minimo karma    retomar o pedaço que falta

Mores

Ne trarrà vantaggio la cassa della scuola, gli alunni e anche il bidello, che non dovrebbe affatto vergognarsi di quel nome, bidello, che ha una sua storia, una sua dignità e un’etimologia che deriva dal termine francese di funzionario o da quello tedesco di sergente. Ma che, più che un sergente, è un simpatico zio.”

Ezio Morandini su Il Giornale si oggi, parlando del bidello unico da affiancare al maestro unico.

Si faceva chiamare zio“, ha detto una vittima. “Diceva con quel suo accento siciliano che se avessi parlato mi avrebbe fatto molto male. Sono un mafioso e conosco gente che non ha scrupoli”.

Servizio su un bidello presunto violentatore di ragazzine, su Repubblica di oggi.

Pubblicato il 09-10- 2008 7:47 pm | Commenta questo post (0) |
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Mores

“Se non lo fai dopo un po’ si rompono il cazzo, ti mandano affanculo e ci resti di merda”.
Una ragazzina, ieri sera. Parlando con due amiche della opportunità di concedersi ai ragazzi.

Pubblicato il 16-09- 2008 4:32 pm | Commenti (11) |
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Mores

Alcuni anni fa mi occupai di uno psichiatra che andava elaborando nuove teorie e pratiche per la cura dell’alcolismo e del disagio diffuso (espressione che mi è sempre sembrata equivalente, più o meno, a condizione umana). Mettevo in evidenza le semplificazioni del dottore, accompagnate da un linguaggio astruso e da un gergo da iniziati. Citavo da un suo libro: “Occorre, pertanto, mettere su un cbs f adeguato, sorretto da un CT f proporzionale alla complessità da percepire… ma per mettere su un simile cbs f, occorre aver sperimentato un potente pQsb“. Affermava, il dottore, che è giunto il momento di passare ad una nuova specie, e che per farlo occorrono alcune cose, da lui individuate: la capacità di percepirsi come un intero, il rispetto della diversità, la percezione globale, la creazione di contesti uterini per accogliere ed aiutare le persone in difficoltà. (more…)

Pubblicato il 10-01- 2008 10:53 am | Commenti (2) |
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Comunicato
Un bastardo su è preso una piantina. Il rimorso lo deve accompagnare per tutti i suoi giorni.

Cartello sotto una statua della Madonna.

Pubblicato il 28-11- 2007 6:56 pm | Commenti (3) |
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Note di apprendistato, Mores

Uccidere persone è come schiacciare una formica: tu uccidi uno e poi dici ‘Bene, adesso andiamo a mangiare una pizza’.

Steven Green, soldato americano accusato di aver ucciso una bambina irachena di 14 anni dopo che i suoi commilitoni avevano finito di stuprarla a turno, e di aver sterminato suo padre, sua madre e la sua sorellina.

Pubblicato il 05-08- 2007 10:58 am | Commenti (2) |
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Tophet, Mores

Deve aver pensato molto, Tito Salatto (nella foto), assessore alla cultura di Foggia, in questo torrido inizio d’estate foggiana. Deve aver pensato a Venezia, immagino. Al sindaco di Venezia, per la precisione. Il quale, oltre ad essere un bell’uomo, è uno che scrive volumoni di cinquecento pagine e che interviene sulle più prestigiose riviste italiane e internazionali. Perché lui sì e io no?, deve essersi chiesto Tito Salatto. Che mi manca?, avrà pensato. A questo punto, ecco, qualcuno dei consiglieri - perché Salatto ha dei consiglieri - avrebbe dovuto spiegargli che, anche se ha molti più soldi d’un Cacciari, ci sono molte cose che gli mancano. Avrebbero dovuto fargli capire con garbo, ma anche con chiarezza, che lui sta a Cacciari come Foggia sta a Venezia; o, per essere più espliciti, come il Pataffio sta a piazza san Marco. Ahumé, i consiglieri hanno taciuto. E’ probabile anzi che lo abbiano incoraggiato. Te li vedi lì, entusiasticamente servili: Ma certo, Dottore, cosa avrà mai questo Cacciari che lei non ha? Ed ecco che nella mente del Dottore prende forma il progetto. Che consiste in questo: convocare a Foggia qualche intellettuale di fama - i matematici Odifreddi e Israel, il giornalista Galli della Loggia, il teatrante Moni Ovadia ed il giornalista Oliviero Beha - a discutere di scienza, arte e spettacolo, ed approfittare dell’0ccasione per dare alla popolazione ed agli ospiti stupefatti un bel saggio della propria profonda visione filosofica su problemi tanto gravi. (more…)

Pubblicato il 01-07- 2007 10:48 am | Commenti (8) |
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Mores

