A Ratisbona Benedetto XVI ribadisce le ragioni dell’ateismo cristiano, e lo fa con grande chiarezza: rovesciando, semplicemente, le tesi di Bonhoeffer. (more…)
minimo karma retomar o pedaço que falta
A Ratisbona Benedetto XVI ribadisce le ragioni dell’ateismo cristiano, e lo fa con grande chiarezza: rovesciando, semplicemente, le tesi di Bonhoeffer. (more…)
In quel tempo prendemmo tutte le sue città e votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non vi lasciammo alcun superstite. Soltanto asportammo per noi come preda il bestiame e le spoglie delle città che avevamo prese.
Deuteronomio, 2, 34-35.
Dice Mosé:

Quando Elion diede eredità alle genti
separando i figli di Adam
stabilì i confini dei popoli
contando i figli di Israele.
La parte di Yhwh fu il suo popolo
la sua eredità è la regione di Ya’acob.
(Devarim [Deuteronomio], 32, 8-9)
C’è un Dio che si chiama Elion il quale, presumibilmente dopo aver creato il mondo e l’uomo, divide i popoli. Perché abbia voluto dividere i popoli non è dato saperlo; quello che è chiaro è che assegna i popoli come eredità. L’eredità si divide tra i propri figli. Evidentemente quindi Elion ha diversi figli, e tra questi c’è Yhwh, al quale spetta in eredità il popolo di Israele. Yhwh non è dunque il Dio che ha creato il mondo e l’uomo, ma il figlio di Elion. Altri figli di Elion guidano altri popoli. Ciò è chiaro da quanto dice Mosé poco oltre, quando precisa che Yhwh ha guidato il popolo di Israele da solo, senza l’aiuto di alcun Dio straniero (Devarim, 32, 12): il che vuol dire che v’erano altri Dèi, legati però a popoli stranieri, che avevano ricevuto come eredità.
Se Yhwh è figlio di Elion, e se il Cristo è figlio di Yhwh, allora Elion è nonno del Cristo. La Trinità diventa così una Quaternità.
Genio del cristianesimo: ha inventato il Dio in pillole.
Tu operi una distinzione tra Dio e la compresenza, sostenendo che quest’ultima è il luogo di Dio, il quale però non si riduce ad essa. Dio è in origine, e dà la vita amando, in modo tale che ogni nostro atto d’amore non è che la ripetizione di questo atto originario; Dio fa nascere il mondo nell’amore. Se ho capito bene, la compresenza avrebbe allora nell’economia del pensiero capitiniano il compito di superare la distanza tra Creatore e mondo, quale si ritrova nella dottrina cattolica. Dio, che ha creato il mondo, torna a farsi vicino agli enti in ogni atto d’amore, che è ripetizione (evocazione?) del suo atto originario, un ritorno all’origine stessa dell’essere.
Quel che non trovo in Capitini - ma dovrei rileggere almeno gli Elementi e la Compresenza, perché può essere che, dopo anni di confronto interiore, le mie idee abbiano finito per stravolgere le sue - è questa presenza di un Dio-origine. Una presenza che pone qualche problema filosofico non trascurabile, che tu onestamente rilevi. Se l’origine dell’essere è amore, come si spiega il male? A me pare che la posizione di Capitini sia la seguente. Il mondo non nasce da Dio, non si origina né dal bene né dall’amore. Il mondo, l’essere, la vita - la natura-vitalità, per usare i termini di Capitini - non ha carattere etico, anzi rivela una certa propensione alla violenza: il pesce grande che mangia il piccolo. Il bene (Dio) non appartiene al mondo dell’essere, ma ad un mondo inaccessibile alla conoscenza oggettivante e verificabile solo attraverso la prassi. Il mondo della compresenza, appunto. La quale non è realtà che scaturisce dall’origine, quanto piuttosto anticipazione del compimento. Semplificando con un’immagine, vi sono due correnti: la prima, tempestosa e torbida, è quella dell’essere, che proviene dall’origine, la seconda è quella del bene, una luce tranquilla, diafana che viene dal futuro, dal compimento del tutto. Queste due correnti si incontrano nel momento in cui io, posto di fronte all’altro, gli dico tu. E’ in questo momento che, dice Capitini, /Dio nasce/. Ciò che ora nasce appartiene al futuro, evidentemente. Il Dio che nasce nel mio dire tu è il Dio futuro, il compimento del tutto in cui la violenza dell’essere sarà dissolta nella pace del tu-tutti.
