Lo aveva detto l’Espresso. Io schiavo in Puglia, aveva titolato. Schiavo. Si erano affrettati, tutti, a minimizzare. Ma sì, sfruttamento, una brutta roba, ma la schiavitù no, la schiavitù è un’altra cosa. Suvvia, siamo civili, noialtri. Esagerazioni giornalistiche. Ora c’è la sentenza del gup Antonio Lovecchio. Dice che le condizioni dei braccianti polacchi in Capitanata erano in tutto simili a quelle “imposte agli schiavi nel diritto romano”. Ne danno notizia la pagina barese della Repubblica e, brevemente, La Gazzetta del Mezzogiorno. Attendo le prese di posizione del cosiddetto mondo politico. Niente. Quelli che fino a qualche settimana fa avevano tante cose interessanti da dire su ogni argomento adesso tacciono. Nulla da dichiarare.
Del resto, la sentenza non dice poi che siamo così cattivi. Ad essere condannati sono stati 17 polacchi. Erano loro che gestivano il sistema. Erano loro che riducevano in schiavitù. Gli italiani non c’entrano. Certo, qualcuno potrebbe chiedere per chi lavoravano, questi schiavi. A chi appartenevano le terre cui erano legati questi schiavi. Se davvero i proprietari terrieri e i gli imprenditori agricoli potevano essere esenti da complicità. Ma questo vuol dire davvero voler pensare male ad ogni costo. Essere anti-italiani. Remare contro. Gli imprenditori agricoli, soprattutto quelli capacissimi di Capitanata, hanno mille cose a cui pensare. Sono persone dinamiche, piene di impegni, con le mani in mille affari. E fatalmente distratte. Non si sono accorti - è umano, comprensibile - di quello che accadeva nelle loro terre. Uno non può badare a tutto.
Guardavano da un’altra parte, gli imprenditori. Come i politici. Buona parte della cosiddetta politica consiste nel costruire un’ altra parte verso cui guardare. E nel darti l’illusione di essere sempre, infallibilmente, dalla parte giusta.
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La protagonista della storia che sto per raccontare non ha un nome. Di questi tempi, in questo paese, avere un nome è un privilegio che non a tutti è concesso. Come la cittadinanza, il nome è la pelle che fa di qualcuno un essere umano, da riconoscere e rispettare come tale, nei cui confronti è lecito esercitare violenza solo nei casi previsti dalla legge. Senza la pelle del nome e della cittadinanza, non si è nemmeno esseri umani. Si è insieme raccapricciante di muscoli e grasso, di nervi e tendini; si è pre-umani, pre-civili; si è qualcosa di intermedio tra l’animale e l’uomo.
