minimo karma    retomar o pedaço que falta

Note di apprendistato

Ci sono dei grandi sulla terra, diceva Dom Deschamps: ma dove sono i felici? E aggiungeva: la dimostrazione che siamo in uno stato di violenza è nel fatto che, messo in acqua, l’uomo va a fondo, se nessuno gli ha insegnato a nuotare, mentre bastano pochi movimenti, assolutamente naturali, per tenerlo a galla. Il timore e la violenza ci vincono.
Stare qui, essere costretti negli abiti, e nel corpo, e nel nome: dire io, dire eccomi, e fare le azioni prescritte, e pronunciare le parole opportune, e seguire la strada segnata, stare stare stare qui, mentre dentro qualcosa ribolle esplode, si protende s’agita batte contro la superficie della pelle. Il dolore. Non ho conosciuto gioia, nella vita, che non fosse l’erompere di quel che dentro s’agita, di là dall’abito, dal corpo, dal nome. Che non fosse il dire: io non sono. Che non fosse il dire: io sono non io. Io non sono un uomo. Io sono una donna. Io sono un bambino. Io sono un vecchio, un albero, una lumaca, un fiume che scorre, una pozzanghera quieta, una patata dolce che attende di essere dissotterrata. Io sono ciò, ed altro.
La tristezza dell’occidente è in questo: che crede in Dio. O non crede. Dio è uno che dà forma, la cui parola nomina, il cui gesto organizza. Credere importa, perché se quel Dio non è, il nome non è vero nome, la forma non è vera forma, l’organizzazione crolla. Se Dio non è, dice pensoso il rappresentante di Dio sulla terra, tutto è possibile. Dio è il cane da guardia che tiene nel recinto del lecito, bandito l’impossibile, l’informe, l’eccessivo. Dio è il vaso dell’io. Altrove, non importa credere in Dio. E’ una cosa priva di significato. Dio non è qualcosa in cui credere: è qualcosa che bisogna essere. Na adevo devam arcayet. Nessuno che non sia un Dio renda culto a un Dio. Che si rompa il vaso.
Danza, il mutevole, distrugge e travolge, e danza, porta la vita porta la morte, e danza, è bene e male, e di là dal bene e dal male, è colui che porta via e colui che riconduce, è amico e nemico, è maschio e femmina, e danza, è terribile e dolcissimo, atterrisce e sorride - e danza. Esiste Dio?, continua a chiedersi il povero idiota, nel tentativo profano di fermare la danza e trasformarla in marcia guidata dalla Parola che ordina.
Che si rompa il vaso.

Pubblicato il 17-11- 2009 5:59 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

La mia ex non vuole vedermi né parlarmi. Nemmeno la mia ex-ex vuole vedermi né parlarmi. La mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex sono troppo impegnate a mandare la gente in galera, immagino, per chiedersi se vogliono vedermi o parlarmi. La mia ex-ex-ex-ex-ex si è appena sposata, ed anche lei ha di meglio da fare che desiderare di vedermi o di parlarmi. Io, al contrario, vorrei vedere la mia ex, e anche la mia ex-ex, e nemmeno mi dispiacerebbe scambiare due parole con la mia ex-ex-ex e la mia ex-ex-ex-ex (magari non comparendo davanti a loro come imputato) o con la mia ex-ex-ex-ex-ex. Questo desiderio, che io considero umanissimo, a quanto pare avanza una pretesa assurda. Le relazioni spezzate esigono muri invalicabili, silenzi impenetrabili, abissi di lontananza, frementi di sdegno e o di indifferenza. Io stento a capire, davvero. Nelle notti insonni, che con l’avanzare degli anni germinano non come una minaccia, ma come un soccorso del tempo alla mia pochezza, uno strumento per temprarmi proiettando sul soffitto pensieri e sentimenti, torna insistente questo, tra i mille incomprensibili: che chi era accanto ora sia infinitamente lontano, e che ogni mano tesa, ogni parola gettata nello zwischen non ottenga altro risultato che aumentare la distanza e il distacco, risvegliare il dolore che s’era fatto quieto disagio, ferita sordamente dolente più che aperto squarcio - e sanguinante. Ricostruisco, certo, i ragionamenti, le scelte, le necessità di questa distanza, ma qualcosa resta impenetrabile, sempre al di là della mia capacità di comprensione. E penso, ecco, che sia una mancanza epocale, un impaccio del nostro tempo, pieno di cose alle quali non siamo preparati.
L’etica, diceva qualcuno, è la grammatica dei rapporti umani. Ma un difetto delle grammatiche, e dei dizionari, è quello di non essere sempre aggiornati. La lingua, la parola cambiano, ma le grammatiche stentano a registrare i cambiamenti, e si trovano di fonte al problema di capire cosa è innovazione e cosa è semplice errore. Così l’etica. Abbiamo una grammatica dei rapporti umani non non aggiornata. Un tempo si viveva insieme tutta la vita. E l’errore, il peccato erano nel tradimento di questo patto per la vita, nella offesa alla solennità del matrimonio, al vincolo sacro ed inviolabile. Il nostro non è più tempo di vincoli sacri e inviolabili. E’ il tempo dell’amore liquido, secondo l’interpretazione di un sociologo non a caso famoso più di ogni altro (il quale, noto di sfuggita, interpretando la società alla luce della categoria della lliquidità contribuisce a far sì che il mondo sia effettivamente liquido, secondo il ben noto teorema di Thomas). Saperlo, però, non ci aiuta ad orientarci. Non siamo attrezzati ancora per vivere nel mondo delle relazioni fragili. E’ come se parlassimo una lingua, ma la pensassimo secondo una grammatica desueta. Ci sforziamo di parlare come dovremmo - come non si usa più -, ma non ci riusciamo, ed allora ce la prendiamo con l’interlocutore, o con noi stessi, o con noi stessi e l’interlocutore al tempo stesso, o con noi stessi e di riflesso con l’interlocutore. Attraversiamo, insomma, tutte le infinite sfumature del risentimento. Il nostro ex interlocutore è una figura imbarazzante, rappresenta null’altro che questa nostra caduta, il fallimento in una cosa per la quale di eravamo impegnati tanto. Può essere che sia così. Ma qualcosa continua a sfuggirmi. Un tempo, penso, gli amori avevano il respiro di una vita, e il tempo era il loro banco di prova; oggi la loro dimensione è il momento. Forse non c’è nessuna vera perdita, in questo: semplicemente l’intensità prende il posto dell’estensione. Il momento del parlare schietto, prima che la grammatica prenda il sopravvento, è grazia pura, scala al cielo, instaurazione felice di un essere di là da ogni ipotesi di male, di mancanza, di perdita. La perdita accade, poi: eppure quel momento resta irrevocabile. Questa irrevocabilità esige il distacco e il silenzio, per non insultare con una imbarazzata quotidianità la solennità di quell’acquisto custodito dentro? Può essere. O forse è soltanto, appunto, un problema di grammatica. Il tempo forse ci porterà una grammatica degli addii. Impararemo a dire una parola gentile a chi abbiamo amato, a chi ci ha amato, a fargli capire che è con noi, per sempre, anche se la nostra vita ha preso una direzione diversa, ad allungare una mano senza aver paura di cadere nel vuoto della presenza.

Pubblicato il 15-11- 2009 8:44 pm | Commenti (2) |
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Note di apprendistato

L’uomo deve essere nudo e poverissimo: ma solo allora avrà da Te un po’ di lino nella tomba.
Attar, Ilahi-Nama, 2860.

Finché avete la volontà di compiere il volere di Dio, e avete il desiderio dell’eternità e di Dio, voi non siete davvero poveri. Infatti è un vero povero soltanto colui che niente vuole e niente desidera.
Eckhart, Beati pauperes spiritu.

La verità è dentro di te, dunque. No, non la verità dello spirito, per quanto possa scrutarti e rivoltarti non troverai nulla in te di paragonabile ad uno spirito. La verità è sotto la tua carne, sotto i muscoli e i tendini, sotto la maschera della pelle. Strappati via, strappa il volto e gli occhi, strappa i muscoli e i tendini, strappa il vedere e l’agire, l’annusare e l’ascoltare, strappati via la lingua e le orecchie, soffoca la parola e il suono: sii le tue ossa, sii silenzioso e ricettivo e buono e saggio e vittorioso e sconfitto da sempre come le tue ossa.

Zoe, Breve trattato sull’arte dell’impiccagione, cap. III.

Pubblicato il 13-11- 2009 9:38 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

Ieri sera mi sono addormentato sul divano. Ho dormito per un’oretta buona. Poi mi sono alzato, ho attraversato il piccolo corridoio e sono andato in camera da letto. Lì è avvenuto quello che chiamo il caricamento del programma. Prima di entrare in camera da letto ero solo un essere vivente. In camera da letto sono diventato Antonio Vigilante. Ed in una frazione di secondo sono tornato infelice. Mi sono ricordato, per la precisione, di quelle ragioni di infelicità che fanno tutt’uno, per me, con il dire io. Ciò mi fa pensare a quella pagina bellissima di Berger e Lukmann, in cui parlano dello “stupore di non riconoscere la propria faccia nello specchio del bagno” dopo un sogno inquietante; stupore, terrore che viene esorcizzato grazie ai riti mattutini, “in modo che la realtà della vita quotidiana sia instaurata, anche solo in maniera incerta, al momento in cui esce di casa”*. Io non ho paura, al risveglio. Sono felice. Ma dura meno di un secondo. Non c’è bisogno dei rituali mattutini, il mio-me mi casca addosso con la violenza di un camion. Dovrei imparare, nel corso della giornata, a riportarmi a quel mezzo secondo dopo il risveglio, a deporre il mio-me - a gettarmi giù dal camion.

* P. L. Berger-Th. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna 1969, pp. 205-6.

Pubblicato il 29-10- 2009 10:21 am | Commenti (4) |
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Note di apprendistato, Buddhadhamma

    Io credo che tu troppo nettamente distingua ciò che è religione e ciò che non lo è. In ciò a cui diamo o un tempo davamo il nome di Dio, o nell’esperienza religiosa, c’è anche molto altro, e questo molto altro non sono tutte incrostazioni di autoaffermazione - e lo sai perfettamente anche tu: c’è l’amore, innanzitutto, ogni genere di amore (come dice Bergman); ci sono la pienezza e la lode, la gratitudine per i passeri arruffati che ti si posano sul davanzale; c’è l’esperienza di essere parte del tutto, non veramente distinto dagli altri esseri e dalle altre cose - eppure diverso; c’è la compassione, come naturale conseguenza del vivere e soffrire quello che vivono e soffrono le altre parti del tutto.
    C’è tutto questo, e anche la mancanza: l’irraggiungibile lontananza di ciò che suscita amore in noi, la tensione, la nostalgia, il bisogno senza oggetto. C’è la forza imperiosa che ci aggioga al difficile … (more…)

Pubblicato il 22-09- 2009 7:41 pm | Commenti (2) |
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Note di apprendistato, Cristianesimo

Conoscerai quella poesia (Der Olbaum-Garten, nelle Neue Gedichte) nella quale Rilke raffigura un Cristo - o meglio: uno Jeshu - abbandonato nel giardino degli ulivi, col viso tra le mani impolverate, incapace di trovare ancora Dio.

Ich find Dich nicht mehr. Nicht in mir, nein.
Nich in der andern. Nicht in diesem Stein.
Ich find Dich nich mehr. Ich bin allein.

    Io non ti trovo più. Non in me, no.
    Non negli altri. Non in questa pietra.
    Io non ti trovo più. Io sono solo.

Dopo queste parole, continua Rilke, non viene l’angelo, come si racconta: ma giunge la notte, una notte come le altre, una delle notti che giungono sugli uomini. Chi prega così, dice, non lo visitano gli angeli:

Die Sich-Verlierenden lasst alles los,
und sie sind preisgegeben von der Vatern
ung ausgeschlossen aus der Mutter Schooss.

    Quelli che da sé si perdono, tutti li lasciano soli,
    e sono abbandonati dai padri
    ed esclusi dal grembo delle madri.
(more…)

Pubblicato il 19-09- 2009 3:36 pm | Commenti (3) |
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Note di apprendistato

Ci si preoccupa di non essere all’altezza. Di non essere alla profondità, quasi mai.

Pubblicato il 2:45 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Via Tiro a segno, Foggia. Oggi.

Pubblicato il 18-09- 2009 7:05 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

    E’ strano come sia difficile parlarne, senza suscitare compassione, o ricevere consigli, o indispettire. E’ davvero una cosa oscena, l’infelicità. E l’infelice è un traditore, uno che vuole essere infelice, quasi per fare un dispetto. In linea di massima, ha ragione Lisi, evidentemente sono infelice perché non so dare. Ma le cose forse non sono così semplici. Io do a scuola, ad esempio. Ed a scuola sono felice. Tranne i momenti di depressione più cupa, il lavoro riesce a mettermi di buon umore, ed a darmi serenità. Ma la vita non è solo lavoro. Ci sono le altre situazioni, ci sono i momenti in cui la solitudine si dilata fin quasi a deformare le mura della casa, e crea uno spazio vuoto, che presto si riempie di pensieri e ricordi. E sono pensieri e ricordi infelici. E’ tutta una vita, quella che si rappresenta in quello spazio vuoto. Tutta una vita sbagliata. (more…)

Pubblicato il 4:02 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Buddhadhamma

    Mi dici che è incredibile quanto contino in Birmania le superstizioni: mi piacerebbe capire meglio cosa intendi per superstizione – noto che parli di superstizione anche a proposito del Dhammapada, rispetto alle punizioni che attendono il peccatore.
    Forse, e sottolineo forse (prendilo come un appunto per un’ipotesi), dovremmo pensare non che esistano delle “religioni”, ma piuttosto dei “discorsi religiosi”: discorsi, modi di espressione, codici all’interno dei quali gli uomini raccontano a se stessi e agli altri, esprimono, comunicano tra loro e condividono la propria religione.
    Avendo chiaro che il modo in cui ti racconti una cosa è determinante per la cosa stessa, ma non è la cosa stessa, e avendo chiaro anche che la cosa interiore, “quella cosa lì” a cui fa riferimento il discorso religioso è talmente importante, talmente carica dal punto di vista affettivo, da essere inestricabilmente legata in ciascuno a una serie di altre pulsioni, aspettative, desideri, rappresentazioni che confondono terribilmente le acque, tanto che è difficile stabilire il confine. (more…)

Pubblicato il 15-09- 2009 7:32 pm | Commenti (2) |
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Note di apprendistato, Amore

“Non ho scelto io il finale. Dove tu hai messo un punto di colpo, io stavo domandandomi come sarebbe stato iniziare una vita con te. Era difficile immaginare come sarebbe stata una vita con qualcuno. Non m’ingannavo. Non su di me, che sono un cane sciolto.
Dopo che hai visto uno che conoscevi morto in una cassa, poi ci metti degli anni per ricordarlo da vivo. Prima hai perso ogni ricordo di lui. I tratti. I gesti. Il suono della voce, il sorriso, il corso delle vene nelle mani. C’è soltanto quel morto in una bara.
Al posto di te, delle sere e delle colline, vedo sempre quel morto duro infilarsi tra le colline. Siamo gialli lì dentro. Poi cenere in un sacchetto.
Forse diventi ateo così. Quando vedi sparire uno e metti le dita e tocchi il vuoto che lascia”.

Marìa Carrazoni, Sicilia, Untitl.Ed, 2006, p. 38.

Pubblicato il 09-07- 2009 5:13 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Siamo buoni quando siamo feriti. Quando la vita, colpendoci, ci ha gettati all’angolo, ci ha sottratti violentemente al conflitto universale, al comune azzannarsi. Siamo buoni, e contempliamo atterriti lo spettacolo che si svolge accanto a noi, cercando di parare i colpi che ancora potrebbero arrivarci. E’ una bontà inutile, perché non ha la forza per cambiare nulla, di quel distruggersi reciproco che è la vita sociale. Appena la forza torna, usciamo dal nostro angolo: ma allora la bontà è solo un ricordo.
Allora, e, siamo più feroci di prima.

Pubblicato il 06-07- 2009 3:14 am | Commenti (2) |
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Note di apprendistato, Diario

Introspezione. Guardarsi dentro e trovare Dio - o lo spirito, o qualcosa di simile. Anche questo sguardo è un fatto culturale, il dentro è costruito, finto, messo in scena secondo i canoni; anche nella introspezione, momento della trasparenza a sé stessi, si è falsi, si sfugge a sé stessi, si mente a sé stessi (senza però che colui che mente, essendo tutt’uno con la menzogna, sia consapevole di mentire). Una autentica introspezione porta a contatto con un caos miserabile. Né Dio né spirito, ma un viaggio disperante al fondo dell’inferno.

Pubblicato il 03-07- 2009 6:21 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Nonviolenze

Massimo mi chiede delle similitudini tra Giuseppe Rensi ed Aldo Capitini.
Vediamo.
Tra i pensatori della prima metà del Novecento, Rensi è stato colui che a mio avviso meglio ha interpretato i segni dei tempi, lo Zeitgeist. Già nel ‘19, all’indomani della Grande Guerra, prendeva atto del profondo, irreversibile mutamento culturale, affermando nei Lineamenti di una filosofia scettica che l’universo si era risolto in un Pluriverso, in un caos di visioni del mondo, di ragioni contrastanti, in lotta tra loro. La guerra dimostrava, non astrattamente, ma col sangue, la fine della Ragione. Rensi ne derivò dapprima uno scetticismo che si compiaceva di demolire le certezze dominanti - che erano, in Italia, quelle del neo-idealismo e del crocianesimo -, quindi un pessimismo nichilistico (”Ciò che è razionale è irreale, ciò che è reale è irrazionale”) che ispira pagine che trovo tra le più belle della storia della filosofia italiana, come quelle dei Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte (di sfuggita: è davvero un peccato che Guanda non si decida a ripubblicare questo capolavoro). (more…)

Pubblicato il 01-07- 2009 9:36 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario, Amore

Ti amo, dice. E’ figlio, come tanti, della maledizione dell’educazione. Per anni gli hanno detto che non era come doveva essere; per anni si è sentito ogni giorno cattivo, sbagliato, colpevole; per anni ha cercato di mettere sé stesso nello stampo che gli veniva offerto, di assumere le espressioni del viso che gli venivano suggerite, di compiere gli atti necessari; per anni ha messo a tacere, represso, perseguitato sé stesso. Ora se ne sta lì con la sua preghiera. Perché il suo ti amo questo vuol dire: liberami, tu che mi sei ora accanto, liberami dalla maledizione dell’educazione, guardami bene, guardami ovunque, sopra e sotto, fuori e dentro, e dimmi che mi vuoi, guarda bene i miei fiori e le mie spine, toccami, accarezzami, graffiami, mordimi, assaggiami e dimmi che va bene, che si può fare, che è finita la maledizione, che posso uscire allo scoperto. Dimmi che posso uscire allo scoperto, ti prego. Dimmi che è finita. Dimmelo.
Dimmi che posso uscire allo scoperto.
Ti amo, dice. E prova ad uscire allo scoperto, ed ecco che le sue spine sembrano fiori, il dentro è bello come il fuori, la maledizione sembra finita. Il mondo si presenta finalmente amico. La guerra - la guerra di tutti contro di lui, e di lui contro sé stesso - è finita.
Ma il destino lo aspetta al varco. L’inciampo accade. Le spine tornano spine, il dentro si separa dal fuori, e torna a nascondersi, a soffrire lontano dagli sguardi. Ancora una volta si sente cattivo, sbagliato, colpevole. Ancora più colpevole, perché si accorge che in quella preghiera, in quel ti amo, c’era una ingiustizia radicale: perché lui, figlio dell’educazione, aveva forse la forza per uscire allo scoperto, per mettersi fiore e spine nelle mani di qualcuno, ma la forza per accogliere a sua volta, per dire di sì al dentro ed al fuori, per toccare accarezzare graffiare mordere guardare e dire sì, quella forza grande che sola dà il diritto di essere amati - quella forza non era con lui.

Pubblicato il 27-06- 2009 9:39 pm | Commenta questo post (0) |
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