minimo karma    retomar o pedaço que falta

Altri mondi

Il paradiso esiste, ed è terribile. Così si può sintetizzare il messaggio enigmatico e sconcertante di quella che Andreas H. Voigt ha definito la prima utopia anarchica della storia: La Terre Australe connue che Gabriel de Foigny pubblicò a Ginevra nel 1676. L’autore è l’incarnazione del perfetto libertino, blasfemo e donnaiolo, dalla vita travagliata e maledetta. Finito in un convento francescano, ne viene rigettato perché umano, troppo umano – gli piacciono le donne, per farla breve. A Ginevra cerca protezione convertendosi al cristianesimo, ma il problema sessuale continua a travagliarlo, insieme ad una qualche tendenza all’ubriachezza: seduce cameriere e vomita durante i sacri riti. Dopo il carcere, l’inevitabile penitenza in un convento della Savoia, dove muore nel 1692 (era nato nel 1630).
Come lui, il protagonista del suo romanzo utopistico, Jacques Sadeur, è un diverso: un ermafrodito, per la precisione. Questa singolarità fisica, insieme alla circostanza della morte dei suoi genitori nel tentativo di salvarlo durante un naufragio, fanno di lui un essere maledetto, destinato a cercare la sua terra altrove, attraverso una serie impressionante di nuovi naufragi, fino all’approdo – dopo l’ennesimo naufragio – alla Terra Australe. Che sia una terra diversa dalle altre, Sadeur lo capisce piuttosto presto. Si tratta di una terra abitata da ermafroditi, infatti: la terra nella quale la sua mostruosità è normale, ed i cui abitanti considerano anzi mostruosa la divisione dei sessi. L’ermafrodito è l’uomo completo, perfetto. (more…)

Pubblicato il 17-06- 2007 10:33 am | Commenta questo post (0) |
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Testi, Altri mondi

[Il pasto e la musica degli Zaziri]

Passiamo ora al pasto degli Zaziri ed esaminiamo se mangiano e come. E’ indubbio che gli animali, sia razionali che irrazionali, si divorano gli uni con gli altri per sussistere, e ciò non deve sorprenderci, perché noi stessi viviamo a spese degli animali che consumiamo. So che gli Zaziri non hanno dei cuochi che rendano raffinati i loro gusti e che, per questa ragione, non hanno quelle indigestioni né quelle apoplessie fulminanti che uccidono i nostri signori; ma io so anche che si trovano presso di loro dei grandi mangiatori, il cui stomaco finanziario inghiotte miniere d’oro ed addirittura delle comete: ed ecco perché le vediamo scomparire man mano. Vi sono poi gli Zaziri delicati, che si accontentano di sorbire qualche leggera nebbia o di assaporare qualche raggio di sole, alla maniera delle nostre donne o dei nostri prelati, che non sanno digerire altro che elisir, quintessenze, superfici, idee e persino sospetti.
Non è accertato se gli Zaziri hanno degli orari fissi per mangiare; pare tuttavia che, molto più saggiamente di noi, essi non mangino che quando ne avvertono il bisogno. Questo metodo non si adatterebbe alla maggior parte dei nostri Dervisci, che agognano fin dall’alba l’ora del pranzo e che, non potendo per legge gioire di altro piacere che quello di mangiare, raccolgono sulla punta della lingua tutte le sensazioni di cui sono capaci.
I Genii in generale hanno un modo di nutrirsi del tutto diverso dal nostro: non mangiano come i tedeschi, perché temono di ottundersi e di perdere la loro agilità, né come i polacchi, perché non hanno tempo per perdere la metà del giorno a bere alla salute dei morti e dei vivi, né come gli italiani, perché non hanno dei cavalli che pranzino per loro, né come i francesi, perché vogliono vivere senza malattie, né come gli inglesi, perché hanno costantemente bisogno di tutta la loro lucidità per mantenere l’armonia dell’universo. Eh! Dove saremmo noi, se gli Zaziri si lasciassero andare una sola ora a bere del punch!
La loro musica (poiché hanno della musica) rassomiglierebbe a quella degli italiani, se fosse meno varia, meno studiata, e se avesse dei finali più monotoni; ma essi sanno distinguere l’armonia sacra dai concerti profani e proferire dei recitativi, al posti di quegli ah! continui che stancano l’orecchio. In un libro intitolato La Melodia Leggera si dice che i francesi nel 1627 fecero tutti gli sforzi possibili affinché la loro musica venisse approvata dagli Zaziri. Si suppone che abbiano incaricato per questa commissione una certa dama che non viene nominata, ma che si assicura essere stata in grande familiarità con i Genii; ma si aggiunge che la proposta parve loro particolarmente ridicola, poiché fino ad allora essi ignoravano che la nazione francese avesse della musica, e che la consideravano capace soltanto di comporre canzonette nei momenti delle maggiori disgrazie.
Non bisogna credere che gli Zaziri perdano tempo come noi a fare dei concerti, e che essi mettano insieme con grandi spese delle sinfonie da usare come passatempo; si accontentano di eccitare uno zefiro, un mormorio, un tuono, ma senza appassionarsi, senza cambiare la loro visione di questo universo e senza ricompensare i musicisti più dei generali e degli ambasciatori. Essi sanno che l’armonia del mondo è la prima, e che chiunque neghi quella del Regno per far suonare il flauto o il violino è più che spregevole.
Inoltre, i Genii qualche volta fanno cessare la loro musica per prestare orecchio alla nostra. Presso i francesi gli sembra di sentire dei fanelli che fischiano graziosamente; presso gli inglesi, dei corvi che gracchiano; presso i polacchi, delle tortorelle che gemono; presso i tedeschi, dei colombi che tubano; presso gli italiani, degli usignoli che gorgheggiano: ma, per quanta soddisfazione i Genii possano provare ad ascoltare questi usignoli, essi non provano quel piacere che dà la voce della natura. Essi sanno che una gola italiana ha toni artificiali, e si fanno beffe di un uso così ridicolo e barbaro, e che tuttavia rende un soprano più importante di un ministro o di un principe.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 19-02- 2006 12:26 pm | Commenta questo post (0) |
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[La commedia umana]

