitù. Nessuno è disposto ad andare fino in fondo, e ciò per una ragione semplice: senza quella schiavitù tutta l’agricoltura meridionale (e forse italiana) diventerebbe di colpo semplicemente impossibile. La schiavitù fa corpo con le mafie e con le truffe all’Inps. Questo lo sanno i politici, quelli locali e quelli nazionali, lo sanno i sindacalisti, lo sanno i giornalisti. E lo sanno gli intellettuali di sinistra. I quali ultimi, che io sappia, non hanno perso il sonno per questa cosa. Non hanno esercitato le penne e le tastiere dei computer, non hanno dato voce all’indignazione, non si sono fermati. Non voglio generalizzare: c’è Gatti, c’è Rovelli. C’è chi documenta, chi denuncia, chi parla il giorno prima. Ma le parole del giorno prima della sinistra italiana non sono state sufficienti, evidentemente. Non hanno cambiato nulla, non hanno suscitato una indignazione corale, condivisa, non hanno costretto lo sguardo sulla piaga aperta e sanguinante. E le altre, quelle del giorno dopo, appaiono come un significante il cui significato sembra essere: ecco, noialtri (noi che scriviamo, noi che leggiamo, noi che ci emozioniamo indigniamo intristiamo ascoltando) noialtri non siamo come voi, noialtri vediamo denunciamo soffriamo, noialtri siamo diversi - i nostri figli no, non volgeranno il viso da noi.

Pubblicato il 13-01- 2010 6:34 am | Commenta questo post (0) |
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Tophet, Alterius spectare laborem

I giganteschi capodogli, ah, spiaggiati sulla costa del Gargano, eppure era un così bel posticino, l’anno prossimo si va in Sardegna. I giganteschi capodogli, guardali un po’, non fanno pena? Passami l’olio, e tu smettila di rompere il cazzo e siediti come si deve. I giganteschi capo… senti un po’, dice che quest’anno spenderemo di più per i regali. Qua stanno tutti pieni di soldi, solo noi…
I giganteschi capodogli. Spiaggiati. Oh.
Non ha un cazzo di nome il ragazzino ivoriano crepato di freddo l’altro ieri nelle campagne del foggiano. Niente di gigantesco, un piccolo ragazzo di ventun anni venuto a raccogliere gli ortaggi di giorno ed a tirare le cuoia di notte in uno dei dieci milioni di casolari abbandonati della merdosa campagna foggiana. Inutilmente cercheresti la notizia sui giornali nazionali. Non frega a nessuno di questa roba. Non fanno scena, gli ivoriani spiaggiati. Non commuovono i bambini. Lascia perdere. Lascia perdere. E poi si sa, non c’entra la cattiveria dell’uomo, non ci sono di mezzo qui i cambiamenti climatici o i sacchetti di plastica, non c’è da fare moralismo natalizio, è stato solo questo freddo del cazzo, è stata solo una notte puttana di dicembre, non c’entra la cattiveria dell’uomo. Non l’ha ucciso il politico che s’è fatto bello con l’albergo diffuso, manco avesse dato un tetto ad ogni bracciante da macello, salvo lasciarne col culo a terra la stragrande maggioranza. No, non l’ha ucciso il politico. Non l’ha ucciso l’imprenditore agricolo di questa minchia, bravo a truffare a destra e a manca, che campa sulla pelle dei clandestini, perché lui sa fare l’imprenditore come io so parlare l’uzbeco, e non sono cazzi suoi dove dormono o come crepano le braccia che gli servono. No, non l’ha ucciso l’imprenditore. Non l’hanno ucciso nemmeno le forze dell’ordine - salutiamo, salutiamo -, quei poveracci, si sa, non hanno nemmeno i soldi per la benzina, e poi c’è un sacco da fare con tutta questa delinquenza, figurati se possono mettersi a pattugliare la merdosa campagna foggiana. E non l’hanno ucciso i giornalisti, si sa che loro arrivano dopo, e mettono le cose al loro posto: i capodogli, che sono giganteschi, in prima pagina, i minuscoli ivoriani nei trafiletti. No, non sono stati nemmeno loro.
E’ stata solo una notte puttana di dicembre.

