Un tavolo di quercia, enorme, interamente coperto di libri. Penombra. Un uomo siede in un angolo, la schiena dritta, lo sguardo fisso davanti a sé, la mano posta su un libro alla sua sinistra. Di fronte ha un quadro. Ritrae lui stesso, sessant’anni prima, con la stessa espressione assorta, con lo stesso sguardo attento alle ombre. Quel quadro è intitolato “Il filosofo”, ed è posto lì affinché lui, in ogni momento del suo quotidiano stare, del suo quotidiano andare alla morte, si ricordi di essere stato consacrato filosofo dagli occhi di un artista. Quel quadro, che lui non può vedere, lui attento alle ombre, è in realtà una porta girevole, una finestra, una cassaforte. Mentalmente l’apre, mille volte al giorno, e mette le mani del pensiero nel suo tesoro di riconoscimenti, nella sua personale banca del narcisismo. Alcuni di questi certificati di deposito sono alla parete, accanto al quadro: c’è anche la cittadinanza onoraria di qualche città. Ma i più sono affidati alla memoria - quel che disse quel tale grandissimo filosofo, l’affetto di quel poeta che nessuno ignora, l’entusiamo del profondo critico.
L’uomo attento alle ombre sta al suo tavolo, consapevole di sé. Come per molti, per lui la vita ha un leitmotiv di fastidio, sul quale cerca faticosamente di costruire qualche sensata melodia. C’è il fastidio delle membra fiaccate dagli anni - sono novanta, novanta giri del torchio sulle fragili ossa -, c’è il fastidio della cecità, c’è il fastidio della morte puttana che incombe. La melodia che cerca di costruire è quella del suo mito personale. Sta con sé stesso, si compiace di essere sé, benché così offeso dalla vita. Non è stata una buona vita, pensa; ma sono stato uno che ha detto, uno che ha fatto qualcosa. Messo qui nelle condizioni peggiori, ho saputo farmi strada. Ho scritto cose che resteranno. La morte puttana non le consumerà.
Sposta il viso a sinistra, dove comincia una biblioteca che occupa tutta la stanza. Di quella biblioteca conosce ogni particolare. Sa tutti i libri, sa la loro posizione. Quella bibliotca non è il suo mondo: è il mondo. Sapere dov’è ogni libro di quella biblioteca è il modo che ha per dominare ancora il mondo. Ogni libro che si smarrisce è per lui l’equivalente di una catastrofe naturale, dell’assassinio di un capo di stato, di un attentato terroristico per quelli che vivono fuori da quella stanza, attenti alla luce. E’ uno strappo nel sistema del mondo, o meglio nella sua conoscenza del sistema del mondo. V’è chi ha assistito a terribili crisi di sconforto in seguito allo smarrimento di un libretto da nulla. A cupe voluttà di suicidio, anche.
L’uomo attento alle ombre torna a fissare il vuoto davanti a sé. Prende il libro che ha alla sua sinistra. Lo porge a giovane che è seduto di fronte a lui.
Leggi, dice.
Dove?, risponde lui.
Apri a caso e leggi.
Il giovane legge:
Mentre in piedi si stava appoggiata a un ramo che pendeva sotto il carico dei fiori, il Bodhisattva, fendendo d’un tratto l’alvo di lei, venne alla luce…