Saremo meno sorpresi delle loro malizie e dei loro capricci, quando sapremo che ci sono degli Zaziri femmine che, come la maggior parte delle nostre Dame, non hanno altro da fare che immaginare giochi, intrighi, follie e mali. Quelle giornate cupe che ispirano tristezza, annunciano i loro vapori, così come le giornate ridenti denotano il loro buon umore; i temporali indicano la loro impazienza ed i loro furori, e certe notti incantevoli sono il segno delle loro conversazioni. Ogni Genio ha il suo linguaggio: gli uni si esprimono con il rumore dei venti, gli altri col mormorio delle acque; alcuni attraverso il crepitare delle faville, altri col rumore dell’eco. Possono dunque comunicarsi le loro idee, e questa comunicazione contribuisce all’armonia dell’universo, che si può dire pieno di esseri invisibili di ogni specie.
Torniamo ai Genii femmine; è certo che essi giocano lo stesso ruolo delle nostre femmine, al punto che esse si divertono a lavorare in un modo che corrisponde a quello nostro. Così le Zazire fanno dei nodi, quando vediamo dei piccoli fiocchi di neve o di grandine; ricamano, quando osserviamo il firmamento che assume tutte le sfumature e tutti i colori; disfano dei cordoncini colorati, quando l’arcobaleno si disfa e scompare; lavorano a maglia, quando siamo circondati da nebbie che sembrano un velo; filano, quando delle barre ombreggiano il cielo; vanno a passeggio, quando i zefiri smuovono le erbe e formano delle onde che sembrano fiotti; fanno la toilette, quando la luna sembra rossa, a macchie, e l’aurora varia le sue decorazioni; strepitano, quando ci sono lampi e tuoni; ma le loro tempeste durano meno di quelle delle nostre donne, perché altrimenti tuonerebbe ogni giorno.
Se veniamo agli amori, troveremo che c’è meno civetteria presso i Genii che presso noi, ma che anche loro hanno le loro inclinazioni ed i loro rendez-vous. Mi spiego: questa tenera vigna che serpeggia lungo un giardino, che va a districare un arbusto in mezzo a tanti altri per per avvincersi e avvilupparsi; questa calamita che attira il ferro, questo diamante che attira la paglia, sono dei vergli Zaziri che abbracciano questi oggetti con il loro amore. dirò la stessa cosa di quella pianta chiamata sensitiva, che si richiude quando la si tocca, e che non è che una piccola Zazira, ancora modesta, il cui pudore è messo in allarme. La fiamma che scoppietta, e che s’insinua tutto a un tratto in un materiale combustibile, ci mostra un Genio innamorato che cerca l’oggetto che gli piace, così come lo zefiro carezza un gelsomino. Gli Spiriti incorporati nell’acqua si elevano nell’aria sotto forma di zampillo per correre appresso agli esseri che prediligono.
Ah, se potessimo avere occhi abbastanza acuti, scopriremmo, nei Genii, degli esseri che scherzano, burlano, moralizzano, brontolano, studiano: essi hanno i loro petit-maitres che brillano nei fuochi d’artificio e nei giochi delle fontane; i loro medici, che purgano con piogge ed inondazioni; i loro procuratori, che di tanto in tanto ingoiano tutta la rugiada; i loro sapienti, che fanno risuonare l’aria e che, come quelli della Sorbona, credono di aver provato tutto quando hanno fatto del chiasso; hanno anche i loro poeti, che si possono definire celebri, benché non siano empi; ma non hanno commedianti tranne noi. Ci considerano gli esseri più adatti a divertirli, e non passa giorno senza che guardino Parigi per ridere di gusto. Si divertono a vedere come abbiamo bandito il buon senso e messo a tacere la ragione per ascoltare Pulcinella e vedere dei saltimbanchi. Questo modo di riempire di fronzoli i nostri abiti, si imporporare i nostri volti, di intrecciare i nostri capelli, di fare moine, sono delle scene che li incantano.
Si può ben dire che gli Zaziri conoscono bene i nostri costumi e le nostre inclinazioni, poiché trascinandoci, a volte come animali ed a volte come buffoni, essi si prestano ai nostri desideri. Non affermiamo forse di continuo, nei nostri discorsi e nei nostri scritti, che l’uomo ha la stessa natura delle bestie, e che tutto muore con lui? Non rappresentiamo noi, dalla mattina alla sera, il personaggio di Fantoccio, e non rendiamo le nostre riunioni, le nostre passeggiate, i nostri pranzi qual spettacoli realmente romanzeschi? Sì, senza dubbio. Gli Spiriti Elementari hanno dunque il diritto di molestarci come delle bestie, di divertirsi a nostre spese, e di ridere delle nostre smancerie, dei nostri gesti, dei nostri pettegolezzi, senza che si sia lecito protestare.
Figuriamoci le diverse nazioni che, con i loro pregiudizi, i loro usi ed i loro costumi, offrono una commedia agli Spiriti Elementari, e confessiamo che una simile gazzarra è ben adatta a costituire uno spettacolo bizzarro. Nelle piroette francesi, nell’etichetta spagnola, nelle genealogie tedesche, nelle conversazioni inglesi, nelle riverenze polacche, infine nelle pasquinate e nei sonetti italiani, in cui l’equivoco e l’oscenità fanno sempre da condimento e da clausola, si troverebbe materia per ridere per secoli.
