Nonviolenze

La cosa più intelligente sui fatti di Roma in questi giorni l’ho letta su Facebook, sulla bacheca di Gianfranco Bertagni. Ecco le sue parole:

Tecniche di totalitarismo biopolitico: 1. Ammantarsi di democraticità, consentendo il dissentire e il manifestarlo “pacificamente”; 2. Affermare che non ci si piegherà alle urla della piazza, volendo dare dimostrazione della solidità di un governo volitivo del fare; 3. Condannare la violenza della piazza, aggiungendo che solo davanti alla critica pacifica ci può essere un confronto. Confronto però negato al punto 2.

E’ assolutamente singolare il fatto che, quando ci sono scontri di piazza, tutti si convertano immediatamente alla nonviolenza. E’ un gran giorno per chi, come me, si occupa da anni di nonviolenza. All’improvviso si smette di essere degli idealisti e dei sognatori - quali si è considerati usualmente - e le proprie idee diventano perfino banali. Alemanno, arrestato in passato con l’accusa di aver lanciato una bomba Molotov, Roberto Maroni, ex militante di Democrazia Proletaria condannato per resistenza a pubblico ufficiale nel 1998, gli ex fascisti La Russa e Gasparri diventano maestri di nonviolenza. E le loro voci si confondono con quelle dei militanti storici della nonviolenza nella condanna compatta e senza distinguo delle violenze di piazza.
Non la mia.
Occorra che lo dica, da nonviolento (o amico della nonviolenza): non trovo alcuna violenza nello spaccare la vetrina di una banca o dar fuoco ad un suv. Non è un atto rivoluzionario, forse; non cambierà le cose, probabilmente. Ma non è violenza distruggere cose, se queste cose sono simboli di un disvalore. Lo stesso Gandhi distruggeva i tessuti stranieri in nome dello swadeshi. E’ idiota, e condannabile, la violenza cieca - quella che non si limita al suv, ma distrugge anche l’utilitaria, e dà fuoco ai condomini credendo che siano banche. Ma al punto in cui siamo, non ritengo contrari allo spirito della nonviolenza atti mirati a distruggere i simboli del potere capitalistico, avendo cura di non danneggiare le persone.
Trovo idiote le modalità di azione dei cosiddetti black bloc, la loro violenza cieca, la ricerca dello scontro con le forze dell’ordine, l’idea che si debba conquistare la piazza, che è il portato di una concezione ancora militare della lotta. Ma non nego di aver assistito con soddisfazione agli atti contro le banche.
Si sta elaborando il tabù della violenza contro il sistema, mentre restano tollerabilissime la violenza strutturale e quella militare. Anche con il contributo dei sostenitori della nonviolenza.
Non il mio.
Ci sono tre cose, diceva Gandhi: la violenza, la nonviolenza e la passività. La nonviolenza è preferibile alla violenza, ma la violenza è preferibile alla passività. Ci sono cose da cambiare, urgentemente. E ci sono forze enormi da contrastare. C’è da rovesciare un sistema fondato sullo sfruttamento, la speculazione, la violenza repressiva. Con ogni mezzo che non comporti l’uccisione ed il ferimento di persone.

Pubblicato il 18-10- 2011 9:46 am | Commenta questo post (0) |
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Nonviolenze

