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Anche un intellettuale assolutamente pacifico come Roberto Assagioli (che passò un mese in galera per le sue idee pacifiste) riesce a scrivere (in un testo che risale al 1935):

Si pensi a un contadino del 1914, chiuso nella ristretta cerchia della sua monotona e torpida vita, quasi più vegetativa che umana, limitata alla soddisfazione di pochi istinti e interessi elementari, illuminata solo dal suo attaccamento per la famiglia. Si immagini questo contadino preso e travolto dal turbine della guerra, allenato alle varie attività militari, sbalzato su vari fronti a contatto con compagni e superiori, con nemici ed alleati, esposto a bombardamenti, nella dura vita di trincea, partecipe di vittorie, di sconfitte, obbligato alla disciplina e all’autodominio, malato o ferito, in contatto con mille aspetti della vita… Quale differenza! Quale intensificazione di esperienze e di vita, quale apertura mentale! (Lo sviluppo trans-personale, Astrolabio, Roma 1988, p. 169).

Pubblicato il 03-08- 2012 10:42 am | Commenti (2) |
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Durante la guerra, racconta Pennac (Come un romanzo, Feltrinelli, p. 50), Moravia ed Elsa Morante si rifugiarono nella capanna di un pastore con due soli libri, la Bibbia e i Fratelli Karamazov. Ad un certo punto si trovarono di fronte ad una scelta difficile: sacrificare uno dei due libri per ottenere della carta igienica. Pennac non ci dice quale libro scelsero, si limita a dire che scelsero “con la morte nel cuore”.
Certo, usare un libro per pulirsi il culo è un’offesa al libro, ma è un’offesa transitoria, passeggera, perché in fondo riguarda solo quella particolare copia. Il capolavoro smerdato è recuperabile. Se ne acquisterà una copia nuova di zecca.
Ci sono modi ben più gravi per offendere un libro, per smerdarlo, per umiliarlo. Sono modi ai quali il libro è esposto per la sua duplice natura: da un lato è un’opera dello spirito, come si dice; dall’altro è semplice merce, un prodotto del mercato. Quando il mercato si imbastardisce e le sue regole si fanno via via più ignobili, il prodotto-libro diventa un prodotto scadente - si deteriora, si svilisce. (more…)

Pubblicato il 17-04- 2011 10:32 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Kulturmarket