So che i Genii hanno, come abbiamo già detto, le loro follie e le loro originalità; ma ciò accade solo per intervalli, mentre noi deliriamo di continuo. La maggior parte dei nostri scritti non potrebbe servire come opera comica per gli Zaziri? Come abbiamo riso di quelle favole che si pretende di far passare per storie universali; di quelle tesi che definiscono l’anima una sostanza ignea, di quei romanzi fisici e metafisici, nei quali l’uomo non è nulla più di uno scheletro mosso da non so chi; di quelle dissertazioni morali elle quali i vizi prevalgono sulla virtù; di quei dizionari tortuosi nei quali, in un labirinto di questioni e di parole si cerca di traviare il lettore! Il giorno in cui comparve l’opera “Dello Spirito” (me ne ricordo) fu improvvisamente agitato da lampi e venti; erano gli Spiriti Elementari che ridevano a crepapelle, apprendendo che la nostra anima non ha consistenza diversa della configurazione delle nostre mani, e che la virtù più pura non ha come movente che un sordido interesse. La scoperta in effetti non è curiosa? I Genii non hanno bisogno, per leggere, né di occhiali né di successione di tempo: essi cedono ai nostri finanzieri, ai nostri prelati, ai nostri bei vicari di venticinque anni l’onore di leggiucchiare un in-dodicesimo nello spazio di sei mesi; essi semplicemente fissano lo sguardo su ogni opera che compare, e ne fanno su due piedi uno spettacolo tragico o comico.
Gli Zaziri hanno anche i combattimenti tra animali; ma che combattimento! Non lo facciamo noi stessi, quando entriamo in guerre per contenderci qualche monticello o qualche arpento di neve, al prezzo del nostro stesso sangue? Così nelle guerre che ci infiammano e ci sfiniscono, i Genii scorgono dei galli, delle aquile, degli avvoltoi, dei corvi, delle gru che si straziano e si uccidono unicamente per il gusto di uccidersi. È una tragicommedia che hanno preparato per divertirsi; e non c’è realmente altra spiegazione, che possa soddisfare un filosofo curioso di conoscerne le cause e di approfondirle. Da dove nascono battaglie così inutili, e così spesso ripetute da esseri ragionevoli, così come questi orrori e queste disfatte, se non dagli Spiriti Elementari, che di divertono a nostre spese? Così gli uni, padroni dell’aria, riempiono di vento la testa dei Firloni, gli altri danno troppo ardore ai Misigori, questi appesantiscono i Sorimani, quelli spengono l’ardore dei Carobi; di modo che qui per un eccesso di temerarietà e là per una timidezza eccessiva, non si fa che morire, senza mai concludere nulla.
Eccoci dunque ben pagati delle nostre fatiche e delle nostre battaglie, se non siamo che degli uccelli da preda, dispersi qua e là per la gioia degli Zaziri! Il fiero insulare, che combatte con tanto furore e tanto successo, può ben considerarsi il re degli uomini; egli è nondimeno un semplice castoro, che si costruisce delle case in mezzo alle acque e morde, con i suoi denti aguzzi, gli animali che vogliono stanarlo.
Ci sono dei piccoli conflitti circoscritti che c sembrano molti importanti, perché le nostre Gazzette ne parlano con enfasi, e che ai Genii non sembrano altro che battaglie di mosche e di ragni. Questa muraglia che cade non è altro che una tela che si rompe; ed i pezzi che vedi non sono altro che ali ed altre parti strappate dall’astuzia e dalla forza.
O piccoli uomini orgogliosi che credete di poter spaventare l’Universo con i vostri fucili e le vostre spade e considerate i vostri cannoni come rivali del tuono, interrogate dunque gli Zaziri, e presto umiliati, imparerete a inserirvi nella classe dei volatili, o anche degli insetti! Il leone se la ride della volpe, il serpente della lucertola, l’ape della formica, la pulce dell’acaro, e gli Zaziri degli uomini. Ma hanno torto? Non ammetteremo di essere delle creature molto meno sagge delle bestie, quando invece di dissodare terre incolte, di riparare le strade, di popolare i paesi deserti, ci accaniamo a distruggere la nostra stessa specie per conquistare qualche roccia inabitabile, e che bisognerà restituire subito. I Genii hanno senza dubbio le loro battaglie, ma da questi scontri non risulta altro che l’armonia dell’universo.
Se potessimo giungere a prevedere e calcolare tutte le orecchie, i piedi, le braccia e i piedi che la guerra strappa, anche se i Genii ci irritassero, noi resteremmo nel nostro canile e non abbaieremmo; ma, come cani temerari, vogliamo bene l’acqua del mare, e i flutti ci sommergono. Qui i nostri lettori spiegheranno, commenteranno, indovineranno; il campo è talmente vasto che non vogliamo affatto limitarlo. E’ possibile resistere agli Spiriti Elementari come al filo dell’acqua, alla forza del vento, all’impeto del vento, ma generalmente non lo si fa.