Ho passato l’ultimo anno e mezzo a studiare Danilo Dolci: a leggerne gli scritti, compresi gli inediti, ad analizzare il contesto, a parlare con persone che lo hanno conosciuto da vicino. Nel corso di questo studio ho incontrato moltissimi nomi, ché Dolci fu stimato e sostenuto da buona parte della migliore intellettualità italiana ed europea dell’epoca: ma non ho mai incontrato quello di Sandro Pertini. Su La Stampa di oggi invece Marcello Sorgi, recensenso la ripubblicazione presso Sellerio del Processo all’articolo 4 (Sicilia 1956, processo alla Costituzione), assicura che il collegio difensivo di Dolci nel processo in seguito alla “sciopero alla rovescia” era “guidato dal futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini”. Potenza della carta stampata: quando leggiamo qualcosa su un libro o in un giornale tendiamo a considerarla vera, anche contro ogni evidenza. E così mi sono ripreso gli atti del processo, già ristampati nel 2006 da L’Ancora del Mediterraneo, ed ho controllato. Ci sono molti nomi, da Bobbio a Calamandrei, da Carlo Levi e Elio Vittorini: ma Pertini no, proprio non c’è. Le arringhe difensive sono pronunciate da Nino Sorgi, Achille Battaglia e Piero Calamandrei. Se c’era, Pertini si nascose bene.
I dubbi si chiariscono quando leggo che Dolci era stato un “religioso dell’Ordine dei Servi di Maria”(1), e che al momento della condanna era un “sociologo cattolico servo di Maria”. Sorgi ha avuto tra le mani questo libro, l’ha sfogliato distrattamente ed ha buttato giù un articolo.
C’è una parola che ricorre quasi ossessivamente negli scritti di Dolci: esattezza. La preferisce alla parola verità. Ed a ben vedere non aveva torto: la verità la rivendicano tutti - ed ognuno ha la sua -, e non costa grandi sforzi. Mentre l’esattezza vuol dire scrivere tra una settimana l’articolo che vorresti buttare giù frettolosamente per domani.

(1) L’origine di questo fraintendimento si comprende leggendo lo specchietto in basso, che riporta le parole di Elio Vittorini durante il suo intervento in difesa di Dolci: “Conosco Danilo Dolci da due anni. E’ stato un religioso dell’ordine dei servi di Maria, mio amico di vecchia data, a presentarmelo.” Preso da sonnolenza postprandiale, Sorgi deve aver letto solo “è stato un religioso dell’ordine dei servi di Maria”, come ha riportato nell’articolo.

Pubblicato il 06-10- 2011 7:24 pm | Commenti (1) |
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Nonviolenze

Marco Ambrosini e Marco Graziotti: Nella storia del Novecento la nonviolenza ha caratterizzato importanti esperienze, dalle lotte condotte da Gandhi dapprima in Sudafrica e successivamente in India, alle esperienze di resistenza nonviolenta contro il nazifascismo, alle lotte di Martin Luther King contro il razzismo, fino alla lotta di Aung San Suu Kyi. Come definirebbe e descriverebbe il contributo della nonviolenza alla storia degli ultimi cento anni?

Antonio Vigilante: In un mio libro su Gandhi ho evocato due immagini: quella dello studente che ferma il carro armato in piazza Tiananmen piazzandosi davanti ad esso, e quella di Rachel Corrie, la pacifista americana che invece è stata travolta da un bulldozer mentre cercava di impedire che gli israeliani distruggessero delle case di palestinesi a Rafah. Chi parla di nonviolenza usa spesso toni trionfalistici, usando espressioni come “forza delle nonviolenza”. C’è anche una certa tendenza a ipotizzare delle leggi della storia, sostenendo che la violenza rivoluzionaria conduce inevitabilmente ad altra violenza, e che solo la nonviolenza puo’ cambiare radicalmente le cose. Io penso che il contributo dei movimenti nonviolenti sia stato e sia straordinario ed indichi al mondo intero una via praticabile, razionale, sensata per affrontare i problemi comuni. Non credo pero’ nella sua infallibilita’, nè nella sua inevitabilita’. La nonviolenza non deve diventare una dogma, nè degenerare nella retorica e nello slogan. Ci sono vittorie della nonviolenza, ma anche sconfitte. Un solo esempio: Danilo Dolci riusci’ ad ottenere, grazie ad una imponente pressione nonviolenta, la costruzione della diga sullo Jato, un’opera pubblica che considerava indispensabile per affrontare la disoccupazione nelle campagne e combattere la mafia, che si arricchiva con il monopolio delle risorse idriche. Ma la mafia si infiltro’ nell’appalto per la costruzione della diga, e l’acqua della stessa fu adoperata per le necessita’ di Palermo piu’ che per quelle delle campagne. Ancora oggi, a distanza di decenni, la gente della zona lamenta l’abbandono della diga, con la meta’ dell’acqua che si disperde per la mancata manutenzione delle tubature. Non ando’ meglio la lotta per il riconoscimento dei diritti della popolazione terremotata della Valle del Belice, che vide impegnato Dolci e, in modo anche piu’ radicale, Lorenzo Barbera. Lo Stato oppose al dolore della gente di quella zona una beffarda indifferenza. L’ultima grande iniziativa di Dolci, la creazione del centro educativo di Mirto, non ebbe miglior sorte. Dopo l’inaugurazione, ci si trovo’ di fronte ad un problema strutturale: la strada che conduceva al centro era malmessa, ed attraversava un ponte che rischiava di crollare. I semplici lavori di sistemazione di quella strada si protrassero per un decennio, mandando in crisi il lavoro educativo. Ecco, quel ponticello pericolante - “Il ponte screpolato” è il titolo di un’opera di Dolci - mi sembra una buona immagine per descrivere la situazione della nonviolenza.