Scusa, che libro è? La domanda mi sorprende un po’. E’ raro che qualcuno in treno ti chieda che stai leggendo, ancor più che te lo chieda un ragazzino che sembra uscito da un programma di Maria De Filippi. Ho i miei soliti pregiudizi, penso. E gli spiego che trattasi di un’opera di un certo Phalu il kasmiro e che il suo libro è interessante per la commistione tra buddhismo tibetano e sufismo. Lui mi guarda inebetito. Ah, dice. Poi tace.
Ci ho messo un po’ a capire che non lo incuriosiva quello che stavo leggendo, ma come lo stavo leggendo. Cioè: essendo un ragazzino che sembrava uscito da un programma di Maria De Filippi, non era a conoscenza dell’esistenza degli ebook reader; aveva visto uno strano libro di acciaio e aveva chiesto di che si trattava.
Nel paese di Maria De Filippi gli ebook reader sembrano destinati ad avere poco successo. Gli occhi degli italiani lucchicano per i telefonini, ma restano indifferenti a quei cosi che servono per leggere. Ugualmente indifferenti, se non ostili, sono molti di quelli che amano leggere, che spesso apprezzano anche il libro come oggetto - amano annusarlo, toccarlo, logorarlo. A questi ultimi pare che l’ebook rubi al libro la sua aura, per dirla con Benjamin. Ed è vero: finiti nell’ebook reader, tutti i libri sono uguali. Ma a me non dispiace questa perdita dell’aura: mi pare che al contrario il libro, spogliato del suo abito, mostri la sua essenza, viva una sua nuova vita più pura; e, anche, si faccia più intimo. Perché il libro di carta può accompagnarci nei nostri viaggi, stare sui nostri comodini, seguirci nella ricerca di un posto in cui si possa deporre per qualche istante lo strazio di vivere: e tuttavia resta ingombrante, pesante, scomodo. Mentre con un solo ebook reader, del peso di pochi grammi, è possibile portare con sé centinaia di libri. E la magia del libro - nel quale cerchiamo, noi lettori, la formula che mondi possa aprirci - si reincarna e si moltiplica.
Diceva quel tale che potendo scegliere tra il possesso della verità e la sua ricerca, avrebbe preferito quest’ultima. Non so dargli torto. Una vita fa ho intravisto una verità, la formula che apre mondi: e da allora l’ho messa da parte, alla periferia della mia vita, temendo che altrimenti potesse inghiottirla - come già aveva iniziato a fare. In questi anni ho raccolto libri che hanno a che fare con quella formula, e più che letti debbo dire di averli toccati, annusati, accarezzati: e poi messi da parte. C’è una parte della mia libreria che raccoglie questo enfer, che potrebbe anche essere un paradiso (ma non è ogni paradiso un inferno?). A pochi giorni dall’acquisto dell’ebook reader, noto che la maggior parte dei settantacinque libri che vi ho caricato hanno a che fare con quella lontana verità. E, come i libri del mio enfer domestico, sono libri più posseduti che letti e studiati. La loro funzione è quella di ricordarmi che a lato di quel che sono c’è la possibilità del salto, della fuga, dell’ascesa, della caduta. Con ogni probabilità riuscirò a resistere fino alla fine alla tentazione di quel salto (di quella fuga, di quell’ascesa - di quella caduta?), al tempo stesso giovandomene. Come l’eroinomane, diresti, che si scrolla un po’ del peso dalle spalle pensando che sì, può smettere quando vuole.
S’adesso la botola si aprisse, ecco, più del fragile enfer della mia biblioteca domestica resterebbe questo ebook reader, che mi fa ormai da amuleto, a dire quello che sono stato e, soprattutto, quello che non sono stato.

Pubblicato il 26-12- 2010 9:06 pm | Commenti (7) |
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Qualche settimana fa ho avuto la bella idea di portare in una libreria di Foggia il mio libro su Gandhi. Ho spiegato che non dev’essere proprio scadente, se ha vinto un premio letterario, e gli ho proposto di prenderne qualche copia. Il titolare mi ha guardato come se gli avessi proposto di acquistare un aspirapolvere Folletto, ha farfugliato che è un libro specialistico, ha storto il naso ed alla fine, facendomi una concessione, si è preso l’unica copia che gli avevo portato in visione.
Questa mattina ho preso in quella libreria un libro sulla filosofia islamica (un libro specialistico). Alla cassa faceva bella mostra di sé - tenuto in piedi con un sostegno, letteralmente imposto all’attenzione del cliente - un libro intitolato: Non fuggo da Foggia. In copertina l’autore, fotografato con una macchina sportiva d’epoca.
La stessa libreria (che mai accetterebbe di presentare il mio libro su Gandhi) ha presentato con enfasi un libro su Oronzo Pugliese, allenatore della locale squadra di calcio negli anni Sessanta.
Alla presentazione del libro di un prete, in una parrocchia, erano presenti giovedì scorso il sindaco, il presidente della Provincia ed il magnifico rettore dell’Università. Il libro non parla di mafia, o di povertà, o di emergenze sociali. E’ l’”intervista scanzonata” a un “prete felice”.

Pubblicato il 28-11- 2010 1:49 pm | Commenti (4) |
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Pagina 17 del volume Raffigurazioni. Schizzi di uomini e di dottrine di Giuseppe Rensi (Guanda, Modena 1932) censurata dal Regime. Si tratta dell’inizio del capitolo su Julien Benda. Il libro contiene anche un capitolo su Catullo, nel quale sono state annerite pagine intere.