Pubblicato il 05-02- 2006 12:01 pm | Commenti (1) |
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[Come gli Zaziri giocano con gli uomini]

Partiamo da questo principio, e scopriremo la causa di tante contraddizioni ed incidenti che ci inquietano, ci affliggono e ci mettono in urto con noi stessi. Vediamo che i Genii hanno dei momenti di malumore, delle ore di ricreazione, dei tempi in cui si vendicano, e ciò non deve sorprenderci se, malgrado l’eccellenza delle nostre anime, ci troviamo nella stessa situazione. quante volte al giorno siamo obbligati a ricadere su delle sciocchezze per distrarci dalle nostre occupazioni! Quante volte ci abbandoniamo a degli accessi di collera o di malinconia!
È dunque certo che i Genii giocano, e che noi molto spesso siamo le vittime dei loro giochi. L’uomo che non riesce a star fermo e corre fino alle estremità del mondo non è agli occhi degli Zaziri che una lepre che inseguono, e con cui si divertono. Quella femmina che, come una passa, galoppa appresso al suo amante, è una specie di cane da caccia, che i Genii mettono alle calcagna di una persona che molestano. Quel signorino che ride da un occhio e piange dall’altro, che fa smorfie, piroette, gesti, è considerato dai suoi Spiriti Elementari come una scimmia; essi gli fanno fare mille e mille giri di destrezza per divertirsi. Quell’ammiraglio d’armata, che vede morire i frutti del suo lavoro nel mezzo dei mari, non è che un cervo che si precipita nell’acqua, e di cui i Genii ridono. Quel brutale finanziere, che non ha altra occupazione che digerire e correre in carrozza, è esattamente un orso che essi conducono a spasso per le vie. Quel preteso filosofo, che sfoga la sua bile su tutto il genere umano, sarà sicuramente una vipera battuta dagli Spiriti Elementari, che sparge da ogni dove il suo veleno.
Gli esseri più deboli sono sempre vittima di quelli più forti; gli insetti servono da giocattolo ai volatili, i volatili ai quadrupedi, i quadrupedi agli uomini, e noi infine agli Zaziri. Essi ci prendono con delle trappole, quando cadiamo nelle reti dell’amore; ci mettono in gabbia quando, senza vocazione, ci confiniamo nei conventi; ci accarezzano, quando respiriamo qualche piacevole zefiro; ci pizzicano, quando avvertiamo il rigore del freddo. Sono loro che ci danno dei buffetti quando starnutiamo, che ci fanno il solletico quando ridiamo, che ci punzecchiano quando soffriamo, che ci tirano la mascella quando sputiamo.
Voi non sapete definire questo abate affettato che, più delicato del velluto di cui è vestito, vive in seno alla mollizie ed al piacere, e non pensa, dal mattino alla sera, che a procurarsi le sensazioni più piacevoli; ebbene, ascoltate, vi dico cos’è: un bel canarino, che gli Zaziri hanno preso in simpatia, che accarezzano, e che nutrono con dei biscotti.
Più oltre, guardate questo bel monaco bernardino dal triplo mento, dal viso florido, la mano paffuta, l’occhio rubicondo; guardate bene attraverso il mio sistema, e in questo succulento marmocchio un cappone ben pasciuto, che gli Spiriti Elementari hanno messo in stia, e che ingrassano per servire presto da succo nutritivo a qualche a qualche zucca o a qualche melone.
Questa dama così delicata, che ha paura di mettersi a sedere temendo di rompersi le ossa, che tutte le mattine fa del suo viso un piacevole pastello, e che i giovani non osano accostare se non hanno venticinque anni, non è che una bella piccola cagna, che gli Spiriti Elementari si compiacciono di vedere carezzata da tutti quelli che la circondano.
Spiras, innamorato di tutte le donne amabili, saluta l’una, carezza l’altra, scherza con questa, fa il moralista con quella. Corre a tutte le toilettes, compare in tutti i circoli, assiste a tutti i pranzi; e, svolazzando di bella in bella, si trova a tre spettacoli quasi nello stesso istante. Se Spiras non è una elegante farfalla, inseguito dai Genii, ditemi voi cos’è.
Pramos, fregiato dei più bei colori, gira e rigira la testa in mille modi diversi; fischia, salta, piroetta, ciarla, morde, si fa temere ed ammirare. Pramos, oso dire con franchezza, non è che un pappagallino stuzzicato dagli Spiriti, che gracchia per far loro piacere e che dà colpi di becco a tutti quelli che si avvicinano.