Marco Ambrosini e Marco Graziotti: La riflessione nonviolenta si è intrecciata con varie tradizioni del pensiero politico, ha apportato contributi fondamentali, ed ha costituito e costituisce una delle esperienze maggiori della filosofia politica odierna. Come definirebbe e descriverebbe il contributo della nonviolenza al pensiero politico? (more…)

Pubblicato il 10-01- 2011 10:35 pm | Commenti (3) |
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Nonviolenze

Ma, sebbene sempre in polemica con la chiesa, in effetti il suo pensiero, pur partendo dal punto di vista della saggezza gandhiana orientata a formare la prassi di un socialismo indipendente, si iscrive totalmente nel cattolicesimo, e per questo risulta essere una presa di posizione specifica anziché una fondazione universale, nonostante l’oggetto della riflessione sia l’universalità dell’umano. L’assumere una religione ben definita come fondazione del senso della nonviolenza espone quest’ultima alla confutazione di cui può esser fatta bersaglio da parte di altre religioni o dell’ateismo.

In questi ultimi dieci anni ne ho lette e sentite di sciocchezze su Aldo Capitini, ma mi pare che La frattura originaria. Psicologia della mafia tra nichilismo e omnicrazia (Liguori, Napoli 2008) di Ines Testoni le batta tutte - ed ha, horribile dictu, la prefazione di Emanuele Severino. Tempo fa Angelo D’Orsi scrisse che bisognava “strappare Capitini ai capitiniani”. Va benissimo. Purché i non capitiniani si prendano la briga di leggerlo, Capitini, prima di scrivere idiozie.

Pubblicato il 05-12- 2010 11:53 am | Commenti (2) |
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Nonviolenze, Mercanzia

Tra i libri più recenti, merita una particolare attenzione il lavoro di Antonio Vigilante, che ho letto e riletto più volte, prima di scrivere queste poche righe, poiché la densità e ricchezza sia delle informazioni, spesso poco conosciute, relative alla figura di Gandhi, sia le argomentazioni proposte nei quattro capitoli di cui si compone il libro rendono quanto mai difficile una semplice presentazione. Occorre leggerlo integralmente, farne occasione di discussione, formazione e ricerca ulteriore.

