Note di apprendistato

Il mondo è il correlato dell’io. Esso esiste in quanto l’io lo costruisce - non nel vecchio senso idealistico, ma nel senso delle neuroscienze: l’oggetto percepito è una costruzione della mente, non esiste in sé. Ma vale anche il contrario: l’io esiste come soggetto che percepisce, come corpo-forma tra corpi e forme. Nel mondo dell’informe i bordi dell’io si fanno vaghi. Io e mondo sono due realtà illusorie che si sostengono a vicenda. La liberazione dall’illusione può dunque partire dall’io, o dal mondo. Ed è questa seconda via, la mia via. Distruggere il mondo, decostruire l’oggetto, percepire oltre il percepito, far vibrare in ogni cosa il suo oltre, insinuarsi nella rima rerum, nella spaccatura, nella ferita che segna tutte le cose in quanto illusorie, non cose. In questo senso basta osservare la punta di una foglia autunnale per raggiungere l’illuminazione - o la mascella di un cavallo, come dice Dogen.

Pubblicato il 08-02- 2012 4:45 pm | Commenti (3) |
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Note di apprendistato

Ieri sera ho ricordato Franco Marasca a Troia, a dieci anni dalla scomparsa ed in occasione della intitolazione a lui della nuova biblioteca comunale. Questo è il testo del mio intervento.

È quasi inevitabile, quando ricordiamo una persona che abbiamo amato, indulgere alla retorica - cercare belle parole, belle immagini che siano all’altezza dei sentimenti che proviamo. Ma non a tutti si addice la retorica. Vi sono persone che hanno vissuto limpidamente, con sobrietà, attenti all’essenza delle cose, nemici di ogni orpello. Chi parla di loro deve fare attenzione: ogni parola di troppo rischia di essere una offesa alla memoria. Ci sono persone di cui bisogna parlare con castità di linguaggio, misurando le parole – poiché la misura è stata la regola stessa della loro vita. Franco Marasca è stato tra queste. Proverò dunque a dire di lui senza retorica.
La mia frequentazione di Franco risale, credo, al ‘96. Ero allora un ventenne disoccupato, con in tasca la laurea e una gran confusione riguardo al modo di usarla. Mi venne in mente, tra le altre cose, che avrei potuto provare a fare il giornalista. Scriveva mi piaceva, e forse un po’ sapevo farlo. Presi così il telefono e chiamai la redazione del più grande giornale pugliese. Nella mia infinita ingenuità, credevo che bastasse chiedere. E invece no, non bastava chiedere. Almeno non nel caso di quel giornale. Ebbi la fortuna di non demordere, di perseverare nella mia ingenuità. E fu così che chiamai Franco Marasca. Conoscevo le Edizioni del Rosone per aver letto un libretto di Leonardo Scopece, Foggia, una città da amare, ed un libro di poesie di Emilia Berlantini (Azzurri spazi), una giovane poetessa scomparsa prematuramente. Di entrambi i libri avevo apprezzato l’eleganza grafica e la cura editoriale. Fino ad allora ignoravo, però, che le Edizioni del Rosone pubblicassero anche dei giornali. (more…)

Pubblicato il 14-11- 2011 8:56 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