Pubblicato il 10-11- 2010 9:24 pm | Commenta questo post (0) |
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Cristianesimo, Kulturmarket

“C’è una buona Notizia per Te! Dio ti vuole Felice. Accogli il suo invito…”
Lo striscione fa bella mostra di sé sulla facciata d’un convento. Se si fosse affidato al Diavolo il compito di scrivere il testo per invitare la gente a mettere il naso dentro una chiesa, difficilmente avrebbe potuto escogitare qualcosa di peggio - di più volgare, di più falso, di più irreligioso. E di più efficace.
Lo slogan si indirizza con ogni evidenza ad un passante infelice. Il passante soddisfatto di sé non sa che farsene della buona notizia che Dio lo vuole felice. Pensa: amen, e passa oltre. Ma il passante infelice, con la sofferenza che gli morde i talloni, non può che restare colpito da quell’annuncio. Gli basterebbe riflettere un attimo, per capirne l’assurdità. Dio, che ha creato il mondo, vale a dire galassie su galassie, stelle su stelle, si preoccupa per lui, come se fosse suo padre o sua madre, in ansia perché è uscito senza la sciarpa e fuori fa freddo. Ma la gente che soffre, si sa, o riflette troppo o non riflette affatto. La gente che soffre è più debole della gente che sta bene. E’ per questo che chi ha scritto quel testo si è indirizzato a lui, al passante che soffre. E’ la strategia di tutte le sette: rivolgersi a chi è più fragile e promettere serenità, tranquillità, addirittura felicità. Non è una promessa del tutto infondata. Le chiese e le sette (la differenza è sottile) sono realmente in grado di migliorare la condizione di chi si affida ad esse, se non altro perché si tratta di comunità, e stare in una comunità è meglio che essere soli. Certo, il prezzo è alto (rinunciare a quel po’ di razionalità e di pensiero critico che restano, accettare idee assurde, lasciarsi manipolare), ma se l’alternativa è il suicidio, può anche andare.
L’annuncio è anche felicemente in accordo con i tempi. Può capitare, facendo qualche passo oltre il convento, di imbatterti in un negozio che ad esempio annuncia: “Tutto l’Universo a 1 euro”, e di notare la straordinaria affinità tra il primo ed il secondo annuncio. Dietro c’è, ovviamente, il capitalismo, questa Buona Novella rassicurante che ti mette in mano la felicità ad un costo minimo. Dire che Dio ti vuole felice (anzi: Felice) vuol dire esattamente questo: affidarti l’Universo. Se il Creatore di Tutto si cura di te, allora vuol dire che in questo Tutto tu sei Qualcuno. E’ un correttivo assolutamente opportuno, perché la società in cui vivi sembra dimostrarti il contrario: le città crescono, le strade si allargano, i rapporti umani anche: e ti capita di sentirti solo, nulla per tutti. E’ uno spicevolissimo errore di valutazione. Il sistema capitalistico-religioso non ti lascia mai solo, viene a prenderti, si curva su di te per annunciarti che tu sei l’Individuo, tu sei il Centro, che tu hai diritto alla felicità ad un prezzo bassissimo: basta che accogli il suo invito, basta che paghi un euro.
Nell’epoca del consumismo avanzato, Dio è come un detersivo. La cosiddetta catechesi non è altro che vendere Dio adoperando gli stessi strumenti della pubblicità: magnificare le qualità del prodotto ed i suoi meravigliosi effetti sull’acquirente, sottolineare la facilità dell’acquisto, il prezzo conveniente. La fede è un comportamento di consumo come un altro. Le angosciose questioni sulla grazia appartengono al passato. E’ ormai evidente che ognuno può darsi la fede da sé, se soltanto vuole - o se comprende che gli conviene. Che Dio possa darsi, e solo ad alcune condizioni, è ormai inammissibile. Un tale Dio non sarebbe più un prodotto di consumo. Ogni prodotto dev’essere sempre disponibile, accessibile per l’acquirente. Il prodotto deve essere facile da usare, vale a dire chiedere all’acquirente il meno possibile. Per il mondo del consumo, l’acquirente è l’Individuo, il centro del mondo, il re del creato, Colui che ha diritto ad ogni vantaggio senza che si debba pretendere da lui il minimo fastidio. L’Universo del Consumo esiste per lui, solo per renderlo felice. Dio vuole che tu sia felice. Dio non vuole che tu faccia qualcosa. Non vuole che sia felice l’umanità, o che tu contribuisca in qualche modo alla felicità dell’umanità; non vuole che tu faccia il bene o compia qualche dovere; non esige nulla da te. Devi solo accogliere l’invito e metterti comodo.
E’ come guardare la televisione sorseggiando una lattina di birra.