In un altro contributo particolarmente brillante e originale, Antonio Vigilante, già noto per alcuni suoi importanti studi sulla nonviolenza, si cimenta su Compresenza e vacuità. Una lettura buddhista di Aldo Capitini. […] Le riflessioni svolte con grande perspicacia da Vigilante spaziano tra Oriente e Occidente, in un saggio densissimo di richiami ad autori diversi, da Michelstaedter e Panikkar a Thich Nhat Hanh e al filosofo giapponese Nishitani (e qui debbo confessare la mia ignoranza, che in questo caso si può dire in sintonia con l’insegnamento buddhista, per non averlo conosciuto prima di questa lettura). Questo confronto permette di far emergere alcune delle questioni più importanti del pensiero capitiniano, come ad esempio il suo rifiuto di una concezione religiosa, quale quella cristiana, basata sul giudizio, la condanna e la “separazione eterna tra i beati e i salvati” (p.58). E’ questa una condizione di esclusione e separazione lontana dall’idea di apertura all’altro e di conpresenza che caratterizzano il pensiero capitiniano e che Vigilante ci fa ritrovare nella filosofia di Nishitani. Una lettura affascinante che apre a nuove prospettive di ricerca e di spiritualità non vincolate a limiti spaziali e temporali.

Nel sito del Cento Studi “Sereno Regis” Nanni Salio recensisce autorevolmente il mio Il Dio di Gandhi e il mio contributo su Compresenza e vacuità nel volume collettivo Il pensiero e le opere di Aldo Capitini nella coscienza delle nuove generazioni.

Pubblicato il 02-12- 2010 1:29 pm | Commenta questo post (0) |
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Nonviolenze

[…] Fin dall’inizio del suo lavoro di inchiesta in Sicilia Dolci ha constatato che il raccontarsi ha di per sé una funzione di coscientizzazione, ancor più forse perché inusuale in quel contesto, in cui la storia privata di ognuno viene difesa dallo sguardo dell’altro. Raccontare la propria vita, mettere in ordine la propria storia col filo della narrazione è un primo atto di fiducia, di affidamento all’altro. Certo, le storie sono tragiche, aprono spiragli su un’umanità sofferente, vittima di una miseria assoluta e di una ingiustizia radicata, strutturale, ma non mi sembra che si possa convenire ancora con Ferrarotti, per il quale Dolci, a causa di una analisi preliminare tropo fragile per reggere il peso delle dichiarazioni e dei racconti autobiografici» finisce per «darci una galleria di tipi anche significativi per la loro ‘mostruosità’ obbiettiva, ma staccati dalla loro matrice, o struttura, storico-sociale». Il giudizio sembra eccessivamente critico proprio perché la matrice storico-sociale emerge, oltre che dall’analisi preliminare, che potrebbe essere più approfondita ma fornisce comunque non pochi elementi anche statistici, dalle stesse storie di vita, che nella loro ampiezza forniscono un quadro certo non oggettivo né freddamente analitico, ma non per questo meno apprezzabile della struttura e del contesto. È il quadro del sottoproletariato urbano meridionale, le cui differenze dal sottoproletariato rurale, quello che Dolci ha conosciuto a Trappeto non sono poche. Nelle campagne c’è uno stato di passività, di abbandono, di inerzia che spinge quasi ai limiti della condizione umana; e quando ci si risveglia, lo si fa spesso per darsi al banditismo. La festa – dimensione sulla quale come abbiamo visto Dolci insiste nel suo domandare – non esiste, così come non esiste il mondo intorno: un giovane pastore può non sapere addirittura cos’è Palermo e dove si trova. Dell’Italia, del mondo non importa nulla. Il sottoproletariato urbano invece si esalta per la festa di santa Rosalia, vota per il partito monarchico o per quello democristiano, ed ha la possibilità di esercitare una serie di mestieri più o meno fantasiosi, al margine dell’illegalità, che sono negati al bracciante o al pescatore disoccupato. Gli intervistati da Dolci e dal suo gruppo di ricerca sono banditori, ferrivecchi, venditori di schedine del Totocalcio, cenciaioli, spicciaffaccende (così sono chiamati quelli che dietro compenso si incaricano di sbrigare pratiche negli uffici pubblici), raccoglitori di letame, organizzatori di riffe clandestine, venditori di frattaglie, di caramelle, di calendari, di sigarette di contrabbando, chiromanti, verdumai… È un popolo variopinto, che si ammassa nei bassi e nelle grotte – più famiglie in pochi metri quadrati senza luce – afflitto dalla fame e dalla tubercolosi, abbandonato a sé stesso dal potere civile e da quello religioso, che sopravvive ai margini e che proprio per questo, per il suo essere altro, per la sua estraneità e differenza, può essere la leva di una trasformazione profonda. È quello stesso proletariato sensuale, vitale, innocente che Pasolini ha rappresentato in Ragazzi di vita, che è uscito nel ‘55, un anno prima di Inchiesta a Palermo. Nelle due opere c’è una attenzione, un rispetto, una tenerezza quasi dello sguardo che ha la pretesa di riportare al centro, di mettere in luce ciò che è imbarazzante, e non solo per la borghesia di destra e democristiana. Il poemetto Il canto popolare, scritto proprio quando Dolci arriva in Sicilia e raccolto poi ne Le ceneri di Gramsci, si conclude con l’annuncio di una liberazione, di una riscossa storicamente necessaria: (more…)