Tra altre cose apprezzabili, il manuale di filosofia e pedagogia che adoperavamo al magistrale - il Reale-Antiseri, apertamente cattolico, ma chiaro e ben scritto - aveva i ritratti dei pensatori e dei pedagogisti. Mi piacquero molto i volti dei romantici e degli idealisti: il viso rassicurante di Schelling, quello nobile di Schiller, quello di Hoelderlin, bellissimo prima che la malattia lo deturpasse, consentendogli però di scrivere nella torre sul Neckar quelle che ritengo le sue poesie migliori, così stranamente vicine alla poesia cinese e giapponese. Ma più di tutti mi colpì il volto di Enrico Pestalozzi. Il suo sguardo, per essere precisi. Mi sembrava lo sguardo di un uomo assolutamente buono. L’ho ritrovato, quello sguardo, questa mattina, all’ipermercato. Era nel volto di un vecchio seduto ad una panchina, che si guardava intorno con aria smarrita. Oltre alla bontà, ho provato a riconoscere gli altri elementi della particolare, affascinante alchimia di quello sguardo. Esso voleva dire: ecco, sono qui, ma questo non è il mio posto; vengo da un mondo molto lontano da questo, e per quanti sforzi faccia, non riuscirò mai a sentirmi a casa qui; sono indifeso, a disagio, mi sento vulnerabile, o meglio: ho sofferto, e non mi aspetto nulla di buono, ma la sofferenza provata mi ha lasciato una sorta di languore, una dolcezza attonita; so che se tu mi parlassi mi troveresti singolare, e non ti piacerei, per cui custodisco questa distanza tra noi. Osservando quello sguardo per un attimo - non è consentito guardare la gente per più di un attimo - ho realizzato la ragione per cui mi aveva colpito, anni fa, il ritratto di Pestalozzi. Quello sguardo, lo sguardo del vecchio di questa mattina e lo sguardo di Pestalozzi, è lo stesso sguardo di mio nonno. Per la precisione, lo sguardo cui era approdato negli ultimi anni, in particolare dopo che la malattia lo aveva colpito. Era uno sguardo buono e ferito al tempo stesso. Era lo sguardo dolce di un uomo che a suo tempo era stato molto burbero, se non duro. Ecco, se dovessi caratterizzarlo, direi che la sua essenza consiste nell’esprimere una bontà che non è naturale, innata, ma che è tratta fuori dalla durezza della vita; la bontà dell’animale ferito, di chi sa che è ai margini della vita, e può deporre la ferocia che sembra esserne la legge.
Ho guardato anche gli altri, questa mattina. Un uomo aveva tatuata sul braccio destro la cartina geografica dell’Italia, un altro aveva un enorme geco tatuato sul polpaccio destro. L’impressione che ho, osservando la gente, è che tutti cerchino - attraverso i tatuaggi, l’abbigliamento, l’acconciatura - di dare di sé un’immagine poco rassicurante. Si vuole spaventare l’altro, o almeno fargli capire che si è dei duri. E a me, sì, fa un po’ paura, la gente. E non sono così ferito da conquistare lo sguardo da chi è ai margini, di chi ha deposto ogni ferocia.
E mi interrogo sul mio sguardo.

Pubblicato il 09-08- 2011 5:40 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Non riconoscere alcuna autorità.
Per quanto ti è possibile, cerca di “spargere fiori sul cammino della vita” (d’Holbach).
Almeno una volta al giorno entra nella posizione del non-sé.
Non deridere, non deplorare, non odiare: ma comprendere (Spinoza).
Non usare la parola come strumento di dominio.

Pubblicato il 27-04- 2011 7:06 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Diario

La pace interiore, dici. No: finché c’è un interno ed un esterno non c’è pace. Abituati a sentire il mondo stesso come il tuo corpo - di più: liberati dall’idea stessa che esista qualcosa come un corpo. Mente e corpo sono solo una regione di quel che si dà.

Pubblicato il 04-04- 2011 8:27 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Diario

Il cielo si tinge delicatamente di rosso, le rondini volteggiano allegre, l’odore del rosmarino abbraccia la sera ancora incerta. Ma lo stomaco fa male, e tristi pensieri zampettano come corvi. Se guarda fuori prova gioia, se guarda dentro - se si volge al corpo e alla mente - si fa triste.
Il cielo è cupo, il vento spazza la città, dense nubi incombono sulla periferia squallida: non un solo albero, non un filo d’erba a contendere al grigio il suo dominio. Ma dentro c’è una musica da bimbi, e la festa dei versi d’un poeta. Se guarda dentro, svanisce la tristezza.
C’è dunque solo da scegliere dove guardare, si direbbe. Il saggio guarda dentro quando fuori c’è il cielo cupo, guarda fuori quando è cupo il cielo di dentro. La saggezza è distrazione: guardare altrove. E gioire di questo altrove.
Ma l’altro non sceglie, non decide. Quel che c’è, c’è. Quel che è, è.
No, non è saggio.

Pubblicato il 26-03- 2011 10:02 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

Agire eticamente è stare nella rispettabilità e nel riconoscimento. L’uomo morale ha sempre, in un angolo, un qualche compiacimento, il senso di sottile soddisfazione di sapere su di sé l’approvazione comune - sale prima o poi sul palcoscenico della sua coscienza, dove riscuote il salario per la sua fatica apollinea. L’uomo di Dio non è un uomo morale, non cura la forma né la salute della sua anima. L’imposanimità è la condizione dell’uomo di Dio. L’unica morale compatibile con questa condizione è l’eros etico, la morale folle dell’uomo che si fa nudo e dona il suo: perché gli è di troppo. L’etica della spoliazione di sé: la rabbia la gioia lo slancio l’abbandono la felicità dei tre passi oltre la frontiera. Ma è vera etica? L’imposanimità vede intensamente questo-uomo-qui e lo affratella, ma pure lo trascende, esige l’oltre e l’altrove; non si quieta, non si ferma, caritatevole.

