Diario

Da quali oppressioni dovremmo liberarci?, chiedo agli studenti. Dicono: dai condizionamenti sociali, dalla paura di essere giudicati, dalla falsità, dalla routine, dalla paura di deludere, dal desiderio di essere come gli altri, dall’incertezza, dalla timidezza, dalla paura della morte. Una ragazza dice: dalle false guide spirituali.
Ed io, da quali oppressioni dovrei liberarmi?
A volte m’intristisce un’impressione. Non so se riuscirò a spiegarti: è come se avessi fatto in un momento della mia vita qualcosa di terribile - che so: avessi ucciso qualcuno - e poi avessi dimenticato, rimosso tutto, ma non fino al punto che non rimanga qualcosa al fondo, un’inquietudine sfuggente. Cerco di evocare i miei errori, il male che ho fatto alle persone, ma nulla mi pare così terribile da giustificare una tale sensazione. Dovrei andare ancora più a fondo, avverto: ma non vi riesco.
Questa notte ho sognato che ero al cospetto di un panorama straordinariamente bello. C’era un paesino, con una chiesa al centro ed un grande crocifisso, e tutt’intorno la campagna ed il cielo: ed i colori, i colori erano straordinariamente vivi e belli, belli da togliere il fiato. Ed io ho pensato che bisognava fare una fotografia, ma mi sono accorto che avevo smarrito la fotocamera; ho preso allora il cellulare, ma nel frattempo la bellezza s’è spenta, i colori sono diventati ordinari, ed anche il crocifisso è scomparso. Poi è arrivato un tale con un carro, una specie di Babbo Natale ma più rustico, con la barba sì ma senza il rosso della Coca-Cola, e mi ha detto di pescare il mio dono da una grande sacca, ed io ho pescato un piccolo teschio. No, ha detto lui, questo non è per te.
Da bambino a volte avevo l’impressione che le persone che mi circondavano fossero automi, esseri meccanici privi di anima, che recitavano alla perfezione la loro parte e celavano il loro segreto. Mi spaventavo a morte, in quei momenti, che per fortuna non duravano a lungo. Passeggiando per le strade piene di gente in questo dicembre così caldo ho la stessa impressione. E mi spavento a morte.

Pubblicato il 08-12- 2011 9:01 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Questa notte è successo di nuovo. Sono un professore, e sono le otto e dieci: devo andare al lavoro. Cerco il foglietto con l’orario, e controllo: ho la prima ora in terza, la seconda in seconda, la terza ora di nuovo in terza. Ma dove? Non mi ricordo come si chiama la scuola in cui insegno. Per quanti sforzi faccia, non riesco proprio a ricordarmi. E non so che fare.
Questo è il tema-base dei miei incubi, che ha diverse varianti. Spesso sogno di non riuscire a raggiungere la scuola; di sapere che scuola è, ma di trovare mille impedimenti che mi fanno perdere tempo e mi allontanano. In altri casi sogno di raggiungere la scuola, ma di non riuscire a trovare la mia aula. In altri sogni so bene quale è la mia classe e dove è la mia scuola, ma non riesco ad uscire di casa per andare al lavoro. Sono come K. che non riesce, per quanti sforzi faccia, a raggiungere il castello.
Ho cominciato ad avere questi incubi quando ho lasciato la scuola, tre anni fa. L’unica spiegazione che riesco a darmi, è che esprimano il mio timore di non riuscire più a fare bene il mio lavoro, una volta tornato a scuola. A confermare questa interpretazione sembra esserci il fatto che questi sogni si sono infittiti negli ultimi tempi, vale a dire a pochi mesi dal mio ritorno a scuola.
O forse mi dicono che il mio posto non è la scuola.

Pubblicato il 07-09- 2011 8:30 pm | Commenti (5) |
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Diario

Lui, il riconosciuto, non aveva più pensato, assorto com’era, che l’amore potesse esistere ancora. E’ comprensibile che di tutto quanto allora accadde venisse tramandato soltanto questo: il suo gesto, il gesto inaudito che non si era mai visto prima; il gesto di supplica con cui si gettò ai loro piedi, scongiurandoli di non amare. Impauriti e vacillanti lo sollevarono. Interpretarono il suo impeto a modo loro, perdonandogli. Per lui deve essere stato indescrivibilmente liberatorio che tutti lo fraintendessero, nonostante la disperata evidenza del suo atteggiamento. Forse poté restare. Perché di giorno in giorno capì sempre più che non riguardava lui l’amore di cui andavano tanto orgogliosi e al quale si esortavano a vicenda. Era quasi costretto a sorridere vedendo come si affaticavano, e fu chiaro quanto poco sapessero pensare a lui.
Cosa conoscevano della sua esistenza. Adesso era terribilmente difficile da amare, e sentiva che soltanto Uno ne sarebbe stato capace. Quell’uno, però, non voleva ancora.

Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, trad. C. Groff, fine.

Pubblicato il 13-06- 2011 6:16 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario

La pace interiore, dici. No: finché c’è un interno ed un esterno non c’è pace. Abituati a sentire il mondo stesso come il tuo corpo - di più: liberati dall’idea stessa che esista qualcosa come un corpo. Mente e corpo sono solo una regione di quel che si dà.

Pubblicato il 04-04- 2011 8:27 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario

Il cielo si tinge delicatamente di rosso, le rondini volteggiano allegre, l’odore del rosmarino abbraccia la sera ancora incerta. Ma lo stomaco fa male, e tristi pensieri zampettano come corvi. Se guarda fuori prova gioia, se guarda dentro - se si volge al corpo e alla mente - si fa triste.
Il cielo è cupo, il vento spazza la città, dense nubi incombono sulla periferia squallida: non un solo albero, non un filo d’erba a contendere al grigio il suo dominio. Ma dentro c’è una musica da bimbi, e la festa dei versi d’un poeta. Se guarda dentro, svanisce la tristezza.
C’è dunque solo da scegliere dove guardare, si direbbe. Il saggio guarda dentro quando fuori c’è il cielo cupo, guarda fuori quando è cupo il cielo di dentro. La saggezza è distrazione: guardare altrove. E gioire di questo altrove.
Ma l’altro non sceglie, non decide. Quel che c’è, c’è. Quel che è, è.
No, non è saggio.

Pubblicato il 26-03- 2011 10:02 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Per un momento, rinunciare alla pelle. Per un momento, rinunciare al nome. Rinunciare, per un momento, al tempo - al momento.

Pubblicato il 25-03- 2011 11:27 am | Commenta questo post (0) |
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Diario

L’impiegata postale ha gli occhi azzurri e lo sguardo leggero, mi parla di offerte vantaggiosissime mentre di là dalla porta una bambina piange, l’ho vista prima di entrare con la madre che parlava al telefonino, le ho fatto la linguaccia ma non ci ha fatto molto caso, l’impiegata ha gli occhi azzurri, chissà se questa era la vita che voleva, penso, e la porta si apre, entra una collega, c’è quella tizia, quella con la bambina che piange, che vuole prelevare le ultime dieci euro del suo conto e non ha nemmeno la carta d’identità, dice, dieci euro capisci? ha fatto perdere tempo a tre persone per dieci euro. Se le avessimo fatto la colletta avremmo fatto prima, dice.

Pubblicato il 28-02- 2011 9:35 pm | Commenta questo post (0) |
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Diario

Finché l’inferno resta non comunicato, non c’è amore: poiché l’amore è mettere in comune. Ma la comunicazione dell’inferno distrugge l’amore: poiché nella società dei consumi (solo?) l’amore ha a che fare con lo stare bene. Il cosiddetto amore non è forse una rappresentazione?

Pubblicato il 15-02- 2011 10:55 am | Commenti (4) |
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Ho messo piede in chiesa per noia per vedere com’è la chiesa alle sei del pomeriggio perché non so, mi sono seduto ed ho guardato, c’erano vecchi che dicevano il rosario, prega per noi prega per noi prega per noi, ma perché lo fanno mi sono detto, e poi: giudichi sempre, guardi il mondo e giudichi, non lasci semplicemente essere nulla, guardi e giudici, e mi sono dunque disposto spinozianamente a guardare senza giudicare, ad intelligere senza giudicare, ma c’era ovunque una sensazione di fastidio, la solita sensazione di fastidio, ecco, ho pensato, giudico perché non riesco a guardare con questa sensazione di fastidio, il giudizio è uno stare nel mondo compatibile con il fastidio, il guardare no, ma dovrei guardare, guardare e vivere è tutt’uno, ecco non so vivere: ed ho aperto Bohme ed ho provato a leggere e una donna mi ha guardato una volta, poi un’altra, mi ha guardato anche lei con fastidio, non mi ha guardato ma mi ha giudicato, e mi sono alzato e me ne sono andato, mentre suonava un violino ed il prete dava il benvenuto a due tizi che festeggiavano i venticinque anni di giudizio reciproco.