Pubblicato il 11-09- 2010 8:16 am | Commenti (1) |
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Nonviolenze

Paolo Arena e Marco Graziotti mi hanno intervistato per il foglio telematico La nonviolenza è in cammino.

Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?

Durante l’adolescenza ho letto molto, in modo anche piuttosto disordinato: e molti dei libri letti erano classici delle religioni, o testi di filosofia orientale. Verso i sedici anni lessi la Bhagavad-Gita, nella interpretazione lirica di Giulio Cogni. Lì incontrai l’idea dell’ahimsa, che mi sembrò subito bellissima. Conoscevo la sofferenza animale – galline vendute al mercato e sgozzate nel tinello di casa, pecore ammazzate nelle masserie del Gargano e poi gonfiate per staccare il vello. All’improvviso tutto ciò mi risultò inaccettabile. A sedici anni diventai vegetariano. Il passo dagli animali agli esseri umani non fu facile. Avevo un carattere non facile, chiuso, ostile. Avevo conosciuto, anche a scuola, la discriminazione classista, e ciò aveva influito non poco sul mio atteggiamento verso i professori e l’istituzione in generale. Avevo, da adolescente, una visione del mondo che si può così sintetizzare: ciò che chiamano Dio non esiste; esiste però il Sé, e per raggiungerlo occorre lanciarsi oltre i limiti dell’io. L’apertura alla vita animale mi sembrava una via per sperimentare questo sporgersi verso il Sé; un’altra era, per quello che riuscivo a vedere, la sofferenza stessa. Ma l’amore del prossimo, no. Provavo una rabbia molto forte verso le «autorità», e guardavo con rispetto, se non con ammirazione, ai brigatisti rossi.
Il primo incontro con un pensatore della nonviolenza risale all’università. Avevo deciso di studiare Rensi, un filosofo ateo che è stato tra i pochi filosofi italiani del Novecento che si sia posto il problema della vita non umana. Studiando Rensi, allargai lo sguardo verso altri «minori» della filosofia italiana: e tra questi era Aldo Capitini. Scoprii che era stato anche vegetariano, anzi fondatore della Società Vegetariana: e questo me lo rese immediatamente simpatico. Lessi le sue opere solo molto tempo dopo, ma intanto sapevo di lui, conoscevo il nucleo del suo pensiero. A ventidue anni, dopo la laurea, non ebbi dubbi sulla scelta dell’obiezione di coscienza. Ricordo quando fui chiamato in caserma. Volevano sapere se le cause della mia obiezione erano morali o religiose. Provai a spiegare che può non essere così facile distinguere la morale dalla religione, e che la questione era oziosa. Mi sentii rispondere: «Guagliò, voglio solo sapere se la tua domanda la devo mettere nel mucchio delle ‘morali’ o in quello delle ‘religiose’». «In quello delle ‘morali’», risposi. (more…)

Pubblicato il 23-08- 2010 7:34 am | Commenti (5) |
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Nonviolenze

Vedo solo ora questo commento di Michele al post con cui davo notizia del mio ultimo capolavoro sulla pedagogia di Gandhi:

    Sto leggendo in questi giorni un libro a cura di Raf Valvola Scelsi. S’intitola Goodbye Mr Socialism ed altro non è che una lunga intervista a Tony Negri. Rispondendo ad una domanda su Gandhi, Negri fa delle affermazioni assai perentorie che cerco ora di riportare integralmente: 1. La strategia del Mahatma è costata milioni di morti. 2. Fu violenta in tutti i sensi, con movimenti luddisti tesi alla distruzione della produzione mercantile e capitalistica. 3. Il sabotaggio e l’espropriazione dei beni coloniali sono stati metodi centrali del ”pacifismo” indiano. 4. In India si sono avuti metodi di lotta analoghi a quelli dell’operaismo italiano. 5. Il pensiero di intellettuali appartenenti al filone dei Subaltern Studies ha contribuito massimamente a fare la storia mai scritta della classe operaia indiana, ed anche di quella contadina. 6. I contenuti delle loro analisi s’incrociano con quelli degli esponenti di “Quaderni Rossi”, di “Socialisme ou barbarie”, di “Facing reality” e di altre correnti operaiste di base. 7. Il pacifismo gandhiano non aveva nulla a che fare con la non violenza, o meglio era una non violenza del tutto speciale che non aveva nulla a che fare con il pacifismo.
    Personalmente non ho mai fatto studi mirati su Gandhi; non so nulla, peraltro, degli storici citati da Negri: mi riferisco a Guha, Spivak e Chakrabarty. Ora, Antonio, io mi rendo conto che al culmine del periodo estivo (nel fiore del caldo, come dicono a Foggia) è un po’ sleale chiederti di chiosare sulle affermazioni del filosofo padovano. Ma chissà, non è detto. In questi giorni poi il maestrale riuscirà a rinfrescare l’aria. Ciao.

Provo a rispondere, chiedendo scusa per il ritardo.
1.Il satyagraha è costato morti, anche se parlare di milioni di morti mi sembra eccessivo. Ma non è una scoperta, né si tratta di un argomento contro la nonviolenza. La nonviolenza non è quel sistema di lotta che garantisce la vittoria senza che nessuno debba morire. Rifiuta l’assassinio dell’avversario, ma non garantisce che l’avversario non ricorrerà alla violenza.
2. Esistono diverse forme di violenza: quella fisica, quella psicologica, quella strutturale, quella contro le persone, quella contro le cose. Parlare di violenza senza distinguere mi sembra un atteggiamento proprio dei reazionari: di quelli che consideranoaggredire un bancomat la stessa cosa che sparare a un poliziotto. Gandhi ha esercitato per un certo periodo la violenza contro le cose, distruggendo i tessuti occidentali. Nella sua ottica, era un gesto che serviva a rimarcare il principio swadeshi, vale a dire la valorizzazione delle industrie locali, per lo più artigianali. Alcuni, Tagore tra questi, lo criticarono aspramente. A me quella di Gandhi sembra una reazione assolutamente comprensibile. Se si vuol parlare di violenza gandhiana, bisogna pensare invece soprattutto ad una certa violenza pedagogica, che ho cercato di documentare nel mio libro; oltre alla tentazione di abusare del potere di corcizione insito nella pratica del digiuno.
Capitini, il fondatore della nonviolenza italiana (ed a mio avviso il più importante filosofo della nonviolenza) parlava di un amore che dalle persone passa agli animali ed arriva fino alle cose. Io penso che sia importante il rispetto delle cose, quando queste cose incarnano un valore. E’ il caso delle opere d’arte, o degli strumenti musicali. Sfasciare una chitarra è una dimostrazione pratica di barbarie. Ma vi sono oggetti che al contrario incarnano disvalori - se penso ad un esempio, mi viene immediatamente in mente un televisore. Sarei favorevole alla violenza contro questi oggetti, se non vi fosse il rischio di fanatismo. Non mi piacerebbe vedere in piazza la gente che prende a martellate i televisori, per quanto detesti la televisione e la consideri uno strumento di devastazione mentale. Mi piacerebbe molto, però, questa scena: la gente che porta in piazza i televisori e con molta calma, con competenza perfino, li smonta pezzo dopo pezzo, per poi raccogliere i pezzi e pressarli - sempre con la massima calma - in modo da renderli riciclabili.
3 e 7. Gli studiosi distinguono in questo senso pacifismo e nonviolenza: il pacifismo è la posizione di chi rifiuta la guerra, ma non ha strumenti per opporsi all’ingiustizia; la nonviolenza è la posizione di chi rifiuta la guerra ma pratica metodi alternativi per opporsi all’ingiustizia. Il pacifismo è proprio di chi predica la pace, ma in modo sostanzialmente retorico, senza indicare vie praticabili - e voglio dire: non una vaga metanoia, una qualche pur auspicabile conversione morale - per realizzarla. Il pacifista predica, il nonviolento lotta. Non ha senso dunque parlare di pacifismo gandhiano, e dire che non ha a che fare con la nonviolenza.
Sui punti 4, 5, 6 mi dichiaro incompetente.