Pubblicato il 31-10- 2010 5:59 pm | Commenti (8) |
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Uno scompartimento di un treno espresso, in viaggio tra due città meridionali. Sei persone. Una ragazza ascolta la musica in cuffia, un uomo fa le parole crociate, un ragazzo accanto al finestrino studia un libro di diritto penale. Gli altri tre discutono di politica e di cosa è diventata l’Italia. Dicono che è un paese allo sbando, in cui ad essere corrotta non è solo la classe politica; un paese in cui ovunque si vada, comunque ci si muova, ci si imbatte nell’abuso, nell’illegalità, nella furbizia, nella prevaricazione. L’uomo continua a fare le parole crociate, senza mostrare alcun interesse; la ragazza, notando che gli altri si accalorano, toglie un momento le cuffie per capire di cosa stanno parlando. Quando lo capisce, rimette le cuffie e si immerge nell’ascolto. È politica, una cosa che non le interessa. Il ragazzo accanto al finestrino, invece, dà segni di impazienza. Evidentemente il discorso lo interessa molto. Vorrebbe intervenire, ma non trova il modo d’inserirsi. Alla fine lo fa. Dice che sì, l’Italia è proprio così, ma che non bisogna rassegnarsi. Bisogna reagire, lottare, muoversi. Dice che lui prima era indifferente, non studiava nemmeno. Poi ha capito che doveva fare qualcosa e si è iscritto a giurisprudenza. Vuole contribuire alla costruzione di un paese giusto attraverso la legge e il diritto. Come Falcone, come Borsellino. Mentre parla gesticola vistosamente. È entusiasta della sua nuova vita da ragazzo consapevole dei problemi comuni, che vuole impegnarsi e cambiare la realtà. In attesa di diventare un magistrato legge il blog di Beppe Grillo, dice. Si informa, si attiva sul territorio. Partecipa.
Difficile parlar male di Beppe Grillo, dopo aver fatto – verso sud! – un viaggio del genere (chi scrive era seduto accanto al ragazzo). Evidentemente trovare, nell’Italia di oggi, un ragazzo che si interessi di politica è un piccolo miracolo. Il disinteresse dei ragazzi per la politica – disinteresse che data ormai dagli anni Ottanta – non ha nulla di naturale; non è la fase di una oscillazione ciclica. È, bisogna riconoscerlo con franchezza, il risultato di una pianificazione. I giovani che fanno politica disturbano. Al di là delle chiacchiere e della retorica, nessuno vuole davvero che un ragazzo si tolga la cuffia dalle orecchie per ascoltare discorsi politici. Anche perché chi ascolta musica è un consumatore migliore. La politica distrae dai consumi, organizza in modo alternativo il tempo libero. Dei giovani che facciano politica possono passare la sera a guardare un vecchio film bevendo una Peroni a testa. Spesa: meno di un euro a testa. Un disastro. L’economia non gira, come si dice.
Dopo avergli riconosciuto, a mo’ di risarcimento preventivo, questo piccolo miracolo, proviamo a ragionare sui limiti e le contraddizioni del grillismo. Per farlo occorre naturalmente partire da lontano: da due o tre evidenze su quella cosa complessa che è la democrazia. (more…)

Pubblicato il 19-07- 2010 11:08 am | Commenti (3) |
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Nella singolare società descritta da Samuel Butler in Erewhon chi è ricco è stimato quale benefattore dell’umanità. Chi accumula un patrimonio che superi le ventimila sterline di rendita annua è anche esentato dalle tasse, per via dei suoi meriti verso la società.