Pubblicato il 18-01- 2011 7:40 pm | Commenti (4) |
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Mettiamola così: tutto ciò che riguarda Antonio Vigilante, la sua supposta identità, è negoziabile. E’ fluido, mutevole. In relazione. Acquattato nell’involucro di Antonio Vigilante c’è un Coso di cui ignoro il nome, che se la ride di Antonio Vigilante, sia che porti la camicia di flanella sia che porti l’abito alla moda. E’ nudo, lui: ed il resto gli è indifferente.

Pubblicato il 15-12- 2010 8:41 pm | Commenti (3) |
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Il treno è fermo farà ritardo forse un’ora forse due ore, un tale è finito sotto, probabilmente s’è buttato, bisogna aspettare il medico legale e il giudice eccetera, la gente passeggia nervosamente nel corridoio, qualcuno scende, proprio oggi doveva ammazzarsi, dice una donna. Io penso alla carne macellata come in quel videogioco, Quake mi pare che si chiamasse, in cui sparavi ed ecco che ti trovavi di fronte un ammasso sanguinante, che poi spariva. Chissà, magari non è così male come sembra, penso. E’ come la faccenda del bolbol e la rosa. Il tale doveva essere un usignolo, l’eurostar la sua rosa. Die chymische hochzeit.”Il suo ‘io’ si era nell’Essenza annullato / lì non era più l’io’, era soltanto Iddio”: Attar, Bolbol-Namè, trad. Saccone, v. 246.
(Nemmeno Dio, natürlich.)

Pubblicato il 23-11- 2010 10:52 pm | Commenti (2) |
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Diario

Poiché il mondo è quello che è, vale a dire un posto di zanne ed artigli, ogni ente si premura, chi in modo più perfetto, chi ingenuamente, quasi volesse difendersi da una pioggia violenta con un ombrellino bucato: e questa disparità, questa ineguale distibuzione degli scudi e dei rimedi sarebbe un ennesimo punto a sfavore dell’intelligenza creatrice o ordinatrice di cui alcuni parlano, se non fosse ormai certo - ammesso che qualcosa possa essere certo - che sono, queste difese coriacee o fragili, frutto del processo con il quale ogni specie s’adatta all’ambiente, vale a dire cosa mondana più che divina. Ma nell’essere-quello-che-è del mondo c’è anche - ed un puttana Eva non sarebbe inopportuno, occorre ammetterlo - il fatto che esso non è solo zanne ed artigli, ma anche, in modo certo sporadico, incontrollabile, imprevedibile, amore: o comunque voglia chiamarsi la bocca che non morde, ma bacia, la mano che non artiglia, ma carezza. Questo imprevisto, questa leggerezza inattesa e festiva, può tuttavia risultare rovinosa. Tra le cose che mi sono care c’è una pianta di cui non conosco il nome. M’è cara perché ha qualcosa di umano, nel suo gettar braccia a destra e a manca, disperatamente, senza ordine né logica; di più: ha qualcosa di mio, direi, se fossi in grado di dire con certezza questo sono io, questo è mio. Poiché il mondo ha zanne e artigli, questa pianta, che è brutta da non dirsi ma una volta all’anno getta fuori enormi fiori rossi incredibilmente belli, si è munita di spine. Non aveva previsto che un giorno qualcuno, cercando di liberarla dalle erbacce - c’è un arbitrio, una ingiustizia in questo distinguere erbe ed erbacce, lo so - che le sono cresciute intorno, dentro, si sarebbe trovato in difficoltà, perché impedito dalle sue spine. Non aveva previsto, cioè, che la sua paura del male avrebbe reso difficile un gesto d’amore.
Mi sono deciso solo ora a chiedere un guanto per estirpare le erbacce senza farmi male. Ma troppo tardi, temo. Tolta la pianta abusiva, che era cresciuta particolarmente rigogliosa - ed il cui assassinio resta una delle incoerenze di chi vorrebbe tentare la ubris di estendere l’etica oltre la sfera dell’umano - della pianta che mi assomiglia è rimasto ben poco.
Come di te, direbbe qualcuno, se ci fosse qualcuno in grado di dirmi queste cose.