Pubblicato il 17-08- 2010 9:52 am | Commenti (7) |
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Nonviolenze, Mercanzia

E’ uscito il mio ultimo libro: La pedagogia di Gandhi. Con testi scelti, Edizioni del Rosone, Foggia, pp. 320, euro 19. Chi fosse interessato può acquistarlo qui. Quella che segue è la quarta di copertina.

La nonviolenza, manifestazione della forza e della grandezza dell’animo umano, è strettamente legata in Gandhi ad una pedagogia che ha il suo centro vivente nella ricerca rigorosa e senza compromessi della verità e del bene. La formazione prevalentemente intellettuale, che caratterizza le scuole pensate sul modello occidentale, ed il cui obiettivo è in fin dei conti la sistemazione lavorativa, è parziale ed insufficiente. Alle tre R (leggere, scrivere e far di conto) bisogna sostituire le tre H: cuore, mente, mano. Una educazione integrale forma la mente attraverso la mano, vale a dire il lavoro manuale, ma soprattutto si preoccupa della crescita morale e spirituale dell’individuo. Questo libro ricostruisce lo sviluppo del pensiero e della prassi pedagogica di Gandhi dagli anni di studio in Inghilterra fino alla conferenza di Wardha, con la quale presenta all’India il Nai Talim, uno schema di educazione popolare caratterizzato dalla centralità del lavoro manuale. In un’ottica di educazione comparata, vengono evidenziati gli aspetti della pedagogia gandhiana che possono contribuire alla riflessione sulla crisi attuale della scuola e dell’educazione, ma anche le contraddizioni ed i problemi di una concezione educativa che appare ancora segnata dall’aspirazione indiana alla liberazione dalla condizione fenomenica attraverso la rinuncia e l’ascesi. Completa il volume una raccolta di scritti gandhiani sull’educazione, appositamente scelti e tradotti.

Pubblicato il 22-07- 2010 4:08 pm | Commenti (4) |
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Nonviolenze, Educazione, Preprint


Pubblicato il 02-04- 2010 5:15 pm | Commenti (1) |
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Nonviolenze

[…] Harilal avrebbe voluto seguire le orme del padre, andare in Inghilterra e studiare da avvocato. Non gli sarebbe stato facile, considerando che gli esperimenti educativi paterni lo avevano privato di una solida formazione di base, ma nemmeno questo gli fu concesso. Non gli rimase che la fuga in India, dove sperava di farsi una vita lontano da quel padre ormai ingombrante. La mancanza di qualsiasi titolo di studio non gli consentì però di ottenere un qualsiasi lavoro adeguato alle sue aspettative. Si decise a prender moglie, e scelse Gulab, la figlia di un avvocato del Kathiawad amico del padre. Ma Gandhi, acclamato dagli indiani come bapu, padre, prima che come mahatma, non approvò nemmeno questa decisione del figlio. L’uomo che scriverà ad Hitler chiamandolo «caro amico» (spiegando: non è per formalità, ma perché «io non ho nemici») (65), in questo caso si spinge fino a rinnegare il figlio: «Va bene se Harilal si è sposato; va bene anche se non si è sposato. In ogni caso, al momento io ho smesso di pensare a lui come ad un figlio» (66). Dopo il matrimonio Harilal e la moglie tornarono in Sud Africa, ma il conflitto riesplose quando Gulab rimase incinta, dimostrando che la coppia aveva disobbedito all’indicazione di astenersi dai rapporti sessuali. Quello che accadde fu per David Hardiman una punizione per questa disubbidienza (67), ma la realtà è probabilmente più complessa. Harilal venne arrestato per aver esercitato il commercio ambulante senza licenza. Si trattava di un atto che rientrava nella azioni di disobbedienza civile avviate dal padre. In tribunale fu lui stesso a difendere il figlio, chiedendo per lui la pena più severa possibile. In una lettera a Indian Opinion risponde alle perplessità di molti riguardo a quella scelta affermando che lui stesso aveva consigliato agli indiani di esercitare il commercio ambulante senza licenza; poiché non era sua abitudine dare ad altri indicazioni che non seguisse lui stesso, e dal momento che non era nelle condizioni di esercitare il commercio ambulante, è ricorso a suo figlio. «Io penso che qualunque cosa fatta da mio figlio su mia richiesta possa essere considerata fatta da me». Inoltre, «è parte dell’educazione di Harilal andare in galera per il bene del paese». (more…)

Pubblicato il 04-03- 2010 7:25 am | Commenti (8) |
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Nonviolenze, Segnalazioni

Nel numero di giugno di Azione Nonviolenta c’è il mio articolo L’educazione nella pace per l’intelligenza, contro la stupidità. E’ possibile leggerlo qui.

Pubblicato il 04-07- 2009 3:28 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Nonviolenze

Massimo mi chiede delle similitudini tra Giuseppe Rensi ed Aldo Capitini.
Vediamo.
Tra i pensatori della prima metà del Novecento, Rensi è stato colui che a mio avviso meglio ha interpretato i segni dei tempi, lo Zeitgeist. Già nel ‘19, all’indomani della Grande Guerra, prendeva atto del profondo, irreversibile mutamento culturale, affermando nei Lineamenti di una filosofia scettica che l’universo si era risolto in un Pluriverso, in un caos di visioni del mondo, di ragioni contrastanti, in lotta tra loro. La guerra dimostrava, non astrattamente, ma col sangue, la fine della Ragione. Rensi ne derivò dapprima uno scetticismo che si compiaceva di demolire le certezze dominanti - che erano, in Italia, quelle del neo-idealismo e del crocianesimo -, quindi un pessimismo nichilistico (”Ciò che è razionale è irreale, ciò che è reale è irrazionale”) che ispira pagine che trovo tra le più belle della storia della filosofia italiana, come quelle dei Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte (di sfuggita: è davvero un peccato che Guanda non si decida a ripubblicare questo capolavoro). (more…)

Pubblicato il 01-07- 2009 9:36 pm | Commenti (1) |
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Nonviolenze

Nel numero di maggio di Azione Nonviolenta c’è un mio articolo dal titolo Tra fede ed ateismo, la libera ricerca religiosa. Si tratta di un estratto di una mia relazione su Compresenza e vacuità. Una lettura buddhista di Capitini, presentata a Perugia ad un convegno su Capitini, e che sarà pubblicata integralmente negli Atti. E’ possibile leggerlo qui.

Pubblicato il 12-06- 2009 7:36 am | Commenti (1) |
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Taccuino, Nonviolenze

Rifiuto del mondo, gnosticismo, altro: nazismo, marxismo. Ideologie dell’uccidere (vedi Voegelin). E la nonviolenza?

Pubblicato il 25-04- 2009 3:44 pm | Commenta questo post (0) |
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