Qualche giorno prima di Natale ho assistito alla seguente scena: due ragazzini sui tredici anni tenevano un terzo per le mani ed i piedi e lo sbattevano ripetutamente contro la serranda abbassata di un negozio. Mi sembrò una scena di violenza e pensai di intervenire: ma il terzo, quello sbattuto contro la serranda, rideva e si divertiva come un matto. Un quarto ragazzino tirò fuori il cellulare. Gli altri si misero in posa e rifecero tutta la scena, mentre il quarto riprendeva con il cellulare. Poi scapparono tutti ridendo. (more…)

Pubblicato il 26-01- 2007 11:31 am | Commenti (2) |
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Sto leggendo Dies Irae di Giuseppe Genna. Bel libro, pare: ma questa non è una recensione.
Il libro parte dalla tragedia del piccolo Alfredino, che non poco ha influenzato la vita di chi, come me, si è trovato a nascere negli anni Settanta. A pagina 187 si arriva al 1989. Dell ‘89, che è l’anno in cui mi sono diplomato e quindi iscritto all’Università, ricordo i Fine Young Cannibals, la Lambada e Francesco Salvi. Non ricordo invece assolutamente i Milli Vanilli, di cui parla Genna. (more…)

Pubblicato il 23-05- 2006 8:08 pm | Commenti (7) |
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Se fosse stato decisivo l’identikit, per acciuffarlo, Bernardo Provenzano avrebbe potuto continuare tranquillamente a scrivere i suoi “pizzini” fino alla fine dei suoi giorni, nella sua Corleone o in qualunque altro posto. Non che sia del tutto sbagliato, l’identikit: gli zigomi sono quelli, la fronte, l’arcata sopraccigliare anche. Ma alcuni particolari essenziali sono diversi. (more…)

Pubblicato il 13-04- 2006 9:45 pm | Commenti (2) |
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Mores

Sorseggiando del caffé americano (che non so cosa sia, ma dev’essere buono) una mia amica mi ha detto di aver lavorato alla campagna pubblicitaria dell’Esercito Italiano. In altri tempi avrei preso la notizia come una martellata sui genitali, ma adesso sto facendo pace con il mondo ed empatizzo che è una meraviglia. Per cui ho pensato alle difficoltà enormi di trovare un qualsiasi slogan accettabile per pubblicizzare qualcosa come l’Esercito Italiano, ed ho provato profonda stima per la mia amica e per chiunque abbia fatto o faccia il suo lavoro. I pubblicitari sono gente in gamba, che riesce a penetrare l’anima del prodotto e quella dell’acquirente e che sa creare situazioni sempre nuove e slogan sempre più sorprendenti. Certo, non sempre così nuove e sorprendenti. In qualche caso s’avverte la stanchezza. Non è originalissimo, ad esempio, far rubare il prodotto da una ladra in calzamaglia per far passare il messaggio che il prodotto va a ruba - i primi prodotti andati così letteralmente a ruba sono stati, per quel che ricordo, i Grisbi, e dovevano essere gli anni Ottanta. Né brilla d’intelligenza pubblicizzare una Storia della filosofia (quella di Abbagnano, allegata all’Espresso) con uno spot ambientato in una discoteca, con il pischello che riesce ad entrare rivelando “cogito ergo sum” e ad abbordare la figliola al bar dicendole “carpe diem”. Ma insomma, ogni lavoro ha i suoi alti e i suoi bassi; e se dovessi dire i bassi del mio lavoro, mi verrebbe da piangere.
Dicevo della difficoltà di pubblicizzare una cosa come l’Esercito Italiano. Si tratta di pubblicizzare non un prodotto, una cosa che consumi e digerisci, ma una vita intera spesa al servizio della Patria.
Pubblicizzare una vita: gran cosa. Quello che facevano un tempo i filosofi, più o meno. Mi sono esercitato un po’, convinto che tali esercizi facciano bene alla mia neonata capacità di empatia. Ho faticato parecchio, scartando qualche slogan magari efficace, ma terribilmente banale - qualcosa come “Né arte né parte? Esercito Italiano” - e giungendo infine al risultato che potete vedere qui a fianco. Giudicate voi.

Pubblicato il 29-12- 2005 2:49 pm | Commenti (5) |
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Mores

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnun alterius spectare laborem

diceva Lucrezio (II, 1-2). “Guarda quanto è bellino”, dice oggi il soldato italiano, inquadrando nel suo mirino il nemico ferito che si contorce a terra. Bellino è il nemico che crepa; senz’altro belli i nemici che a decina vengono spolpati dal fosforo bianco. S’è completata - ed era ora - l’emancipazione del bello dal bene. Buttiamo nel cestino i Canti di Maldoror ed accendiamo la televisione.

