Herdelezi

In quest’angolo secoli di storia
umana si raccolgono tremanti
la gloria antica le antiche babeli
la mano che disegna l’orizzonte
la parola che domina l’essente
l’animale divino onnipotente,
in quest’angolo, ecco, trema e piange
frammento di terrore abbandonato
occhi di donna nome di nessuno.

Occhi di madre nome di nessuno
- sono forse quelle ossa di mio figlio?
no, non è qui mio figlio, non è qui
ha un nome lui e un viso da baciare
e il sorriso negli occhi il suo sorriso
no, non è qui mio figlio, non è qui -
le si raccoglie in grembo l’universo
e singhiozza il suo male originario.

Nome di dio, tu, nome di nessuno
nome del mite che ricerca il vero
e muore sulla croce come un ladro
dei diecimila esseri il più fragile
madre che non sa più d’essere madre
portata dal dolore dove l’essere
non ha nomi né storie né ricordi.

Saperti è la mia fede, madre-dio
saperti accanto al corpo di tuo figlio
madonna tu della guerra mondiale
senza peccato e senza annunciazione
saperti senza nome e senza storia
carne che trema ebete in un angolo
è la mia fede senza sacramenti
senza salvezza senza paradisi.

Pubblicato il 04-11- 2011 10:34 am | Commenti (2) |
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Herdelezi

a Xhokonda

Lo vedresti passare liberante
banditore del mondo da venire
per le strade già stanche della sera
gridare e urlare e piangere e cantare
prendere a calci i muri ed i recinti
e fermarsi a giocare con i bimbi
l’amore nostro disertore e ladro
l’amore nostro che fende la terra
e semina la cenere ed i cocci
- se avesse gambe e voce e mani ed occhi.

E vedresti la gente uscir di casa
scendere in strada e cercarsi le facce
come quando succede un terremoto
e quindi darsi un cenno e incamminarsi
e correre feroce ed annusare
brandendo i segni della vita usata
senza temere il tragico o il ridicolo:
ed innocente, priva di peccato
uccidere, staziare, fare a pezzi
l’amore nostro disertore e ladro
- se avesse gambe e voce e mani ed occhi.

Pubblicato il 18-10- 2011 10:21 am | Commenti (1) |
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Herdelezi

Ho voglia di non essere ho paura
di non essere temo la mia voglia
di non essere: e voglio il mio timore.
Dammi la mano, dammi la tua mano.

Pubblicato il 30-06- 2011 8:41 pm | Commenti (2) |
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Herdelezi

Oh Dio mio che non sei né Dio né mio
vediamo di chiarirci finalmente.
Nei pomeriggi dei miei sedici anni
quando tornato a casa sconfortato
mi buttavo in un angolo del basso
- i bassi sono case che hanno gli occhi
ai piedi della gente: ed il buttarsi
è abusata metafora nei bassi -
col petto sconquassato dalla vita
se ci piace ricorrere a parole
ingombranti: era solo il non capire
lo stare come in barca in mezzo ai flutti
nulla per tutti, tutto per nessuno;
mi buttavo, dicevo, con la cuffia
calcata sulle orecchie, con le labbra
serrate e gli occhi chiusi: ed ascoltavo,
ed arrivava improvviso l’assolo
d’una chitarra più stronza delle altre
che travolgeva barca e passeggero:
ed allora accadeva, mio Dio mio
che non sei Dio: ed allora accadevi,
si rovesciava l’amara fanghiglia
si squarciava la terra, oltre le nuvole
s’apriva un pozzo ed io vi ricavevo
ed era gioia quel cadere via
e dicevo “mio Dio”, oppure “cazzo”,
o ancora “cazzo cazzo cazzo e cazzo”
(avrei saputo poi quant’era saggio
quell’accostarti all’organo maschile).
Presto finiva, presto ritornavo
alla musica usata, allo sconquasso
triste dei sedici anni, e poi dei venti
e dei trenta e dell’oggi: ma restava
ma resta dentro come una speranza
la percezione d’una via di fuga
quasi un fondo intravisto delle cose
a portata di mano o di chitarra.
Questo so: che quel giorno, quella luce
costa molto dolore - forse troppo.
Non te la prendere se ora ti nego.
Direi Dio quella luce, se non fosse
che Signore ti chiamano, e sorridono:
non sanno lo sconquasso ed il dolore
e ti vendono come un accessorio
da salotto - un comodo appendi-io.

Pubblicato il 14-08- 2010 10:56 pm | Commenti (2) |
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Herdelezi

Chiude gli occhi e allo specchio di sé stesso tradotta in albanese da Xh., come avessi detto acqua (cit.).

