Danilo se ne andò il penultimo giorno del ‘97. Il telegiornale del pomeriggio ne diede notizia frettolosamente: nessun servizio. Aspettai i telegiornali seguenti. Niente. Non era morto nessuno. Non si sarebbe meravigliato, Danilo Dolci. A quello che altrove considerano uno degli uomini più grandi degli ultimi cinquant’anni - candidato più volte al Nobel per la pace - il nostro paese ha riservato umiliazioni, insulti (per un giudice era un delinquente abituale; disonorava la Sicilia, secondo il cardinale Ruffini) il carcere. E poi l’oblio.
Approfittando della provvidenziale rottura del mio hard disk - uno schock addizionale, alla Gurdjeff - ho deciso di mandare all’aria gli studi sulle idee educative di Gandhi (tra qualche giorno uscirà il libro sul pensiero religioso: e può bastare, per ora) e di dedicarmi a studiare Dolci. Un modo per risarcirlo. E per cercare ancora l’altra Italia.
Intanto una citazione, parole che sembrano scritte in questi giorni:
- Basta che uno confonda il nonviolento organizzarsi col completo caos, e tutto ridiventa più difficile. Dove prosperano i Berluschi e gli Sgarbi, con la banda Dell’Utri, o i loro consimili nel mondo, la mafia alza la cresta, impunemente spara; i giudici onesti sono vituperati e, ove possibile, eliminati.
(D. Dolci, La struttura maieutice e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci 1996, pp. 217-218.)