Pubblicato il 23-12- 2009 8:51 pm | Commenti (4) |
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Scrive Gandhi:

    Tutte le religioni del mondo descrivono Dio in primo luogo come Amico di chi non ha amici, Aiuto dell’indifeso e Protettore del debole. A parte il resto del mondo, in India chi è più privo di amici, indifeso e debole dei quaranta milioni e più di hindu dell’India che sono classificati come intoccabili? Se, quindi, un parte del popolo può essere indicata come ‘uomini di Dio’, essi sono sicuramente queste persone indifese, senza amici e disprezzate.

I cristiani troveranno una profonda affinità tra questa affermazione e quanto si legge sul Vangelo sulla pietra scartata che diventa pietra angolare (Matteo, 21, 42, citando il Salmo 117). È qui che la religione giunge al punto di massimo attrito con il mondo, è qui che essa giunge a toccare l’origine stessa della violenza. L’affermazione della sacralità della persona umana, più o meno esplicita nelle diverse società, si scontra sempre contro la dissacrazione di alcuni soggetti, contro i quali si perviene spesso al vero e proprio massacro, come atto finale e conseguente della negazione della sacralità dell’essere umano. È sacro il membro della propria comunità, non è sacro il nemico, che è possibile uccidere senza che ciò comporti colpa. All’interno della stessa società vi sono soggetti non sacri. I folli e i criminali rientrano in questa categoria. I primi non sono sacri perché le loro azioni sono imprevedibili, e quindi sfuggono al reciproco rassicurarsi che fonda la sacralità della persona all’interno della comunità; i secondi un tempo erano sacri, ma poi hanno compiuto una colpa che li ha fatti precipitare oltre la sfera del sacro. I manicomi e le carceri sono le istituzioni nelle quali tradizionalmente in occidente si è praticata la dissacrazione. Per il massacro, ci si è serviti degli ebrei e dei Rom. Oggi sono rimasti questi ultimi, a rappresentare gli uomini non sacri, gli uomini dissacrati e massacrabili. La loro posizione in occidente, e segnatamente in Italia, è del tutto simile a quella degli intoccabili in India. In Italia i Rom vivono in accampamenti al di fuori della città, disprezzati e oggetti spesso di violenza, vittime di un razzismo che giunge a negare loro qualsiasi umanità e filtra nelle stesse istituzioni. Come in India la retorica dell’ahimsa, che afferma il valore della stessa vita animale, si scarica poi sugli intoccabili, così nell’Italia cristiana e cattolica la retorica del prossimo trova un limite preciso nel Rom, che diventa il più lontano, colui in cui non è possibile riconoscere un uomo.
L’affermazione della sacralità degli intoccabili – che siano i paria indiani o i Rom in Italia – porta con sé, in modo più o meno consapevole, uno svelamento ed una condanna del sistema sacrificale su cui si fondano le nostre società, nelle quali la sacralità degli uni è affermata a spese della non sacralità di altri. I toccabili e gli intoccabili sono due facce di una stessa medaglia. Anche i primi, in realtà, hanno una loro forma di intoccabilità. Soprattutto nelle società occidentali, ogni contatto fisico non autorizzato è considerato una cosa disdicevole, una mancanza per la quale occorre chiedere scusa. Nessun corpo può essere toccato o semplicemente sfiorato senza permesso. Linguisticamente, questa intoccabilità è espressa con le forme di cortesia, con il dare dei lei, che esprime rispetto e segna la giusta distanza tra le persone. Gli altri, gli uomini non sacri, sono invece toccabili, quando ciò non generi disgusto. Nei loro confronti si usa tu che, se può essere indice di un rapporto simmetrico, paritario, vale invece nel caso specifico ad annullare la distanza, ad infantilizzare ed inferiorizzare l’interlocutore. Gli uomini non sacri possono essere toccati dalle forze dell’ordine, dal sistema di controllo sociale e poliziesco, che può operare sul loro corpo ciò che sarebbe impensabile fare agli uomini sacri. Dichiarare sacri anche questi ultimi, anzi, dichiararli più sacri degli altri, significa andare al cuore del sistema sacrificale, aggredire il meccanismo violento delle società e porre le premesse di una vera società nonviolenta. Non vi sarà vero Swaraj, vera indipendenza per l’India, sosteneva Gandhi, fino a quando vi saranno in India persone trattate con lo stesso disprezzo con cui gli inglesi trattano gli indiani.

Dal mio libro su Gandhi, pp. 33-34. A proposito di questo.