Tutto si spiega dunque secondo il nostro sistema, non c’è nulla che non possiamo definire, nemmeno la magia. Essa non è, ai nostri occhi, che una operazione dei Genii, che ora suscitano fumigazioni per sconvolgere i nostri cervelli ed atterrirci con delle ombre, ora causano uno strepito straordinario che ci è impossibile comprendere. I Vampiri, se ce ne sono, benché così famosi in Ungheria ed in Polonia, non sono che dei cadaveri messi in moto dagli Zaziri, che si divertono a farli girare, così come noi ci divertiamo a spingere una palla o a muovere un burattino. Se la maggior parte dei popoli s’immaginano che vi siano delle anime che tornano dalla morte a bussare alle porte, tirare le tende e inquietare i viventi, mi sembra che si possa piuttosto attribuire queste belle faccende ai Genii; essi infatti hanno dei corpi sottilissimi, che servono loro come organi per agire e farsi sentire, mentre delle anime non potrebbero cadere sotto i sensi.
Bisogna dunque, come già detto, che gli Zaziri possano mettere in movimento le particelle dell’aria e del fuoco per operare delle cose sorprendenti: ed essi possono farlo così bene, che ora fanno fermentare i vini, mentre i nostri Cordellieri ronfano ad oltranza, ora fanno ribollire l’inchiostro sotto la penna dei nostri scrittori, e si vedono spuntare la Pucelle d’Orleans, il Candide ed altre stravaganze. Qui tutto a un tratto essi suscitano un fuoco ben vivace, ed il legno, per quanto si faccia, non può più infiammarsi; là essi sortiscono bruscamente da una fiaccola nella quale respirano, e li si trova nel mezzo delle tenebre. Qui essi dirigono una palla di cannone che riduce in poltiglia un furfante, là fanno brillare una mina che casualmente seppellisce i nostro cari. In altre parole, giudichiamo le loro furberie con le nostre, e non dubitiamo della loro capacità di sorprendere, di fingere e di ingannare.
Bisogna considerare come la punizione del nostro cattivo umore e del nostro accanimento nel tormentare gli animali, tutto ciò che gli Spiriti Elementari ci fanno soffrire: ci piace divertirci a spese delle povere bestie ed anche dei nostri simili, ma non vogliamo servire da divertimento per i Genii. Bisognerebbe almeno essere coerenti: ma possiamo lamentarci quanto vogliamo, i Genii vanno per la loro strada. Quando caricano di disgrazie ?un infelice, non fanno che imitare certi ministri che allontanano i soggetti più capaci e li lasciano languire nell’oscurità.
Questo principe, che non può soffrire la vista di un uomo raccomandabile per i suoi costumi e la sua onestà, e che lo punisce perché gli ha detto la verità, condannerà gli Spiriti Aerei che rendono una persona vittima del loro cattivo umore?Questo scrittore cinico, che prende in odio certi autori e ne fa l’oggetto delle sue terribili satire, accuserà i Genii perché mettono alla berlina un povero diavolo che dispiace loro? Questa preziosa coquette, che maledice di continuo i domestici, che parla male di tutti i vicini e che martirizza il suo cane ed il suo gatto, oltre che suo marito, che in tutto il genere umano sopporta solo i suoi amanti, avrà la faccia tosta di avere da ridire degli Zaziri che perseguitano chi non piace loro?
Ma seguiamo il progresso della loro malizia, e non temiamo di dire che quando noi cerchiamo un libro, solo lo fanno sparire e se la ridono; che quando aspettiamo una persona che ci ha dato un appuntamento, essi la fermano per farci arrabbiare; che quando sospiriamo per l’arrivo di una lettera, essi si divertono a ritardarla o anche a sottrarla; e che quando crediamo di poterci rallegrare, si servono della loro agilità per contraddirci ed inquietarci, allo stesso modo in cui noi prendiamo piacere a torturare delle mosche, a imprigionare degli uccelli, a rompere delle tele di ragno, a distruggere un formicaio, irritare dei calabroni per farne dei passatempi. È senza dubbio facile per loro riuscire in simili imprese, poiché ci avvolgono da ogni parte, si trovano nel mezzo delle nostre stanze più segrete, volteggiano intorno alle nostre teste.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 22-01- 2006 9:53 pm | Commenta questo post (0) |
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L’impero degli Zaziri sugli uomini