Mbyll sytë e në pasqyrën e vetvetes
vëzhgon jetën e tij të varur
si gjuha e një qeni të sfilitur nga vrapi.
Me këmbët në përrua
ndiqte një ditë hijet e ahishtes
duke përkëdhelur barin me dorë:
e nuk kishte nevojë për fjalë.
Është një fyerje kujtimi, tani që ahet
janë tharë e përrenjtë janë të shterpë
tani që duhet të kërkohet e drejta
të vajoset mekanizmi që ngec
të shpiken sisteme që modelojnë
jetën për të mos lënduar shumë
t’i tregosh vetes gënjeshtra e teori
t’i ikësh pranisë së shpirtrave
të bëhesh njeri midis njerëzve të shenjtë

Hap dorën sheh gishtat.
Ja, thotë, dora. Ja gishtat.
Pastaj sheh më mirë. Dora? Gishtat?
Ndoshta kjo është një dorë? Dora ime?
Në fund është ky cirku, kasollja
kalaja e tapava të shishes
për t’u ruajtur nga gjuajtjet e kohës?
Ç’ngulm i kotë, ç’heroizëm
ç’revoltë e madhe metafizike
Por, të mundja për një cast
të lija dorën time dhe krahun
dhe këmbët dhe kokën, dhe fjalët
të lirohesha nga vetja, të hidhesha poshtë
me një gjuajtje guri të marrë mirë në shenjë
nga ato që të japin gjithë kohen
për t’u futur në një vrimë e zhdukur.
Kështu mendon, e ndjehet gati i lirë
por dora, dora i dhëmb
dora e mallkuar i dhëmb
dhe gishtat dhe koka. Dhe fjalët.

Pubblicato il 05-08- 2010 10:44 pm | Commenti (2) |
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Herdelezi

Chiude gli occhi e allo specchio di sé stesso
osserva la sua vita penzolante
come la lingua d’un cane sfinito
dalla corsa. Coi piedi nel ruscello
seguiva un giorno l’ombre del faggeto
accarezzando l’erba con la mano:
e non c’era bisogno di parole.
E’ un’offesa il ricordo, ora che i faggi
sono riarsi, e sterili i ruscelli,
ora che c’è bisogno di parole,
ora che occorre ricercare il giusto
oliare il meccanismo che s’inceppa
inventare sistemi che modellino
la vita ché non faccia troppo male
raccontarsi menzogne e teorie
fuggire la presenza degli spiriti
farsi persona tra persone sacre.

Apre la mano, si guarda le dita.
Ecco, dice, la mano. Ecco le dita.
Poi guarda meglio. La mano? Le dita?
Questa è forse una mano? La mia mano?
E’ questo infine il circo, la baracca,
il castello di tappi di bottiglia
da sorvegliare dai tiri del tempo?
Che futile tenacia, che eroismo,
che grandiosa rivolta metafisica!
Potessi per un attimo, però,
lasciar andare la mia mano, e il braccio
e le gambe e la testa, e le parole,
liberarmi di me, buttarmi giù
con un tiro di pietra ben mirato,
di quelli che ti danno tutto il tempo
di ficcarti in un buco e scomparire.
Pensa così, e si sente quasi libero
ma la mano, la mano gli fa male
la maledetta mano gli fa male
- e le dita e la testa. E le parole.

Da bimbi si giocava così: si raccoglievano tappi di bottiglia, li si metteva uno sull’altro a fare una sorta di castello o torre; poi uno lo colpiva con una pietra. Tutti scappavano quindi a nascondersi, mentre chi stava “sotto” risistemava i tappi, prima di partire alla ricerca degli altri.

Pubblicato il 01-08- 2010 5:58 pm | Commenta questo post (0) |
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Herdelezi

Qui c’è un palazzo, un palazzo grande
con mille finestre grigie che danno sul nulla
e ad ogni finestra è affacciato un bambino con gli occhi vuoti
e da ogni finestra esce un rantolo d’animale
e tutt’intorno girano gli sciacalli
e non cresce l’erba
no, non cresce l’erba.

Qui c’è un quartiere di case di lamiera
un campo per profughi di nessuna guerra
e tra un container e l’altro sono stesi i fili
e le donne appendono gli abiti ad asciugare
ed il sole sorge e tramonta ed arriva domani
e domani ancora ed il quartiere resta
un quartiere di lamiera - anche nei sogni.

Qui c’è un altro palazzo maestoso
con un atrio fresco d’estate
ed una grande cartina dell’Europa e dell’Africa
e in Europa l’Italia è nera
ed in Africa la Libia è nera
e l’Eritrea è nera
ed il nero è l’Impero, il delirio di ieri
il delirio di oggi.