Pubblicato il 22-11- 2009 11:12 am | Commenti (2) |
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Alterius spectare laborem

L’affare del vaccino contro l’influenza H1N1 ingrassa le case farmaceutiche. La Novartis incassa tra i quattrocento e i settecento milioni di euro in un solo quadrimestre, mentre la Glaxo ha già guadagnato tre miliardi e mezzo di euro. Ma i paesi poveri, che non possono permettersi queste spese, e in cui l’influenza rischia di mietere più vittime, restano tagliati fuori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato di persuadere le case farmaceutiche a fornire vaccini anche ai paesi poveri. “Noi non siamo un ente di beneficenza”, ha risposto Daniel Vasella, Chief Executive Officer della Novartis, inserito nel 2004 dal Time tra i cento uomini più influenti del mondo.
“In due modi si può essere ladri: prendendo a chi ha più bisogno di noi, e non dando a chi ha più bisogno di noi”, scriveva Danilo Dolci (Fare presto (e bene) perché si muore, De Silva, Torino 1954, pp. 9-10).

Pubblicato il 24-10- 2009 8:37 am | Commenta questo post (0) |
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Diario antitaliano, Alterius spectare laborem

Roba da Mille e una notte, assicurano. Il teatro La Fenice blindato, fuori: e dentro l’emiro di un paese arabo, e la prediletta tra le sue mogli, e trecento invitati sceltissimi, tra i quali non potevano mancare il nostro presidente del Consiglio e la rappresentante degli industriali. Spettacoli, ballerini, cibo, lusso sfrenato. Si è festeggiato, ieri sera, il rigassificatore di Porto Levante, creato anche con i soldi dell’emirato del Qatar. Berlusconi ha detto: “Mettere insieme le fonti di energia con la testimonianza della storia e dell’arte, unire il Qatar con l’Italia, è un matrimonio che può dare un risultato straordinario. Cominciamo con questo fidanzamento e andiamo avanti verso una collaborazione sempre più ampia”. Poi ha parlato del suo carisma e di quanto è adorato da quelli che lavorano con lui.
Ieri, mentre a Venezia si preparava la grande serata di gala alla Fenice, a Napoli in un basso del rione Sanità hanno trovato il corpo senza vita di un bimbo di sei anni. Sua madre è in fin di vita. Si scaldavano con un braciere da quando l’Enel ha tagliato loro la corrente perché non hanno pagato la bolletta. Vittime del monossido di carbonio. Vittime della povertà.
L’articolo 3 della nostra Costituzione dice che siamo tutti uguali davanti alla legge, e che è compito della Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Tagliare la corrente non è però, a quanto pare, un atto anticostituzionale. Se gliel’avessero tolta per ragioni razziali o religiosi, oggi i giornali parlerebbero di grave discriminazione. Gleil’hanno tagliata invece perché sono poveri: ed in Italia la discriminazione contro i poveri è non solo tollerata, ma apertamente incoraggiata e favorita da politici, imprenditori, pubblicitari e giornalisti.

Pubblicato il 20-10- 2009 9:02 am | Commenti (1) |
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Diario antitaliano, Alterius spectare laborem

In un robusto, vivace romanzo oggi dimenticato (Ο Χριστός ξανασταυρώνεται, 1954), Nikos Kazantzakis mette in scena la vita d’un villaggio greco, vivo e torbido delle passioni della gola e del basso ventre, nel quale s’accende, tragicamente, la luce dello spirito, e si ripete il dramma del Vangelo. Cenciosi, affamati, ridotti allo stremo, giungono un giorno nella piazza del villaggio, guidati dal prete Fozio, i profughi d’un vicino villaggio distrutto dai turchi: chiedono ospitalità, aiuto, carità. Padre Grigori, il paffuto prete di Likovrissi - così si chiama il villaggio - si trova a passare un brutto quarto d’ora. Come custode del benessere e del quieto vivere del paese, non può accogliere la richiesta di quei pezzenti; e tuttavia è un prete, ha sulle spalle il carico del Vangelo e dell’amore del prossimo eccetera. Tenta di cavarsela ricordandosi di Giobbe e dei suoi amici:

    “Tutto quel che avviene nel mondo avviene col volere di Dio”, disse con voce vigorosa. “Egli guarda la terra dall’alto, tiene una bilancia e pesa. Lascia che Likovrissi goda i suoi beni e immerge il vostro paese nel lutto. Dio sa quali peccati avete commessi!” (1).