[Gli Zaziri]

Prima dell’anno uno, che comincia la genealogia del tempo, l’Essere Sovrano creò una moltitudine innumerevole di Spiriti, da lui fino all’insetto, diversi tra loro quanto le nostre facce. Egli volle che ci fossero, di classe in classe, dei Genii che dominassero gli uni sugli altri; e che quelli che vivono uniti alla natura degli elementi si servissero di noi per il loro piacere e la loro utilità, come noi ci serviamo degli animali. Così l’uomo si prende gioco della scimmia, e gli Zaziri si divertono con l’uomo.
Questo sistema, per quanto ridicolo possa sembrare a prima vista, soddisfa tutte le difficoltà; e d’altra parte, se si passa a Descartes la sua materia sottile, a Newton la sua attrazione, a Leibnitz le sue monadi, mi sembra che anche a me si possa permettere un’ipotesi con la quale spiego tutti i casi, , tutte le contraddizioni della vita, e faccio girare, con la migliore grazia del mondo, la terra ed i cielo.
Sono spiacente di togliere agli astri un potere di cui sono stati in possesso per molto tempo, e ne chiedo perdono ai nostri astrologi: ma poiché in fatto di fisica non c’è prescrizione, mi oppongo senza scuopolo ai loro sentimenti. Se mi si dimostra che ho torto, taccio, mentre ho diritti di contraddire, se non mi si offrono che ipotesi.
Continuo, e dico che è solo l’azione dei Genii Elementari che produce la maggior parte dei fenomeni che non riusciamo a spiegare. I Genii sono delle cause seconde di cui l’Essere assoluto si serve per eseguire le sue volontà.
Se non si vedono gli Spiriti di cui parliamo, benché spirino nell’aria e nel fuoco, noi domanderemo come mai, allora, non vediamo la nostra anima, perché non si scopre il minimo segno di vita nella chiocciola che vegeta nella sua conchiglia, nell’ostrica che sembra priva di ogni senso, nel baco sa seta che sembra annientato, nell’uomo abbattuto da una orribile letargia? Tanto l’aria quanto il fuoco, i cui movimenti non si interrompono mai e la cui circolazione è regolare quanto quella del nostro sangue, non hanno nulla che impedisca loro di servire come organi per i Genii, come i nostri corpi servono al nostro spirito. Ma è difficile far adottare un sistema dopo seimila anni di idee contrarie.
Il caso e la natura non sono che parole prive di senso; e malgrado la convinzione che ne abbiamo, osiamo definirli agenti di tutto ciò che accade. Quelli che ricorrono alla luna ed agli astri non sono più saggi, mentre il sistema che si fonda sui Genii e che li fa intervenire nei mille eventi di cui non si può rendere ragione non ha né l’inconveniente del fatalismo né il pericolo del materialismo. Qui tutto è libero e tutto è conseguente: sono degli Spiriti che, rivestiti della sostanza degli elementi, hanno corpi come i nostri, ma ben più sottili e più adatti ad operare delle cose sorprendenti. Tutte le sette hanno riconosciuto degli Spiriti sparsi nell’aria; ma nessuno fino ad ora aveva intravisto le loro operazioni, quali noi stiamo per spiegarle. Si vedrò che la nostra opinione differisce interamente dai sogni del Conte di Gabalis, e che i Genii che noi ammettiamo, essendo delle sostanze puramente spirituali, così come le nostre anime, non ci fanno del bene o del male che secondo delle Leggi generali, che così hanno ordinato.
Questi Genii hanno non so quanti sensi che noi non abbiamo, e quelli che influiscono sui nostri piaceri, i nostri guai ed anche sulla nostra salute si chiamano Zaziri, che in cinese vuol dire Agenti. Alcuni sono provvisti di infiniti piedi e mani, altri hanno delle ali di ogni specie, di modo che procedono, si attaccano e volano con una agilità sorprendente.