Qui c’è un palazzo ancora come un termitaio
pieno di buchi con gente che riempie carte
una macchina zoppicante e rumorosa
che si pretende cuore e motore
radice e fondamento:
ed ecco, in un buco s’infila l’assessore
ed urla per l’appalto che gli sfugge
e s’impone latrando come un cane.

Ho addosso la città come una crosta
l’ho dentro come un cancro che s’allarga
invano cerco un volto che sia volto
una schiena non curva una parola
non corrotta una voce che sia limpida
un poveraccio che non sia mafioso
un pensionato che non sputi odio
nei quattro passi della sua mattina
un prete che non semini menzogna
un politico che non sia la fogna
della città, ma uomo insieme ad uomini.

Pubblicato il 21-06- 2010 8:22 pm | Commenti (1) |
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Herdelezi

I colombi volano sul tetto le prime volte
mi spaventavo vedendoli passare poi ho capito
che sono solo colombi che volano sul tetto
e sorrido quando vedo la loro ombra veloce
che sale e presto riscende inquieta
e le sere cadono così l’una dopo l’altra
tra l’andare e venire dei colombi
e l’andare e venire della gente
e l’andare e venire delle ore
il corpo cede ogni giorno la sua grazia
e una fitta lo attraversa a momenti
lì dove si dice che sia più sensibile:
e s’aprono i mondi di ieri con dolore
e la perdita è fuoco e taglio e stretta
ma non c’è nulla da dire nessuno cui presentare
i conti che non tornano sul muro
rampica il caprifoglio tra due giorni
fiorirà e sarà bello stare ancora.

Pubblicato il 16-04- 2010 7:47 pm | Commenti (2) |
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Herdelezi

Un tavolo di quercia, enorme, interamente coperto di libri. Penombra. Un uomo siede in un angolo, la schiena dritta, lo sguardo fisso davanti a sé, la mano posta su un libro alla sua sinistra. Di fronte ha un quadro. Ritrae lui stesso, sessant’anni prima, con la stessa espressione assorta, con lo stesso sguardo attento alle ombre. Quel quadro è intitolato “Il filosofo”, ed è posto lì affinché lui, in ogni momento del suo quotidiano stare, del suo quotidiano andare alla morte, si ricordi di essere stato consacrato filosofo dagli occhi di un artista. Quel quadro, che lui non può vedere, lui attento alle ombre, è in realtà una porta girevole, una finestra, una cassaforte. Mentalmente l’apre, mille volte al giorno, e mette le mani del pensiero nel suo tesoro di riconoscimenti, nella sua personale banca del narcisismo. Alcuni di questi certificati di deposito sono alla parete, accanto al quadro: c’è anche la cittadinanza onoraria di qualche città. Ma i più sono affidati alla memoria - quel che disse quel tale grandissimo filosofo, l’affetto di quel poeta che nessuno ignora, l’entusiamo del profondo critico.
L’uomo attento alle ombre sta al suo tavolo, consapevole di sé. Come per molti, per lui la vita ha un leitmotiv di fastidio, sul quale cerca faticosamente di costruire qualche sensata melodia. C’è il fastidio delle membra fiaccate dagli anni - sono novanta, novanta giri del torchio sulle fragili ossa -, c’è il fastidio della cecità, c’è il fastidio della morte puttana che incombe. La melodia che cerca di costruire è quella del suo mito personale. Sta con sé stesso, si compiace di essere sé, benché così offeso dalla vita. Non è stata una buona vita, pensa; ma sono stato uno che ha detto, uno che ha fatto qualcosa. Messo qui nelle condizioni peggiori, ho saputo farmi strada. Ho scritto cose che resteranno. La morte puttana non le consumerà.
Sposta il viso a sinistra, dove comincia una biblioteca che occupa tutta la stanza. Di quella biblioteca conosce ogni particolare. Sa tutti i libri, sa la loro posizione. Quella bibliotca non è il suo mondo: è il mondo. Sapere dov’è ogni libro di quella biblioteca è il modo che ha per dominare ancora il mondo. Ogni libro che si smarrisce è per lui l’equivalente di una catastrofe naturale, dell’assassinio di un capo di stato, di un attentato terroristico per quelli che vivono fuori da quella stanza, attenti alla luce. E’ uno strappo nel sistema del mondo, o meglio nella sua conoscenza del sistema del mondo. V’è chi ha assistito a terribili crisi di sconforto in seguito allo smarrimento di un libretto da nulla. A cupe voluttà di suicidio, anche.
L’uomo attento alle ombre torna a fissare il vuoto davanti a sé. Prende il libro che ha alla sua sinistra. Lo porge a giovane che è seduto di fronte a lui.
Leggi, dice.
Dove?, risponde lui.
Apri a caso e leggi.
Il giovane legge:
Mentre in piedi si stava appoggiata a un ramo che pendeva sotto il carico dei fiori, il Bodhisattva, fendendo d’un tratto l’alvo di lei, venne alla luce…

Pubblicato il 18-02- 2010 5:51 pm | Commenta questo post (0) |
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Herdelezi


Per Xhokonda /2

“Versare il mio sangue è ormai lecito a tutti,
senza taglione o riscatto.”