    “Money”, they [gli erewhoniani] say, “is the symbol of duty, it is the sacrament of having done for mankind that which mankind wanted” (1).

Il denaro è un significante il cui significato è l’adempimento dei propri doveri nei confronti della società. Nell’Italia del Ventunesimo secolo le cose non vanno troppo diversamente. Coloro che superano una certa soglia di ricchezza possono fare a meno di pagare le tasse: nessuno darò loro noia, parendo brutto molestare con la richiesta di pagare le tasse gente che dà tanto alla società. La facilità con cui un uomo ricco ha potuto acquisire in pochissimo tempo un ruolo di primo piano nella politica nazionale, mantenendolo per molti anni, è segno appunto della condivisione di questa intuizione. Chi ha accumulato tanti soldi non può che aver fatto molto bene alla società. E’ qui, probabilmente, il segreto del successo elettorale del signor B. Nella oscura percezione della sacralità - del carattere sacramentale - della ricchezza.
V’è una soglia oltre la quale il denaro si rivela tuttavia un significante insufficiente. Nelle società semplici il denaro non esiste, lo scambio avviene attraverso le merci. “Nelle culture alfabete - notava Marshall McLuhan - può accadere che le circostanze restituiscano a certe merci un valore monetario” (2). Non sono sicuro che si possa definire la società italiana di questi anni una cultura alfabeta, ma la restituzione di un valore monetario a certe merci è esattamente quello che sta succedendo. (more…)

Pubblicato il 11-02- 2010 6:01 pm | Commenti (1) |
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J. G. Ballard, La mostra delle atrocità, Feltrinelli, Milano 2001, p. 31.

Pubblicato il 10-02- 2010 3:49 pm | Commenta questo post (0) |
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Immaginate un treno, diceva ieri pomeriggio un giornalista di Repubblica presentando un suo libro: ogni vagone è un mediocre; più vagoni ci sono, più la persona di talento è lontana dalla testa del treno. Mentre parlava, più che l’immagine del treno mi veniva in mente la home di Facebook.
A molti i social network, e segnatamente Facebook (per molti in Italia Twitter è ancora un oggetto misterioso), sembrano strumenti per comunicare, per comunicarsi - per lasciare traccia. A me sembra che la loro funzione sia un’altra: quella di stabilire un’intesa sul mondo, se non proprio di contribuire alla costruzione sociale della realtà. Più che di comunicazione vera e propria, Facebook è fatto di ammiccamenti, di strizzate d’occhio, di sorrisi e strette di mano - di condivisione. C’è un gruppo per tutto: per quelli che hanno voglia di abbracciare qualcuno ma non possono, per quelli che si addormentano leggendo, per quelli che amano la nebbia, per quelli che detestano questa o quella cosa. La vita è passata attentamente al setaccio, meticolosamente sezionata, ridotta ai suoi elementi primi, alle sue esperienze minime, e per ognuna di esse - per ogni atomo di esperienza sociale o individuale - c’è una approvazione o disapprovazione pubblica. In questo modo si (ri)costruisce una esperienza comune, si trova una dimensione media della vita collettiva. Media, ho detto: e non può essere altrimenti. Ciò che è eccezionale - sublime o devastante, doloroso o osceno - non ha posto. Il non mediocre su Facebook più che altrove è un idiota, uno che ha un idios kosmos, un mondo suo, non comunicabile né condivisibile. Ogni gruppo su Facebook è un vagone che allontana l’idiota dalla testa del treno, poiché egli sa, vive, soffre ogni giorno la verità della fondamentale incomunicabilità della vita in ciò che ha di più intenso, vero, profondo. Al di fuori, al margine, osserva con qualche sconcerto l’intrecciarsi febbrile delle condivisioni, la costruzione zelante dell’identità collettiva, il gioco morboso delle strette di mano e delle pacche sulle spalle, e tutto ciò gli sembra in qualche modo sinistro. (more…)