Se ci sono mille insetti la cui figura informe non consente di percepire né l’occhio, né la bocca, né le orecchie, e che tuttavia vedono, gustano ed intendono, non c’è motivo di escludere i sensi dall’aria e dal fuoco, dal momento che non si riesce a scoprirne l’energia o il gioco. La diversità fa la bellezza dell’universo, e questa scala di spiriti, che dalle viscere della terra si innalza fino al di là dei cieli, è degna di un Operaio immenso e magnifico nelle sue produzioni. Se il nostro corpo non è che una scintilla, una goccia d’acqua, una particella d’aria, perché non crediamo che ogni elemento, preso separatamente, possa servire da involucro a delle sostanze spirituali? I Genii, di conseguenza, hanno dei corpi meno composti dei nostri, e quindi più sottili e più agili, perché tutto ciò che è più semplice è più perfetto.
Ora è più facile vedere come gli Zaziri influiscano sui nostri comportamenti, sul nostro umore ed infine sulle nostre persone. C’è tanta analogia tra i loro corpi ed i nostri, che dobbiamo necessariamente soffrire quando essi si agitano con troppa violenza; poiché è allora che l’aria o il fuoco sono in movimento. Ecco così spiegata la fatalità degli antichi. Noi siamo più flemmatici o più collerici, più felici o più infelici, a seconda che i Genii stiano tranquilli o si agitino al momento della nostra nascita: e la ragione è assolutamente semplice; dal momento che i nostro corpi sono composti dei quattro elementi, e le nostre anime assoggettate al corpo, dobbiamo necessariamente dipendere dal movimento più o meno rapido dell’aria o del fuoco. È un termometro che dirige le nostre operazioni a seconda che si alzi o si abbassi.
Io sono spiacente di sottrarre agli astri un potere di cui sono in possesso da gran tempo, e ne chiedo perdono ai nostri astrologi: ma, dal momento che in fatto di fisica non c’è prescrizione, mi oppongo senza scrupolo ai loro sentimenti. Se mi si dimostra che ho torto, taccio, mentre ho il diritto di contraddire, se non mi si offrono che ipotesi.
Continuo, e dico che solo l’azione dei Genii Elementari produce la maggior parte dei fenomeni che non riusciamo a spiegare. I Genii sono delle cause seconde, di cui l’Essere assoluto si serve per eseguire le sue volontà; e dal momento che sono composti di particelle che vediamo, che tocchiamo, che respiriamo, ed anche che assaporiamo, la loro influenza deve toccarci in modo prodigioso.
Secondo queste osservazioni, l’uomo che si trova maggiormente vicino a degli Spiriti uniti alla sostanza del fuoco è poeta o folle; e colui che comunica maggiormente con i Genii terrestri è necessariamente farmacista o dottore in diritto. Sicuramente la nostra anima non ha bisogno, né per esistere né per sentire, dell’operazione degli Zaziri; ma essa diviene più tranquilla, o più attiva, secondo che essi si muovano, così come i nostri pensieri si elevano e si moltiplicano, a misura che delle nostre conversazioni, delle letture o degli oggetti vi eccitano e colpiscono: così si può dire che i Genii che vivono nelle fiamme plasmano il bello spirito e gli danno quel sale volatile per il quale si esalta ed evapora.
Oltre alle Leggi generali che lasciano ai Genii la facoltà di agire sulle nostre persone, e di trascinarci a loro piacimento, anche se in modo libero, è incontestabile che gli Zaziri abbiano i loro gusti particolari, che bisogna necessariamente esporre nei dettagli, se si vuol seguire il nostro sistema. Ogni intelligenza limitata, e che viva in dipendenza dalla materia, deve essere affetta da sentimenti e da fantasie. Ora, gli Spiriti Elementari sono in questa situazione; e noi possiamo assicurarcene tanto meglio, poiché la nostra umanità ci espone ad essere oggetto perpetuo del loro amore o della loro antipatia. Essi prendono piacere a servirsi di noi, come noi ci serviamo degli animali; essi ci perseguitano, ci molestano, ci tormentano; e se non possono ucciderci, è per rispetto delle nostre anime immortali: invece noi facciamo morire le bestie tutte le volte che vogliamo, perché la semplice materia non merita alcun riguardo.
L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 07-01- 2006 10:10 am | Commenti (5) |
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Prefazione