Pubblicato il 16-09- 2010 7:56 pm | Commenti (1) |
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Diario

Tra le diecimila ansie, fobie, nevrosi che ci affliggono mi pare che non sia frequente, e perciò granché studiata, quella che potrei chiamare angoscia da contatto. Che consiste esattamente in questo: essere infastiditi dal contatto con le cose. E’, come è chiaro, un disturbo estremo, quasi grottesco nella sua paradossalità - una sorta di allergia al mondo. Ecco, sto seduto sul balcone, c’è un vento fresco, gradevolissimo, ho davanti a me la vista dei tetti del centro storico sui quali il sole sta tramontando, e proprio di fronte a me luccica Venere. Sono seduto su una panchina e leggo. Ma ecco: mi infastidisce il contatto con la panchina, la vicinanza della ringhiera, la prossimità del muro alle mie spalle. Perché la panchina è usurata dalle intemperie, il muro è fatto di mattonelle che trovo orribili, la ringhiera è indubbiamente brutta. Di questo si tratta: non di una angoscia da contatto uberhaupt, ma dell’angoscia di toccare qualcosa che sia in qualche modo segnata dalla bruttezza. E’ la stessa angoscia che mi provocano i fiori: perché non ce n’è uno che, pur nel pieno del suo fiorire, non annidi già in sé il marciume, l’appassire: la morte. E non evito anche le persone? Sto tra le cose come se mille mani in ogni istante cercassero di afferrarmi e condurmi verso il marciume che rode il mondo. Sto tra le cose, tra le persone, come chi ha paura di sporcarsi.
E’ questo il limite della mia umanità. Lo constato con una tristezza infinita.

Pubblicato il 02-09- 2010 8:05 pm | Commenti (1) |
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Diario

E’ la morte. E’ il tempo. Il nostro amico va, sta, parla, tace, sorride, si fa serio; guarda lontano o contempla le sue stesse mani, ma sempre con un certo disagio, con un rumore sottile come di topo che raspa nel muro, un tac tac costante che lo fa impazzire. Registra i malanni - lo stomaco, la testa, la nausea, le ossa -, ma sa bene che al fondo è quello stesso rumore sottile che scava e svuota, sa che tutto gira intorno a quel disagio. Di tanto in tanto quel disagio s’allarga, dilaga finalmente, il rumore diventa assordante, il topo assume le proporzioni d’un mostro orribile: sto per morire, si dice; e: il tempo, guarda cosa m’ha fatto il tempo. E: cosa mi farà il tempo. Se ne sta con la testa tra le mani, sconvolto. Poi passa, il rumore torna a farsi tenue, lui si rialza, barcolla un po’, riprende a camminare tra la morte e il diavolo, con lo stomaco che gli fa male, con la testa che gli gira, con quel tac tac nel cuore.
Bisogna trovare un modo per ingannare il tempo, pensa. E se la smettessi di essere io?, si chiede.

Pubblicato il 31-07- 2010 9:16 pm | Commenti (2) |
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Diario

In memoria dei vecchi tempi (ah, i vecchi tempi! ah! oh!) stamattina ho comprato una copia di Lotta Comunista da due ragazzi - un ragazzo e una ragazza, per la precisione - che presidiavano l’ingresso della Laterza. Dopo aver versato l’obolo, faccio al ragazzo: Scusa, ma oggi Lotta Comunista la vendete in giacca e cravatta? E lui: Sì, indicazioni del partito. Sai, noi siamo a contatto con la gente, entriamo anche nelle case…
Eh, épater les prolétaires.
Aspettando il treno - ci crederesti? - mi si è staccato un braccio. Mi ero seduto a terra accanto ad un uomo con i piedi gonfi che leggeva un giornale pieno di foto di coltelli. Guardavo sorridendo la gente e fiutavo l’aria, quando mi si è staccato il braccio destro, ed ha preso a fluttuare nell’aria. Non mi sono spaventato, mi è sembrato naturale. Ho mosso il sinistro, per vedere se era ancora lì. Era ancora lì, ma un attimo dopo ha cominciato a staccarsi anch’esso. E poi il busto, proprio all’altezza dell’ombelico; e poi la testa. Sono rimasto così - sorridendo, fiutando l’aria - per un secondo, poi sono tornato ad essere il mio-me di sempre.
Dovrei usare qualche volta il plurale maiestatis, mi sono detto.

Pubblicato il 28-07- 2010 6:58 pm | Commenta questo post (0) |
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