Pubblicato il 01-02- 2011 9:19 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato

A. Paoli, Camminando s’apre cammino, Cittadella.

Pubblicato il 06-01- 2011 8:03 am | Commenti (1) |
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Note di apprendistato, Kulturmarket

Scusa, che libro è? La domanda mi sorprende un po’. E’ raro che qualcuno in treno ti chieda che stai leggendo, ancor più che te lo chieda un ragazzino che sembra uscito da un programma di Maria De Filippi. Ho i miei soliti pregiudizi, penso. E gli spiego che trattasi di un’opera di un certo Phalu il kasmiro e che il suo libro è interessante per la commistione tra buddhismo tibetano e sufismo. Lui mi guarda inebetito. Ah, dice. Poi tace.
Ci ho messo un po’ a capire che non lo incuriosiva quello che stavo leggendo, ma come lo stavo leggendo. Cioè: essendo un ragazzino che sembrava uscito da un programma di Maria De Filippi, non era a conoscenza dell’esistenza degli ebook reader; aveva visto uno strano libro di acciaio e aveva chiesto di che si trattava.
Nel paese di Maria De Filippi gli ebook reader sembrano destinati ad avere poco successo. Gli occhi degli italiani lucchicano per i telefonini, ma restano indifferenti a quei cosi che servono per leggere. Ugualmente indifferenti, se non ostili, sono molti di quelli che amano leggere, che spesso apprezzano anche il libro come oggetto - amano annusarlo, toccarlo, logorarlo. A questi ultimi pare che l’ebook rubi al libro la sua aura, per dirla con Benjamin. Ed è vero: finiti nell’ebook reader, tutti i libri sono uguali. Ma a me non dispiace questa perdita dell’aura: mi pare che al contrario il libro, spogliato del suo abito, mostri la sua essenza, viva una sua nuova vita più pura; e, anche, si faccia più intimo. Perché il libro di carta può accompagnarci nei nostri viaggi, stare sui nostri comodini, seguirci nella ricerca di un posto in cui si possa deporre per qualche istante lo strazio di vivere: e tuttavia resta ingombrante, pesante, scomodo. Mentre con un solo ebook reader, del peso di pochi grammi, è possibile portare con sé centinaia di libri. E la magia del libro - nel quale cerchiamo, noi lettori, la formula che mondi possa aprirci - si reincarna e si moltiplica.
Diceva quel tale che potendo scegliere tra il possesso della verità e la sua ricerca, avrebbe preferito quest’ultima. Non so dargli torto. Una vita fa ho intravisto una verità, la formula che apre mondi: e da allora l’ho messa da parte, alla periferia della mia vita, temendo che altrimenti potesse inghiottirla - come già aveva iniziato a fare. In questi anni ho raccolto libri che hanno a che fare con quella formula, e più che letti debbo dire di averli toccati, annusati, accarezzati: e poi messi da parte. C’è una parte della mia libreria che raccoglie questo enfer, che potrebbe anche essere un paradiso (ma non è ogni paradiso un inferno?). A pochi giorni dall’acquisto dell’ebook reader, noto che la maggior parte dei settantacinque libri che vi ho caricato hanno a che fare con quella lontana verità. E, come i libri del mio enfer domestico, sono libri più posseduti che letti e studiati. La loro funzione è quella di ricordarmi che a lato di quel che sono c’è la possibilità del salto, della fuga, dell’ascesa, della caduta. Con ogni probabilità riuscirò a resistere fino alla fine alla tentazione di quel salto (di quella fuga, di quell’ascesa - di quella caduta?), al tempo stesso giovandomene. Come l’eroinomane, diresti, che si scrolla un po’ del peso dalle spalle pensando che sì, può smettere quando vuole.
S’adesso la botola si aprisse, ecco, più del fragile enfer della mia biblioteca domestica resterebbe questo ebook reader, che mi fa ormai da amuleto, a dire quello che sono stato e, soprattutto, quello che non sono stato.

