In Capitalism. A love story Michael Moore non si spiega come mai vengano chiamati contadini morti quei lavoratori americani che, senza saperlo, hanno sul groppone assicurazioni stipulate dalle multinazionali (non poteva mancare ovviamente la Nestlè), sì che morendo prematuramente le arricchiscano - senza che, ovviamente, un solo dollaro giunga alle loro famiglie, ridotte spesso sul lastrico dalle spese sanitarie in caso di morte dopo malattia. Non se lo spiega nemmeno l’esperto di finanza che intervista. A me l’espressione ha fatto venire in mente Le anime morte (Мёртвые души) di Gogol. Il quale è un viaggio nell’inferno della russia di metà Ottocento, così come il film di Moore è un viaggio nell’inferno dal capitalismo del ventunesino secolo. Come è noto, il protagonista del romanzo di Gogol, Pavel Ivanovič Čičikov, gira la Russia per acquistare quei servi della gleba che sono morti dopo l’ultimo censimento, al fine di crearsi un patrimonio di servi della gleba fantasma da ipotecare, arricchendosi. E’, insomma, uno che lucra sui morti, esattamente come le multinazionali americane.
Il seguente episodio del libro potrebbe appartenere al film di Moore: (more…)
Sono fermamente persuaso che le nostre più profonde convinzioni religiose, politiche, estetiche risentano, molto più che delle letture che abbiamo fatto nell’età della ragione, degli spettacoli cui abbiamo assistito da piccoli - film, telefilm, cartoni animati, rappesentazioni teatrali. Solo un esempio: Gandhi legge la Bhagavad-Gita a vent’anni, ma è da bambino che assiste a spettacoli popolari sulla drammatica e avvincente storia di Harischandra, che affronta ogni sacrificio pur di restare fedele alla verità. Gandhi non sarebbe diventato il Mahatma, né Bapu, senza Harischandra. La Gita è arrivata dopo, quando l’essenziale era già stabilito.