Pubblicato il 20-12- 2005 2:03 pm | Commenti (1) |
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Scuola, Mores

Dalle colonne del Corriere della Sera di ieri Francesco Alberoni si rivolge ai giovani per avvertirli che tutta questa tenerezza che i genitori e gli insegnanti mostrano nei loro confronti non è una cosa buona. E denuncia: “è la prima volta nella storia che una generazione arriva all’università senza aver incontrato fin da piccoli una serie progressiva di esami, senza aver imparato a concentrarsi, ad affrontare le sfide, a stringere i denti, a combattere e a resistere alle sconfitte e alle frustrazioni. È pericoloso.” E’ pericoloso, perché se non soffri non capisci nemmeno la sofferenza degli altri, se ogni tuo desiderio viene immediatamente soddisfatto alla fine non provi più desideri: una tragedia. Ed ecco gli esempi positivi di Alberoni: Bill Gates che costringe in figlio a lavorare per mantenersi agli studi e Giovannino Agnelli che girava con la Panda, mica con la Ferrari.
Alberoni dice un sacco di sciocchezze, anche se si tratta delle sciocchezze che molti amano sentirsi dire. Dice schiocchezze, perché è semplicemente falso che oggi la vita sia per i ragazzi più semplice di un tempo. Questo sarà vero, forse, per qualche figlio di puttana della buona borghesia. Noi figli del proletariato meridionale ci facciamo un culo così oggi come ieri. Se Alberoni fosse un po’ più sociologo ed un po’ meno guru del capitalismo, parlerebbe della nuova emigrazione meridionale, di cui nessuno parla. Se Alberoni lo facesse un po’ meglio, il guru del capitalismo, capirebbe che alla fin fine va avanti non chi ha studiato per superare l’esame o il concorso, ma chi è riuscito a provare gioia per quello che studiava; non chi si è esercitato, ma chi si è divertito.
In prima, quest’anno, abbiamo bocciato sette alunni. Sette su ventuno: un terzo della classe. E questo in un Liceo delle Scienze Sociali, vale a dire in una scuola che viene considerata più facile di altre. In terza abbiamo bocciato uno degli alunni più brillanti. Non aveva i numeri.
F., una delle alunne bocciate in prima, mi interruppe un giorno che stavo spiegando Freud. Mi chiese a cosa serve conoscere Freud. Stando ad Alberoni, avrei dovuto spiegarle che non si tratta di Freud, che il caro Sigmund è solo uno strumento per prendere il diploma, e che il diploma serve per farsi strada nella vita; non senza qualche sofferenza, naturalmente. Non so se avrebbe funzionato, e questo perché F. vuole diventare parrucchiera, ed alle parrucchiere non è richiesta la conoscenza di Freud - non che non possa essere utile, certo. Non dubito, peraltro, che mi avrebbe fatto osservare che al suo paese, ma anche altrove, va avanti nella vita gente che non ha lauree né diplomi, che i più ricchi sono i più mafiosi, che i professori sono dei poveracci, mentre quel tale che non sa parlare nemmeno in italiano s’è comprato mezza città.
A volte, quando sono in vena di metainsegnamento, disegno alla lavagna queste tre linee:

a b c

La linea a indica il punto in cui sono i miei studenti: una specie di barbarie, a volte, per la quale i miei colleghi inventano espressioni squisite, come “soggetti non scolarizzati” o “materiale umano scadente”. La linea b indica la normalità, il solido mondo attuale. La freccia che va da a a b indica quello che potrei fare a scuola, e che in effetti faccio per una parte non trascurabile del tempo che passo a scuola: portare i barbari alla civiltà, scolarizzare, normalizzare, adeguare al mondo attuale. Sulla linea b potete figurarvi appollaiato e felice il signor Alberoni. La linea c è una forma di lusso pedagogico. Indica il mondo che non c’è e forse non ci sarà mai, ma dovrebbe esserci. Il mondo in cui la cultura non è uno strumento di competizione, ma la gioia di conoscere e creare, in cui il lavoro non è una maledizione, ma la costruzione comune di un mondo a misura di uomo, eccetera. Non vi sarà difficile capire che vuol dire quella linea che da a va a c, per poi tornare a b. Vuol dire: ecco, guardiamo un po’ insieme come dovrebbe essere il mondo, immaginiamo un’Italia in cui il signor Alberoni non scrive sul Corriere della sera, ma va a zappare la terra con i contadini o lavora alla Fiat con gli operai già bocciati dalla scuola pubblica italiana, e dopo questo lavoro di immaginazione torniamo alla realtà, apriamo il giornale, leggiamo le parole del signor Alberoni, e, valorizzando la nostra radice barbarica e non scolarizzata, troviamo per lui qualche aggettivo gentile.

Pubblicato il 21-06- 2005 10:26 am | Commenti (9) |
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