Ma non basta, evidentemente. L’ascetico pastore dei profughi ha fascino, sa parlare, sa smuovere i cuori. La fortuna però soccorre padre Grigori. Una fanciulla profuga, stremata dalla fame e dalla stanchezza, muore lì nella piazza. Il prete riceve un’illuminazione: è colera, grida. (more…)

Pubblicato il 26-08- 2009 12:12 pm | Commenti (1) |
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Alterius spectare laborem

da Antonio Vigilante
a presidenza.repubblica@quirinale.it
data 08 Luglio 2009 09.30
oggetto Il “pacchetto sicurezza”
proveniente da gmail.com

Egregio Presidente,

la lettera alle autorità è una cosa che non mi riesce granché, sia per mancanza di talento che per scarso esercizio. E tuttavia non riesco a non scriverle. Non farò perdere tempo a lei o a chi legge la sua posta con dichiarazioni ed analisi più o meno approfondite; desiderlo solo esprimere il mio profondo ribrezzo per quella porcata che chi per nostra disgrazia è al governo intende far passare col nome di “pacchetto sicurezza”. Una legge che chiunque abbia cuore o cervello non può che ritenere vergognosa, pericolosa, inaccettabile per ogni paese civile. Una legge che clandestinizzerà ulteriormente i clandestini, facendone davvero carne da macello. Ogni cittadino che creda nella giustizia, nell’uguaglianza, nel rispetto della persona, non può che contrastare con determinazione un tale scempio del diritto, non senza opporsi al contempo alla diffusione di pregiudizi razziali, di grossolanità ideologica, di volgarità etica che quella legge ha preparato e che altre sciagure porterà al nostro paese.
Credo che sia un suo preciso dovere opporsi a questa legge con gli strumenti che le offre la nostra Costituzione. Si regoli secondo la sua coscienza.
Buon lavoro.

Pubblicato il 08-07- 2009 9:32 am | Commenti (1) |
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Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Cinque.
Sei.
Sette.
Otto.
Nove.
Dieci.
Undici.
Dodici. (more…)

Pubblicato il 24-06- 2009 5:01 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario antitaliano, Televisione, Alterius spectare laborem

A seguire i telegiornali in questi giorni, l’Italia parrebbe un luogo sicuro per le donne. Nelle ultime settimane ci sono stati un certo numero di stupri di ragazze italiane da parte prevalentemente di stranieri, che hanno allarmato l’opinione pubblica. A fare due conti, tuttavia, sono un numero assolutamente rassicurante. Quanti sono? Mettiamo dieci stupri in quindici giorni. Meno di uno stupro al giorno. Una statistica tutt’altro che allarmante, se si considera che siamo un paese di quasi sessanta milioni di abitanti. Se non fosse gli stranieri, le nostre donne sarebbero tra le più sicure del mondo. Ma quello degli stranieri è un problema che si risolve. Basta qualche pacchetto di leggi restrittive, e se proprio occorre si può ricorrere alle ronde. (more…)

Pubblicato il 17-02- 2009 12:34 pm | Commenti (1) |
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Libri, Alterius spectare laborem

E’ uscito per i tipi delle Edizioni del Rosone il libro di Sara Curci Nero, invisibile, normale. Lavoro migrante e caporalato in Capitanata. Per quel che ne so, si tratta della prima ricerca antropologica sul caporalato in Capitanata. Quella che segue è la mia presentazione, che nel libro non leggerete: ho preferito ritirarla quando erano già pronte le bozze, per far spazio alle parole di qualche politico.

Il terrazzano di Capitanata, scriveva nel 1867 il prefetto Scelsi nella sua Statistica generale, “è in condizione forse peggiore degli animali”. (1) La parola terrazzano indicava il bracciante, di cui Scelsi descriveva e deplorava le condizioni di vita al limite della sopportabilità - un tugurio per abitazione, un tozzo di pane per cibo ed un lavoro troppo massacrante per potersi dedicare a qualsiasi attività compatibile con la cosiddetta dignità umana. Parole non troppo diverse si potrebbero usare per indicare i nuovi terrazzani, i quali vengono da lontano, hanno spesso la pelle di un colore diverso dalla nostra e sono provvidenzialmente evanescenti: clandestini, per essere precisi. Come un tempo i terrazzani, i clandestini vivono oggi in masserie abbandonate spesso senza acqua né luce, lavorano come bestie da soma per una paga che a volte non arriva, in qualche caso muoiono nel tentativo di riscaldarsi o di lavarsi (annegando in qualche vascone per l’irrigazione); come i terrazzani, i clandestini vivono in una condizione di effettiva schiavitù. (more…)

