La cosa più intelligente sui fatti di Roma in questi giorni l’ho letta su Facebook, sulla bacheca di Gianfranco Bertagni. Ecco le sue parole:
Tecniche di totalitarismo biopolitico: 1. Ammantarsi di democraticità, consentendo il dissentire e il manifestarlo “pacificamente”; 2. Affermare che non ci si piegherà alle urla della piazza, volendo dare dimostrazione della solidità di un governo volitivo del fare; 3. Condannare la violenza della piazza, aggiungendo che solo davanti alla critica pacifica ci può essere un confronto. Confronto però negato al punto 2.
E’ assolutamente singolare il fatto che, quando ci sono scontri di piazza, tutti si convertano immediatamente alla nonviolenza. E’ un gran giorno per chi, come me, si occupa da anni di nonviolenza. All’improvviso si smette di essere degli idealisti e dei sognatori - quali si è considerati usualmente - e le proprie idee diventano perfino banali. Alemanno, arrestato in passato con l’accusa di aver lanciato una bomba Molotov, Roberto Maroni, ex militante di Democrazia Proletaria condannato per resistenza a pubblico ufficiale nel 1998, gli ex fascisti La Russa e Gasparri diventano maestri di nonviolenza. E le loro voci si confondono con quelle dei militanti storici della nonviolenza nella condanna compatta e senza distinguo delle violenze di piazza.
Non la mia.
Occorra che lo dica, da nonviolento (o amico della nonviolenza): non trovo alcuna violenza nello spaccare la vetrina di una banca o dar fuoco ad un suv. Non è un atto rivoluzionario, forse; non cambierà le cose, probabilmente. Ma non è violenza distruggere cose, se queste cose sono simboli di un disvalore. Lo stesso Gandhi distruggeva i tessuti stranieri in nome dello swadeshi. E’ idiota, e condannabile, la violenza cieca - quella che non si limita al suv, ma distrugge anche l’utilitaria, e dà fuoco ai condomini credendo che siano banche. Ma al punto in cui siamo, non ritengo contrari allo spirito della nonviolenza atti mirati a distruggere i simboli del potere capitalistico, avendo cura di non danneggiare le persone.
Trovo idiote le modalità di azione dei cosiddetti black bloc, la loro violenza cieca, la ricerca dello scontro con le forze dell’ordine, l’idea che si debba conquistare la piazza, che è il portato di una concezione ancora militare della lotta. Ma non nego di aver assistito con soddisfazione agli atti contro le banche.
Si sta elaborando il tabù della violenza contro il sistema, mentre restano tollerabilissime la violenza strutturale e quella militare. Anche con il contributo dei sostenitori della nonviolenza.
Non il mio.
Ci sono tre cose, diceva Gandhi: la violenza, la nonviolenza e la passività. La nonviolenza è preferibile alla violenza, ma la violenza è preferibile alla passività. Ci sono cose da cambiare, urgentemente. E ci sono forze enormi da contrastare. C’è da rovesciare un sistema fondato sullo sfruttamento, la speculazione, la violenza repressiva. Con ogni mezzo che non comporti l’uccisione ed il ferimento di persone.

E’ uscito il mio ultimo libro: La pedagogia di Gandhi. Con testi scelti, Edizioni del Rosone, Foggia, pp. 320, euro 19. Chi fosse interessato può acquistarlo
[…] Harilal avrebbe voluto seguire le orme del padre, andare in Inghilterra e studiare da avvocato. Non gli sarebbe stato facile, considerando che gli esperimenti educativi paterni lo avevano privato di una solida formazione di base, ma nemmeno questo gli fu concesso. Non gli rimase che la fuga in India, dove sperava di farsi una vita lontano da quel padre ormai ingombrante. La mancanza di qualsiasi titolo di studio non gli consentì però di ottenere un qualsiasi lavoro adeguato alle sue aspettative. Si decise a prender moglie, e scelse Gulab, la figlia di un avvocato del Kathiawad amico del padre. Ma Gandhi, acclamato dagli indiani come bapu, padre, prima che come mahatma, non approvò nemmeno questa decisione del figlio. L’uomo che scriverà ad Hitler chiamandolo «caro amico» (spiegando: non è per formalità, ma perché «io non ho nemici») (65), in questo caso si spinge fino a rinnegare il figlio: «Va bene se Harilal si è sposato; va bene anche se non si è sposato. In ogni caso, al momento io ho smesso di pensare a lui come ad un figlio» (66). Dopo il matrimonio Harilal e la moglie tornarono in Sud Africa, ma il conflitto riesplose quando Gulab rimase incinta, dimostrando che la coppia aveva disobbedito all’indicazione di astenersi dai rapporti sessuali. Quello che accadde fu per David Hardiman una punizione per questa disubbidienza (67), ma la realtà è probabilmente più complessa. Harilal venne arrestato per aver esercitato il commercio ambulante senza licenza. Si trattava di un atto che rientrava nella azioni di disobbedienza civile avviate dal padre. In tribunale fu lui stesso a difendere il figlio, chiedendo per lui la pena più severa possibile. In una lettera a Indian Opinion risponde alle perplessità di molti riguardo a quella scelta affermando che lui stesso aveva consigliato agli indiani di esercitare il commercio ambulante senza licenza; poiché non era sua abitudine dare ad altri indicazioni che non seguisse lui stesso, e dal momento che non era nelle condizioni di esercitare il commercio ambulante, è ricorso a suo figlio. «Io penso che qualunque cosa fatta da mio figlio su mia richiesta possa essere considerata fatta da me». Inoltre, «è parte dell’educazione di Harilal andare in galera per il bene del paese». 