Pubblicato il 29-01- 2010 8:17 pm | Commenti (1) |
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La confezione dei Kellog’s. In alto un campo di grano e la scritta Riparti dalla colazione …e scopri se rendi meglio. A destra la foto di un portiere di calcio che punta l’indice, imitando la posa dello zio Sam nel noto manifesto della Seconda Guerra Mondiale: I want you for U. S. Army. Accanto la firma, seguita da #1. Il numero uno vuole me, e mi sta dicendo che devo rendere meglio, ripartendo dalla colazione.
Sul retro, in alto: Le ricerche dimostrano che chi fa una corretta colazione ha un rendimento migliore durante la mattina, rimanendo più concentrato e dinamico. Concentrato: è un uomo. Più giù spiega che il rendimento è sia fisico (”...rimanere attivo e affrontare al meglio gli impegni della mattina, per te che vuoi essere sempre dinamico e scattante“) che mentale (”…più concentrato sia sul lavoro che nei momenti in cui giochi un ruolo da protagonista“). Al centro c’è sempre il portiere, che mangia i cereali sorridendo.
In basso i colori cambiano. Non più il giallo del campo di grano, ma l’azzurro. Cambia anche l’argomento, non si tratta più di essere dinamici per rendere, ma di linea: Special K è la gamma di cereali nata dallo studio di 300 nutrizionisti e ricercatori Kellog’s. E informa: Il 14% di proteine per aiutarti a restare tonica. Tonica: è una donna.
Riassumendo: gli uomini devono essere dinamici e scattanti, le donne toniche.
E qualcuno vuole che appena svegli, al mattino, la nostra prima preoccupazione sia quella di rendere.
Sulla confezione dei cereali Kellog’s c’è il segreto dell’infelicità.

Pubblicato il 08-10- 2009 6:42 pm | Commenti (1) |
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    Cette passion, si universellement condamneé, n’a jamais été etudiée. Personne n’ya vu l’opium de la misère. La loterie, la plus puissante fée du monde, ne développait-elle pas des espérances magiques?

Così Balzac ne La Rabouilleuse, parlando del gioco del lotto. Può essere che da Balzac derivi la famosa frase marxiana sulla religione come oppio dei popoli. La somiglianza è notata da Gramsci nei Quaderni. Cfr. Paola De Sanctis Ricciardone, Il tipografo celeste, Dedalo, Bari 1987, pp. 30-31.

Pubblicato il 5:29 pm | Commenta questo post (0) |
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    Lo stile è il solito: ironico, provocatorio e, un pizzico porno. Ma se il personaggio è Quentin Tarantino allora ci si può meravigliare un po’ meno. Di certo non passa inosservata la giacca rossa con le donne nude stilizzate che compaiono sui risvolti. Il regista l’ha indossata nel corso della serata di presentazione del film "Whip It" a Los Angeles.

La porno giacca di Quentin, Repubblica.

Ora il semplice corpo nudo, peraltro stilizzato, è diventato porno. (Più probabile che Repubblica debba rivedere i criteri di selezione della manovalanza.)

Pubblicato il 30-09- 2009 9:36 am | Commenti (28) |
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    Jo jo, dimme tutto quello che tu vo’
    quando passo ogni giorno e ogni mattino
    ti guardo e sono pronto a fare
    tutto quello che tu vo’
    jo jo,
    jo jo.

Poesia giovanile dedicata da Emilio Fede alla nonna di Noemi Letizia, fortunatamente ritrovata tra le sue carte.

Pubblicato il 19-09- 2009 2:28 pm | Commenta questo post (0) |
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Google traduce il francese autogestion con self-management. In italiano. Ah, Lapassade.

Pubblicato il 10:33 am | Commenti (1) |
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