Pubblicato il 07-10- 2008 10:29 am | Commenti (4) |
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No, non era Denise. E’ solo l’ennesimo episodio di persecuzione nei confronti dei Rom. La madre della bimba è ora in galera. La sua colpa: la bambina conosce qualche parola italiana. Io conosco qualche parola di francese, di inglese, di spagnolo, di tedesco, di ebraico, di iraniano e di pali. I miei genitori meriterebbero l’ergastolo.

Pubblicato il 12-09- 2008 4:23 pm | Commenta questo post (0) |
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Alterius spectare laborem

Lo aveva detto l’Espresso. Io schiavo in Puglia, aveva titolato. Schiavo. Si erano affrettati, tutti, a minimizzare. Ma sì, sfruttamento, una brutta roba, ma la schiavitù no, la schiavitù è un’altra cosa. Suvvia, siamo civili, noialtri. Esagerazioni giornalistiche. Ora c’è la sentenza del gup Antonio Lovecchio. Dice che le condizioni dei braccianti polacchi in Capitanata erano in tutto simili a quelle “imposte agli schiavi nel diritto romano”. Ne danno notizia la pagina barese della Repubblica e, brevemente, La Gazzetta del Mezzogiorno. Attendo le prese di posizione del cosiddetto mondo politico. Niente. Quelli che fino a qualche settimana fa avevano tante cose interessanti da dire su ogni argomento adesso tacciono. Nulla da dichiarare.
Del resto, la sentenza non dice poi che siamo così cattivi. Ad essere condannati sono stati 17 polacchi. Erano loro che gestivano il sistema. Erano loro che riducevano in schiavitù. Gli italiani non c’entrano. Certo, qualcuno potrebbe chiedere per chi lavoravano, questi schiavi. A chi appartenevano le terre cui erano legati questi schiavi. Se davvero i proprietari terrieri e i gli imprenditori agricoli potevano essere esenti da complicità. Ma questo vuol dire davvero voler pensare male ad ogni costo. Essere anti-italiani. Remare contro. Gli imprenditori agricoli, soprattutto quelli capacissimi di Capitanata, hanno mille cose a cui pensare. Sono persone dinamiche, piene di impegni, con le mani in mille affari. E fatalmente distratte. Non si sono accorti - è umano, comprensibile - di quello che accadeva nelle loro terre. Uno non può badare a tutto.
Guardavano da un’altra parte, gli imprenditori. Come i politici. Buona parte della cosiddetta politica consiste nel costruire un’ altra parte verso cui guardare. E nel darti l’illusione di essere sempre, infallibilmente, dalla parte giusta.

Pubblicato il 28-05- 2008 4:03 pm | Commenti (3) |
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Tre donne rom, a Lecco, cercano di rubare una bambina dal passeggino della madre. La donna reagisce con un calcio, porta in salvo il bimbo e chiama la Questura, che prontamente individua le tre malnate. Due di loro vengono condannate in tempi rapidissimi a otto mesi e dieci giorni con l’accusa di tentata sottrazione di minore - non, straramente, di sequestro di persona.
E’ il 5 febbraio del 2005.
Come sono andate realmente le cose? Ci sono tre donne, ricostruisce Miguel Martinez, che nel centro di Lecco stanno chiedendo l’elemosina; “in una stradina, si avvicinano a una signora che porta a spasso la sua bambina in giro in un passeggino. Non la sfiorano nemmeno, ma quando le vede, la signora, colta dal panico, fugge, anzi - secondo alcuni giornali ‘reagisce a calci’”. Non è difficile credere a questa versione. Immaginiamo degli italiani al posto del rom. Tentano di rapire un bambino, la madre se ne accorge e li aggredisce: va male. Che fanno? Scappano, si rendono irreperibili. I rom invece no: vanno a mangiare alla mensa della Caritas. Ora, sarà che questi rom sono strani, ma non così strani. Tutta l’accusa è fondata sulla testimonianza della madre. La parola di una donna italiana contro la parola di tre rom rumene. Le quali, però, non parlando italiano, non hanno parola. (more…)

Pubblicato il 14-05- 2008 7:03 pm | Commenti (9) |
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