Pubblicato il 26-12- 2010 9:06 pm | Commenti (7) |
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Note di apprendistato

Vivere prendendo nota. Non è solo questione dello scrivere, e di tutti i falsi problemi legati alla scrittura: la questione dell’arte, la questione dell’estetica e dell’espressività, la questione della sua terapeuticità e al tempo stesso valenza ossessivo-compulsiva – il suo essere farmaco e malattia, talmente intricati da non poterne distinguere i confini. Nel lento sgranarsi degli appunti, Vigilante ci riporta alla presenza di un’altra modalità dello scrivere: la lettura del mondo, ancor prima della scrittura, ancor prima che divenga parola scritta.

Qui. Per una delle singolari coincidenze alle quali mi sto abituando, questa mattina pensavo a quel libro, che considero il mio libro per eccellenza (e che per questo, forse, non ha un vero editore: non voglio che diventi mercanzia), ed alla possibilità di farne una nuova edizione accresciuta.

Pubblicato il 06-12- 2010 7:57 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

Parlavo della figura e dello sfondo, della illusione fondamentale che la figura sia figura e lo sfondo sia sfondo.
Guarda ora questa immagine:

E’ uno snapshot del sito di Repubblica. In questo caso ciò che dovrebbe fare da sfondo - la pubblicità di un film brillante - invade l’immagine, con un effetto particolarmente spiacevole, e probabilmente anche offensivo nei confronti della ragazza travolta dall’alluvione (per meglio dire: nei confronti dei suoi parenti, di chi le ha voluto bene o ancora di chi, anche solo per un momento, ha provato indignazione per questa vita spezzata dall’incuria di quei criminali che sono i nostri amministratori). Se l’immagine fosse solo un centimetro più a destra, tutto sarebbe in ordine. Ma lo sarebbe davvero? Basta davvero un centimetro per separare la figura dallo sfondo?

Pubblicato il 03-10- 2010 10:00 am | Commenti (2) |
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Note di apprendistato

L’illusione fondamentale sulla quale si regge la nostra società è che la figura sia figura e lo sfondo sia sfondo: che la figura sia in primo piano e lo sfondo resti, appunto, sullo sfondo.
Così non è.
Prendete due settimanali di orientamento politico opposto, e provate a considerare la pubblicità. Noterete che quei due settimanali non solo hanno la stessa quantità di pubblicità - circa il cinquanta per cento delle pagine -, ma che la pubblicità è la stessa. Le persone che leggono un settimanale di destra e quelle che leggono un settimanale di sinistra acquistano esattamente gli stessi prodotti.
Dirai che però cambiano le notizie, i commenti, le analisi politiche. Può essere. Ma che senso ha, se la pubblicità è la stessa? Ogni messaggio pubblicitario è la celebrazione del mercato. Un settimanale, che sia di destra o di sinistra, nel cinquanta per cento delle sue pagine celebra il mercato, ti invita ad acquistare, ti ricatta, ti minaccia, ti manipola, ti dice che non sei nessuno se non acquisti, se non spendi, se non consumi. Per le restanti pagine può anche attaccare il mercato (ma lo fa molto raramente): si tratta dello sfondo.
Quello che più preoccupa è che quanto appena detto non vale solo per i giornali. Se cammino per la città, ad ogni angolo trovo manifesti pubblicitari, in qualche caso vere e proprie gigantografie; se vado a prendere un treno, ad ogni dieci passi c’è un video che trasmette spot pubblicitari; se mi siedo ai tavolini d’un bar, un televisore mi aggredisce con qualche idiozia che fa da sfondo alla pubblicità. Si può scegliere di non avere la televisione e di non comprare i giornali, ma non serve a molto. E come l’articolo di giornale diventa chiacchiera, immerso com’è nella celebrazione pubblicitaria, così ho l’impressione che diventi chiacchiera tutto ciò che diciamo passando davanti ai cartelloni pubblicitari, conversando sotto i monitor, tenendoci per mano ai tavolini di un bar.
Diventano sfondo, le nostre vite: noi. In primo piano l’unica verità, quella del mercato.

