Non c’è oggetto, non c’è soggetto
Quella che segue è la pagina conclusiva di un mio saggio su Compresenza e vacuità. Una lettura buddhista di Aldo Capitini, letto il 14 marzo dello scorso anno ad un convegno su Capitini e che ora è pubblicato negli Atti, appena usciti, a cura di Giuseppe Moscati, per l’editore Levante di Bari. Tocca uno dei temi che più mi stanno a cuore: quello del superamento dell’alternativa fede/ateismo e della possibilità, anzi inevitabilità di un ateismo religioso.
Un giorno l’asceta Vacchagotta andò a sedersi accanto al Buddha e gli chiese se il sé esiste. Il Buddha non rispose. «Allora forse il sé non esiste?», chiese ancora Vacchagotta. Nemmeno questa volta il Buddha rispose. Quindi Vacchagotta si alzò e se ne andò. Solo allora il Buddha spiegò ai discepoli le ragioni del suo silenzio. Se avesse risposto di sì, Vacchagotta avrebbe trovato conferma alla teoria degli eternalisti, se avesse risposto di no avrebbe pensato che hanno ragione i nichilisti. In entrambi i casi Vacchagotta si sarebbe attaccato a delle opinioni.
In un libro che si approssima fin dal sottotitolo all’idea di Hisamatsu di un ateismo religioso, Raimon Panikkar si è interrogato sul nobile silenzio del Buddha e sul suo significato per la fede. Che cosa vuol dire credere in Dio? La fede cristiana ha un oggetto, e questo oggetto, questo possesso dell’uomo di fede, è Dio. Panikkar ha parole molto dure riguardo a questo atteggiamento: «La fede non ha un oggetto. Sarebbe idolatria». Il silenzio del Buddha, spiega Panikkar, insegna che non bisogna mettere un oggetto davanti alla propria fede, «perché altrimenti la oggettiviamo, la ‘cosifichiamo’ e quindi la distruggiamo». La differenza tra il credere e il non credere risulta in effetti ridimensionata. «Egli è Dio solo per le creature; in sé non è nulla e, certamente, non è Dio», dice Panikkar ; e noi pensiamo a Eckhart, a quel sermone Beati pauperes spiritu nel quale afferma che Dio non era Dio, prima che vi fossero le creature; che io sono causa dell’esser Dio di Dio.
La fede dunque non ha un oggetto, perché qualunque oggettivazione di Dio è al di qua del suo abisso, rappresenta un’immagine, un idolo di ciò che non è rappresentabile, di ciò che non può essere com-preso né afferrato in alcun modo. Aggiungerei che la fede non ha nemmeno un soggetto. Nell’affermazione «Io credo in Dio» è idolatrico non solo l’ «in Dio», ma anche l’ «io». La fede indica, nella professione di fede corrente, il legame che unisce due realtà apparenti, che esistono per sostenersi reciprocamente: l’io e Dio. Il secondo esiste per il primo: Dio rassicura, fonda, sostiene il soggetto. L’insegnamento del Buddha, con il suo silenzio di fronte alle massime questioni, insegna che bisogna fare a meno di questo sostegno, che fa tutt’uno con l’eliminazione del soggetto stesso che a quel sostegno si appoggiava. Non dunque l’eteronomia, né l’autonomia del soggetto. Non un uomo che si appoggia a Dio, né un uomo che pretende di fare a meno di Dio. La terza via proposta da Hisamatsu e da Panikkar è una via che è al di là del credere e del non credere, quella che Panikkar chiama via ontonomica - la via di mezzo tra l’eteronomia e l’autonomia. Non c’è l’Oggetto del credere, non c’è il Soggetto del credere. Mancando un Soggetto parlante ed un Oggetto di cui parlare, non c’è la parola. Resta il silenzio. Il silenzio del Buddha, che è anche il silenzio dei grandi mistici cristiani.
È indicata qui una via per la ricerca religiosa nell’età della secolarizzazione. È una ricerca libera, necessariamente svincolata dalle istituzioni religiose, che sulla rassicurazione del soggetto fondano il proprio successo; è una ricerca per la quale non valgono più le vecchie distinzioni tra credere e non credere, tra fede ed ateismo. Come ho cercato di mostrare, la libera religione di Aldo Capitini va in questa direzione. Il filosofo di Perugia ha tentato in una solitudine quasi assoluta (in queste tematiche gli è stato accanto, per qualche tempo, il solo Ferdinando Tartaglia) ed in un contesto culturale dei più ostili, di percorrere la via difficile, anche se ormai inevitabile, di una religione secolarizzata. Ha scontato il suo azzardo con l’incomprensione e l’ostracismo. È giunto il tempo di riconoscere in quella ricerca appassionata e persuasa uno dei contributi più alti offerti dal Novecento italiano alla chiarificazione del problema religioso nel tempo attuale.

Manopubba.ngammā dhammā
L’
Il bodhisattva Ruciraketu, Pinnacolo di Bellezza, si addormentò, e sognò, e nel sogno vide un grande tamburo d’oro, e tutt’intorno migliaia e migliaia di buddha seduti sotto magnifici alberi, su preziosi troni, e dietro di loro, intorno a loro miriadi di discepoli, un mare umano disciplinato e attento e commosso: ed il tamburo risuonò, e dal tamburo vennero fuori parole, ed erano parole di confessione e di speranza, parole che oltrepassavano le migliaia di Buddha e l’infinità dei loro discepoli per cadere come pioggia di petali, per sfiorare come carezza di donna, per rallegrare come riso di bambino le sterminate moltitudini di esseri sofferenti - uomini e donne, cani e topi, serpenti ed aquile. Dicevano: