minimo karma    retomar o pedaço que falta

Diario

Danilo se ne andò il penultimo giorno del ‘97. Il telegiornale del pomeriggio ne diede notizia frettolosamente: nessun servizio. Aspettai i telegiornali seguenti. Niente. Non era morto nessuno. Non si sarebbe meravigliato, Danilo Dolci. A quello che altrove considerano uno degli uomini più grandi degli ultimi cinquant’anni - candidato più volte al Nobel per la pace - il nostro paese ha riservato umiliazioni, insulti (per un giudice era un delinquente abituale; disonorava la Sicilia, secondo il cardinale Ruffini) il carcere. E poi l’oblio.
Approfittando della provvidenziale rottura del mio hard disk - uno schock addizionale, alla Gurdjeff - ho deciso di mandare all’aria gli studi sulle idee educative di Gandhi (tra qualche giorno uscirà il libro sul pensiero religioso: e può bastare, per ora) e di dedicarmi a studiare Dolci. Un modo per risarcirlo. E per cercare ancora l’altra Italia.
Intanto una citazione, parole che sembrano scritte in questi giorni:

    Basta che uno confonda il nonviolento organizzarsi col completo caos, e tutto ridiventa più difficile. Dove prosperano i Berluschi e gli Sgarbi, con la banda Dell’Utri, o i loro consimili nel mondo, la mafia alza la cresta, impunemente spara; i giudici onesti sono vituperati e, ove possibile, eliminati.

    (D. Dolci, La struttura maieutice e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci 1996, pp. 217-218.)

Pubblicato il 16-10- 2009 7:16 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

    tu che soffri anzi, che t’intristisci, che ti ripieghi d’amore
    (e ascoltami, dovresti proprio farlo quel libro d’amore che ti dicevo)
    dovresti osservare a lungo queste persone che siamo
    forse potrebbe essere consolante per te
    o forse solo (in qualche modo) un panorama allegro da vedere

[a.]

Pubblicato il 05-10- 2009 7:24 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Non sono d’accordo, infatti. Con questo sistema si passa tutta la vita a cercare di piacere all’altro (mentre ti scrivo sto cercando di convincere su facebook una mia ex alunna a studiare meno).
Per gran parte della nostra vita cerchiamo di ottenere il riconoscimento degli altri; per questo siamo disposti anche a cose umilianti: e questo ci rende spesso terribilmente infelici. Nella vita non è importante fare sempre meglio. L’ideologia del “sempre meglio” ha creato una civiltà mondiale dello spreco e della distruzione. Stiamo crepando di competizione, e tu mi vieni a parlare di “un incentivo potente a fare sempre meglio?” La scuola dovrebeb insegnare ad accettarsi, a fare ciò che piace, ad entrare in contatto profondo con la vita. Sogno una scuola in cui venti bimbi guardano un fiore cercando di toccare il segreto della sua bellezza, invece di azzuffarsi l’un l’altro per primeggiare, istigati dal maestro. (more…)

Pubblicato il 29-09- 2009 7:26 pm | Commenti (6) |
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Diario

18:03Antonio
io non credo che dio, se esistesse, punirebbe qualcuno perché non ha creduto in lui

18:03Antonio
sarebbe un dio estremamente narcisista
voglio dire: a lui che gliene importa se io credo o no nella sua esistenza?
mica gli cambia la vita (more…)

Pubblicato il 28-09- 2009 6:25 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario, Libri

John Updike, Corri, coniglio (”Con le donne, seguiti ad avere scontri perché vogliono cose diverse. O cedono, come una pianta, o scorticano come una pietra. In tutto il verde mondo nulla è piacevole quanto l’indole buona d’una donna”); Ditte e Giovanni Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha (”Lo potrei uccidere senza pensarci su e con il sangue che sghorgherebbe dalla sua gola potrei medicare le zampe di questo verme da letame che ora è mio marito”) e Luis Sepùlveda, Cronache dal cono sud (grazie a Ida); Maurizio Parodi, La scuola che fa male; Aa. V., Prima educare. Nella scuola e nella società; Jiddu Krishnamurti, Questa luce in se stessi; Edward W. Said, Orientalismo; Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti (”Se soltanto si potesse assaporare il proprio nulla, ci si potesse riposare nel proprio nulla, e questo nulla non fosse una sorta d’essere, ma non fosse proprio del tutto la morte); Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura e Lettere dalla mia Birmania; Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena (Dello stesso parere era il dottor King, uno dei responsabili delle strategie demografiche americane: “Tentate la pianificazione familiare [nel Terzo Mondo], ma se non funziona lasciate morire i poveri, perchè costituiscono una minaccia ecologica”! Già negli anni cinquanta un autore americano, William Vogt, affermava la necessità di un a drastica diminuzione della popolazione: “Una guerra batteriologica su grande scala sarebbe un mezzo efficace, se condotta energicamente, per restituire alla terra le sue foreste e i suoi pascoli.”); Jou Tsung Hwa, Il Tao del Tao Te Ching; Gershom Scholem, Walter Benjamin.

Pubblicato il 25-09- 2009 3:18 pm | Commenti (1) |
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Diario

Sto qui, vedi? Ho davanti, sotto di me il ventre aperto della città, e guardo il corso misurato dai passi lenti della gente, li vedo tenersi per mano, ragazzi e adulti, e sembrano felici, ma io so, io vedo non visto che su di loro passano i pipistrelli, ed alzo lo sguardo alla luna ed al blu, e riguardo giù, e mi pare che il mondo si allarghi a dismisura e poi di nuovo si restinga, come una fisarmonica terribile, e questo, vedi, mi spaventa, e non so se è più grande la paura di essere risucchiato in alto o di cadere in basso, di allargarmi o di restringermi.
Diresti, guardandomi, che penso. No, non penso. Guardo. Guardo fuori e guardo dentro. Se una traccia di pensiero c’è, è il tentativo di dare un ordine alle cose che passano: di costringerle in un canone estetico, di far sì che da quel caos venga fuori qualcosa di bello, di convincermi in qualche modo di poterlo padroneggiare e spremerne un’emozione: o una speranza.
Non mi riesce.
Mi manchi così tanto. No, non credere che stia parlando di te. Non sto parlando di te.

Pubblicato il 31-08- 2009 9:00 pm | Commenti (1) |
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Diario

Salgo le scale arrivo alla porta cerco la toppa, quando già la chiave è dentro alzo gli occhi per vedere se sopra la porta c’è il mantra om mani padme hum, per vedere se quella è la mia porta, e non quella di qualcun altro. Una volta Freud si ritrovò al piano di sopra. Il suo inconscio, pensò, voleva così compensare qualche umiliazione che aveva subito di recente. Io non vado oltre, non mi fermo prima: trovo la mia porta. Sarà che tutto sommato la vita mi paga il giusto. Né a credito, né a debito. Eppure un attimo prima di girare la chiave nella toppa temo d’aver sbagliato.
Accanto al mio palazzo ne cresce un altro. Tra i due, un metro di nulla che si arrampica fino al quarto piano, e lì trova pace in una tettoia di plexiglas. Il mio pianerottolo è libero, la finesta s’apre sui tre archi oltre i quali la città s’avvia al camposanto, ed illumina il mio piano e quello di sotto. I primi due piani, invece, prendono qualche luce dal portone in anticorodal. L’unico buio è il terzo piano, che non riceve luce né dall’alto né dal basso. Qui sono, penso. Sono al terzo piano della vita. Non ho più la luce della giovinezza, non ho ancora la luce della vecchiaia. Sto nella zona d’ombra della maturità.
Ma va bene. Ripeto: non sono a credito, né a debito. Devo solo fare un po’ attenzione a dove metto i piedi.

Pubblicato il 06-08- 2009 1:41 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Ho fatto i capelli bianchi, dice. Sono diventato vecchio, tra un poco muoio. E’ un bel problema, dice.
Ma no, dico. Qui c’è l’aria buona, camperà cent’anni.
Sorride e va a godersi lo spettacolo usato della valle e delle montagne intorno.
Lo guardo. E’ un bel problema, penso.

Pubblicato il 01-08- 2009 10:07 pm | Commenti (2) |
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Diario

Semplificare. Riflettere. Cercare. (Dice: il tuo rigore apparente, la tua struttura apparente, la tua disciplina apparente, la tua calma apparente.)

Pubblicato il 9:33 am | Commenta questo post (0) |
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Diario

Nella pieve il prete parlava diceva storie di un popolo che non è il mio raccontava pietà aliene margotta religiosa: ma era messo in scacco dai grilli, infiniti grilli sugli alberi tutt’intorno, un leggero allegro disperato vociare di grilli che circondava le parole del prete, le sovrastava, le affocava.
Nel fresco della pieve aperta alla campagna il desiderio ha zittito la pietà.
Ecco una messa che mi piace, ho pensato.

Pubblicato il 19-07- 2009 5:21 pm | Commenti (1) |
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Diario

Il lezzo dei sentimenti andati a male.

Pubblicato il 15-07- 2009 9:19 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario

Introspezione. Guardarsi dentro e trovare Dio - o lo spirito, o qualcosa di simile. Anche questo sguardo è un fatto culturale, il dentro è costruito, finto, messo in scena secondo i canoni; anche nella introspezione, momento della trasparenza a sé stessi, si è falsi, si sfugge a sé stessi, si mente a sé stessi (senza però che colui che mente, essendo tutt’uno con la menzogna, sia consapevole di mentire). Una autentica introspezione porta a contatto con un caos miserabile. Né Dio né spirito, ma un viaggio disperante al fondo dell’inferno.

Pubblicato il 03-07- 2009 6:21 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario, Amore

Ti amo, dice. E’ figlio, come tanti, della maledizione dell’educazione. Per anni gli hanno detto che non era come doveva essere; per anni si è sentito ogni giorno cattivo, sbagliato, colpevole; per anni ha cercato di mettere sé stesso nello stampo che gli veniva offerto, di assumere le espressioni del viso che gli venivano suggerite, di compiere gli atti necessari; per anni ha messo a tacere, represso, perseguitato sé stesso. Ora se ne sta lì con la sua preghiera. Perché il suo ti amo questo vuol dire: liberami, tu che mi sei ora accanto, liberami dalla maledizione dell’educazione, guardami bene, guardami ovunque, sopra e sotto, fuori e dentro, e dimmi che mi vuoi, guarda bene i miei fiori e le mie spine, toccami, accarezzami, graffiami, mordimi, assaggiami e dimmi che va bene, che si può fare, che è finita la maledizione, che posso uscire allo scoperto. Dimmi che posso uscire allo scoperto, ti prego. Dimmi che è finita. Dimmelo.
Dimmi che posso uscire allo scoperto.
Ti amo, dice. E prova ad uscire allo scoperto, ed ecco che le sue spine sembrano fiori, il dentro è bello come il fuori, la maledizione sembra finita. Il mondo si presenta finalmente amico. La guerra - la guerra di tutti contro di lui, e di lui contro sé stesso - è finita.
Ma il destino lo aspetta al varco. L’inciampo accade. Le spine tornano spine, il dentro si separa dal fuori, e torna a nascondersi, a soffrire lontano dagli sguardi. Ancora una volta si sente cattivo, sbagliato, colpevole. Ancora più colpevole, perché si accorge che in quella preghiera, in quel ti amo, c’era una ingiustizia radicale: perché lui, figlio dell’educazione, aveva forse la forza per uscire allo scoperto, per mettersi fiore e spine nelle mani di qualcuno, ma la forza per accogliere a sua volta, per dire di sì al dentro ed al fuori, per toccare accarezzare graffiare mordere guardare e dire sì, quella forza grande che sola dà il diritto di essere amati - quella forza non era con lui.

Pubblicato il 27-06- 2009 9:39 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Diario

A un certo punto della sua vita scrisse un articolo intitolato “Una raggiunta felicità di esistere”. Credo che avesse sui trentasette anni, l’età che ho io ora. E potrei anch’io. Diceva, lui, di fonti e monti, di antiche rovine e nuove gentilezze. Direi, io: delle rondini che volano fin sotto il mio naso, della luna-pozzo-varco, del ritrarsi leggero delle cose al tramonto, dell’amare ed essere amato. L’ennui n’est plus mon amour. Ma non era felice quando lo incontrai. Non me ne meravigliai, s’intende: due o tre volte nella vita capita di incontrare una persona felice. Fragili o impettiti, si sta dietro le sbarre - di odio, di ambizione, di invidia, di tristezza, di angoscia. E: religione, politica, sapere. Io anche, così le sbarre si raddoppiamo, ma non fino al punto di sopprimere il sorriso, che viene come la pioggia sulla terra riarsa di agosto. La sua era la gabbia d’un vecchio cieco, e coincideva col confine - ampio, angusto - del suo io di intellettuale fin troppo riverito, che misura ogni giorno la sua fama, la sua influenza, quel che resterà ai posteri. Aspirava non alla lapide, ma all’enciclopedia. E da questa aspirazione veniva un fuoco che non t’aspettavi, in un uomo della sua età; un fuoco che lo bruciava, lo devastava, lo abbatteva.
L’ennui n’est plus. Ma covo anch’io un fuoco che mi brucerà.

Pubblicato il 13-06- 2009 5:44 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Ci sono i ragnetti rossi sul balcone. Li osservo, mi sembrano belli. Vanno e vengono, operosi. Ho bisogno di capire se danneggiano le piante - nel qual caso mi troverei di fronte al dilemma se ucciderli per salvare le piante, o lasciar fare alla natura, qualunque cosa sia. Vedo in rete. E in rete è pieno di gente che chiede soccorso contro i ragnetti rossi, e non per salvaguardare le piante. Scopro che per molti sono una preoccupazione pressante. Qualcosa di cui bisogna liberarsi costi quel che costi. Ed ecco i rimedi: borotalco, acqua saponata, alcool, acqua e aceto… Eppure quegli esserini, oltre che praticamente invisibili, sono assolutamente innocui per l’uomo. Ma non basta: esistono senza autorizazione. Si prendono uno spazio che non è stato concesso. Non sono stati previsti da alcun piano. E come tali vanno eliminati.
Una manciata di secoli di religione e filosofia non ci ha vaccinati contro questa miseria.

Pubblicato il 13-05- 2009 6:52 pm | Commenti (1) |
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