Pubblicato il 22-09- 2010 11:46 pm | Commenti (2) |
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Note di apprendistato

Ho aperto la porta, ed era lì. Era lì con i suoi occhi grandi, con il suo corpo minuto, con la sua pazienza animale. Era lì, quieto, in attesa si sè - con la sua pazienza animale. Vederlo e prenderlo a calci è stato tutt’uno. Nelle aule dei tribunali ogni giorno si fa a pezzi l’umanesimo occidentale; nelle aule dei tribunali ogni giorno si parla di questi piedi, di queste mani che si muovono da sé, per radicato riflesso, prima che la ragione - con il suo carico di buoni propositi - possa intervenire, orientare, interdire. Vedere è colpire: tutt’uno.
L’ho colpito, dunque. E l’ho poi scosso un po’, colpevole, sperando che si muovesse, che mi rassicurasse, che mi mostrasse che il mio calcio era una intemperanza che aveva già dimenticato, pronto a guizzare via. Ma non si è mosso. O meglio: ha mosso una zampa, paralizzato il resto del corpo. Una zampa che voleva dire: voglio la vita, la voglio disperatamente, ma non ce la faccio, vedi? sto morendo. Avrei dovuto schiacciarlo, assumermi fino in fondo la colpa della sua morte e sollevarlo dallo strazio dell’agonia, e invece l’ho lasciato così.
Quando sono tentato di abbassare la mani di fronte alla vita, di gettare la spugna, di dirmi vinto e lasciare che il gioco prosegua con le sue regole, è anche a questo che penso. Alla facilità con cui molte, troppe delle cose in cui crediamo - le nostre idee i sacri valori i buoni propositi - si dimostrano, all’atto pratico, null’altro che chiacchiera.

Pubblicato il 11-09- 2010 3:44 pm | Commenti (1) |
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Note di apprendistato

Le anticipazioni, pubblicate dal Times, del prossimo libro di Stephen Hawking (The Grand Design), stanno facendo discutere di dà e di qua le menti migliori, quelle peggiori e quelle infime. Il fisico britannico - che vive immobilizzato su una seria a rotelle, si affettano a informare le menti peggiori e quelle infine - ha infatti cambiato idea: se nella Breve storia del tempo scriveva che l’idea di Dio può non essere incompatibile con la fisica contemporanea, ora sostiene invece che Dio non è necessario per spiegare l’universo, perché basta la gravità. Gongola Odifreddi, nel suo blog su Repubblica nuovo di zecca. E’ una cosa che capiscono anche i bambini, spiega: Dio ha creato il mondo, ma chi ha creato Dio? E conclude sperando che la discussione che s’è aperta “lasci perdere preistoriche mitologie bibliche, che non convincono nemmeno i bambini”. Speranza vana, ça va sans dire. Sulle colonne del Tempo Ezio Bussoleti risponde ad Hawking esattamente con un ragionamento di quelli che potrebbe mandare in crisi un bambino. Hawking dice che bastano le leggi della fisica per spiegare l’universo. Ma perché e come sono nate queste leggi?, chiede Bussoleti. Certo, da Dio. E il bimbo obietterebbe: e va bene, signor Bussoleti; ma perché esiste Dio? Evidentemente Bussoleti non ha bambini tra i piedi, perché conclude trionfante: “Le giustificazioni addotte da Hawking non hanno la forza per convincerci mentre ci sostiene la convinzione che esista un Creatore che, come diceva Einstein, non gioca a dadi e che, proprio per la sua visione superiore, creando l’uomo, ha ritenuto avesse un senso creargli intorno tutto il resto.”
Due osservazioni. (more…)

Pubblicato il 05-09- 2010 9:07 pm | Commenti (5) |
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Note di apprendistato

Giobbe, 9, 22-23.

תָּם-אָנִי, לֹא-אֵדַע נַפְשִׁי;    אֶמְאַס חַיָּי
 אַחַת, הִיא:    עַל-כֵּן אָמַרְתִּי–תָּם וְרָשָׁע, הוּא מְכַלֶּה.
 אִם-שׁוֹט, יָמִית פִּתְאֹם–    לְמַסַּת נְקִיִּם יִלְעָג.

Sono innocente, ma non bado alla mia anima. (a)
Non m’importa nulla della mia vita.
È tutt’uno. Per questo dico: «Egli fa morire l’innocente e il colpevole.
Se un flagello ammazza gente in un momento,
egli deride (b) la disperazione degli innocenti.»

(a) Passo controverso. Seguo W. Gesenius, Lexicon manuale hebraicum et chaldaicum in veteris testamenti libros, F. C. G. Vogelii, Lipsiae 1847, p. 405: animum advertit ad aliquid, providit, curavit.
(2) La’ag. Propriamente, spiega Gesenius (p. 533), è prendere in giro un balbuziente imitandone la voce (vocem alicuius balbutiendo imitatus est per ludibrium). Nel caso specifico è il dolore che rende balbuzienti le vittime innocenti.

Pubblicato il 09-08- 2010 10:07 pm | Commenti (1) |
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