Nezami, Leyla e Majnun, Adelphi, p. 38.

Lascia stare
non scoccare
la tua freccia
zitto e ascolta
non è un cervo
né una lepre
che si muove
tra i cespugli
forse è un uomo
forse no.

Proprio qui proprio qui proprio qui passa
lombrichi cavallette scarafaggi
proprio qui passa il filo luce corda
rospi serpenti bestie della terra
qui passa la catena che ci tiene
animanti del cielo uccelli teneri
qui sotto al cuore passa la catena
la rete che ci spinge e ci trascina
insieme vivi insieme morti insieme
sofferenti gioiosi schiavi liberi. (more…)

Pubblicato il 28-01- 2010 5:01 pm | Commenta questo post (0) |
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Herdelezi

Ho visto mondi nelle tue parole
l’uscita da una vita malcostrutta
ho sentito il richiamo inaspettato
al quale tutto corre e si compone
ho avvertito dolcezze spinoziane
l’evangelico aprirsi delle mani
e la danza selvatica di Shiva:
ohne Klage la vita si posava
e non c’era memoria che del bene.
Ma non due volte ci si può bagnare
nelle parole tue.
                                Guarda la luna
smorta sotto l’assalto del mattino
aggiogato alla macina il somaro.

Pubblicato il 02-12- 2009 5:40 pm | Commenti (1) |
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Herdelezi

Le faccende del mondo, le parole del mondo
è tutto così facile è tutto così
il lavoro il tempo libero sorridere e guardare
dire buongiorno dire buonasera
è tutto così facile le parole
non devi pensarci troppo le parole
vengono da sole vengono amiche le parole
la vita scorre come un fiume tranquillo
le faccende del mondo sono amiche
le parole sono passi sicuri devi solo lasciarti andare
seguire il corso del fiume e rilassarti
perché è tutto così facile le faccende del mondo
hanno una logica perfetta e tutto ha una superficie liscia
e tutto s’incastra e tutto s’armonizza
le strette di mano i sorrisi gli incontri
è come bere un bicchiere d’acqua è come bere
stare al mondo stare sotto il sole.

A volte i bimbi comprano ovetti di plastica
con dentro qualche oggetto da nulla
e prima d’aprirli li scuotono forte
e godono il rumore di quei cosi da nulla
ed è il rumore questo del respiro
del mio-me che s’accorcia si ritrae
s’umilia si stupisce della vita
e sbatte forte contro la muraglia
alla vana ricerca d’una falla.

Pubblicato il 12:22 pm | Commenti (2) |
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Herdelezi

S’era nel 1860, il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla - più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa. I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro - che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. (more…)

Pubblicato il 19-01- 2009 10:35 pm | Commenti (3) |
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Herdelezi

Tu dormi galleggiando sul grano
di febbraio e sogni un asino che fermo
nel mezzo del cielo blu adornato di fiori
racconta a un passero la storia
di quel cane che visse trenta secoli
finché stanco chiuse gli occhi
e disse “ho visto, so, approvo”

tu dormi sul grano di febbraio
e sogni le pietre del corso bagnate dalla luce
della luna e le ragazze con i seni grandi
aggiogate al carro del tempo

tu dormi e non lo sai come ti guardo
come guardo i tuoi sogni oltre le palpebre
la pioggia d’oro sui vecchi che giocano
gettando in aria monete e parole
l’acqua che sale dal fondo
attraversa le vene ed esce dagli occhi
e ritorna alla terra consacrata

tu dormi e non lo sai
come è dolce guardarti sognare
il mondo oltre la soglia dell’io sono
che galleggia sul grano di febbraio.

Pubblicato il 15-12- 2008 1:46 pm | Commenti (6) |
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Herdelezi

Athanâ âxshta buyãn ýathanâ buyât hvâyaonånghô pañtânô hvâpathana garayô hvâtacina razura huperethwe âfsh nâuya ahmâi saokâi frasastâi fravâkâi uta framânâi.

Che ogni cosa sia a noi amica, come una qualsiasi cosa lo può essere: che noi si possa andare facilmente, scorrevolmente lungo le vie e trovare buoni sentieri di montagna, correre agevolmente attraverso le foreste e attraversare guadando facilmente i fiumi!

Khordah Avesta, Yast Den 16, 3. Trad. Alberti.

Pubblicato il 12-12- 2008 8:43 am | Commenti (2) |
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