Se le mie visioni non sono gradevoli quanto quelle dei nostri begli spiriti, esse hanno almeno il vantaggio di non offendere né la religione, né la ragione. Cedo volentieri l’onore del materialismo e dell’eterodossia a chiunque voglia adornarsene.
Si dirà che le mie idee non sono nuove, ma a torto. Chi ha mai letto presso i moderni o presso gli antichi che noi serviamo da giocattolo agli Spiriti Elementari, come gli animali per noi! I Genii sono stati conosciuti in ogni tempo; ma si conosceva, prima di oggi, il loro modo di agire nei nostri confronti?
Se il mio sistema sembrasse straordinario, risponderò che i Demoni che ci tormentano, e che sono delle Potenze delle tenebre diffusi nell’aria, devono contribuire a rendere la Storia degli Zaziri almeno verosimile.
Io non pretendo che delle particelle d’aria o di fuoco possano pensare, perché non sono né un poeta né un filosofo moderno; ma dico che gli Spiriti uniti a degli elementi, come le nostre anime lo sono ai corpi, hanno la facoltà di comprendere e di sentire. Se m’inganno, almeno l’errore non sarà pericoloso.
Ho chiamato Zaziri, con un nome che viene dai cinesi, gli Spiriti Elementari, perché è oggi cosa elegante prendere a prestito dei termini eterocliti per farne dei titoli di opere.
Quest’opera, che mi è servita di ricreazione dopo la composizione di un libro serio, avrebbe potuto essere meglio elaborata; bisogna riconoscere che è suscettibile di miglioramenti: ma ho creduto doveroso occuparmi rapidamente di un opuscolo di questo genere.
Da certi tratti ci si potrà accorgere che non amo la ciarlataneria; quanti autori, a proposito deglgli Zaziri, avrebbero supposto un manoscritto trovato non si sa come e non si sa dove, e la cui traduzione sarebbe stata annunciata con enfasi!
Riderei di buon cuore, e ne avrei il diritto, se mi si criticasse seriosamente; ma non me lo aspetto. Non intravedo, tra i miei censori, che qualche preteso purista, che nel giro di venti o trenta righe proverà che lo stile non è abbastanza corretto, e che vi sono frasi che l’Accademia non avrebbe il coraggio di leggere. Ebbene! chiedo venia a Lorsignori, i nostro prosatori.
Io so che le opere d’oggi debbano sembrare alle nostre coquette; occorre del belletto, se si vuole che piacciano, ma credo ancora ai pregiudizi dei secoli andati; si credeva che la natura valesse più dell’arte.
Essendo null’altro che una specie di assaggio che indica al pubblico il pezzo che si va a presentare, ogni prefazione deve essere poco estesa; ecco dunque quanto basta per giudicare il resto. Gli italiani ed i tedeschi, questi autori di dediche e di prefazioni eterne, mi biasimerebbero certamente, ed io mi applaudirei per il loro biasimo.
Conosco abbastanza il mondo da indovinare a quali persone questo libro piacerà e quelli che lo percorreranno con una specie di piacere. Non c’è opera che non sia relativa, che non venga biasimata o lodata a seconda del modo in cui si è colpiti; e spesso, quando non si osano contraddire delle verità, ci si vendica scatenandosi contro lo stile oppure accusando di plagio l’autore che non piace. Così, chi ama gli spettacoli prende in odio chiunque attacchi i teatri; lo schiavo delle mode e della futilità dichiara indecente e cattiva qualunque critica che colpisca l’abbigliamento e la messa in piega: ma la Ragione, che scrive allo scopo di correggere le ridicolaggini, plaude alla satira dei cattivi buffoni, ed il vero filosofo non è toccato dai loro clamori.
Bisogna rispettare la religione, onorare i sovrani, tacere sui governi, evitare le personalità, e quindi prendersi beffa di tutto ciò che resta. Coloro che si riconoscono nelle descrizioni generali o nei ritratti, devono correggersi, e non lamentarsi come delle persone tanto malvagie da farne delle applicazioni odiose e contrarie allo spirito sociale. Se si temono le allusioni, non si dovrebbe andare né agli spettacoli né alle prediche; io trovo in Moliere e in Bourdalone tutti gli uomini d’oggi. Ogni raffigurazione dei costumi rappresenta necessariamente qualcuno, altrimenti non è naturale; ma i piccoli geni riferiscono a sé, o ai loro vicini, ciò che può riguardare indistintamente tutti i paesi. Il ritratto del vanesio non ha delle copie a Roma come a Madrid, a Vienna come a Parigi, a Londra come a Petersbourg? E non sarebbe ridicolo volerlo restringere a una sola persona o a un solo luogo? Felice l’uomo che, sempre equo, dimentica gusti e pregiudizi quando legge un’opera, e non giudica un libro che secondo la ragione! Ma io parlo del filosofo; e la maggior parte dei lettori non sono che spiriti falsi, ai quali bisognerebbe proibire la lettura, come si vieta il nutrimento ai malati. Mai si è letto quanto oggi, e mai si è letto con meno rettitudine e meno discernimento.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

2- Continua.

Pubblicato il 30-12- 2005 3:00 pm | Commenta questo post (0) |
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[Lettera dedicatoria]
Agli abitanti dei pianeti

ZazirocraziaE’ a Voi, che ve la ridete delle nostre sciocchezze e dei nostri titoli, e che di conseguenza non chiamerò né Altezze, né Eccellenze, né Monsignori, né Messeri, che offro quest’opera. Degnatevi di abbassare la sublimità dei vostri sguardi sulle produzioni di un autore terrestre e di vendicarmi delle opposizioni che il mio sistema deve subire presso i piccoli uomini, che come filosofia non hanno che l’abitudine. Si trovano oggi così pochi esseri ragionevoli, che devo slanciarmi al di là delle nebbie e delle nuvole, per scoprire delle Persone che vogliano e che sappiano pensare. Forse sono il primo uomo che vi dedica un libro; spero che possa piacervi. Ecco tutto il mio ossequio; è vero, semplice e breve, perché da voi non mi aspetto né regali né pensioni.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761, pp.III-IV.

1- Continua.

Pubblicato il 20-12- 2005 10:15 pm | Commenta questo post (0) |
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