Dio, insomma, non c’è. Ma nell’amore c’è la prefigurazione di un Dio che sarà, e che ora non è oggetto né di teorizzazioni né di fede, ma di prassi.
Nel mio libro su Capitini ho riservato una paginetta ai rapporti di Tartaglia. Se lo scrivessi ora, il nome di Tartaglia comparirebbe quasi in ogni pagina. Mi sono convinto, leggendo le Tesi per la fine del problema di Dio, che quella tra Tartaglia e Capitini non è stata solo una collaborazione pratica in vista dell’opposizione alla Chiesa cattolica, ma anche un rapporto di reciproca fecondazione intellettuale. Mi sembra che si debba interpretare la compresenza di Capitini alla luce delle affermazioni di Tartaglia su Dio che “finora non è mai stato”, e che Dio solo ora è possibile, assunto come “puro ‘dopo’” (ed. Adelphi, pp. 49 e 68). Quel che resta inspiegato in Tartaglia è il perché della sua convinzione che oggi sia possibile quello che non è mai stato: Dio. In Capitini quell’oggi si frantuma in milioni di atti d’amore, che da sempre accumulano pazientemente quelle piccole quantità di bene che un giorno modelleranno l’aspro profilo dell’essere.
Le parole del papa prima dell’Angelus sono quelle attese: “La fede poi ci insegna che anche nelle prove più difficili e dolorose, - come nelle calamità che hanno colpito nei giorni scorsi il Sud-Est Asiatico -, Dio non ci abbandona mai: nel mistero del Natale è venuto a condividere la nostra esistenza”. Il Dio debole, appunto. Che non è Provvidenza che aiuta, ma Dio che condivide, Dio-uomo che si lascia sommergere dall’acqua, soffocare dai gas, bruciare nei forni, impiccare nelle carceri naziste. Ma aggiunge: “Il Bambino di Betlemme è Colui che, alla vigilia della sua morte redentrice, ci lascerà il comandamento di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato (cfr Gv 13,34). E’ nell’attuazione concreta di questo ’suo’ comandamento che Egli fa sentire la sua presenza”. Qui la situazione è anche peggiore. Dio ha dato quel che aveva da dare attraverso il comandamento dell’amore. Ha assegnato all’uomo un compito: sta a lui compierlo. La presenza di Dio nella storia non è che la presenza di quell’ingiunzione originaria (peraltro paradossale). Il comando opera nella storia come spina, per usare la terminologia di Elias Canetti. Anche in questo ragionamento il cristianesimo si dimostra alveo dell’umanesimo ateo.
Chi volesse, dopo la tragedia immane provocata dallo tsunami, chiamare in causa Dio, si troverebbe a fronteggiare una schiera compatta di teologi, non proprio sorridenti, ma con il volto disteso di chi una soluzione l’ha trovata. Dov’era, dov’è Dio? chiederete voi. Dio, vi spiegheranno loro, è lì, sommerso dallo tsunami. Non annegato, s’intende; ma sommerso, sommerso sì.
La trovata è collaudata. S’è chiesto dov’era Dio ad Auschwitz. Perché, è chiaro, se a milioni crepano, innocenti, le cose son due: o Dio vorrebbe aiutarli, ma non può, oppure potrebbe aiutarli, ma non vuole. Tertium non datur (l’ipotesi che Dio non aiuti perché le invocazioni provengono da fedi non autentiche - richieste indirizzate, insomma, a un falso Dio - non mi risulta che sia mai stata presa in considerazione, e questo è confortante). Ed allora si è detto che Dio era lì, proprio ad Auschwitz, a soffrire con hi soffriva. E che non poteva aiutare, perché era, perché è debole. E’ un Dio sfinito dall’opera della creazione, un Cristo crocifisso.
Questa soluzione è meno avventurosa di quel che sembra. Direi, anzi, che mette a nudo mirabilmente l’essenza stessa del cristianesimo. La quale consiste nel considerare che l’uomo sia il centro dell’universo, e che tutto, Dio compreso, sia a lui finalizzato. La divinizzazione dell’uomo, l’inversione del rapporto tra Dio e uomo, è l’essenza del cristianesimo. Detto altrimenti: la morte di Dio, l’ateismo è l’assenza del cristianesimo.
Dall’origine, l’uomo è in lotta con Dio. La Croce rappresenta la fine di questa lotta- Dio è morto come Dio, e rinasce come Dio-Uomo, Dio al servizio dell’Uomo. Muore Dio, nasce l’Individuo, il Soggetto.
Delle due soluzioni possibili, allora (un Dio terribilmente trascendente ed un Dio debole), la seconda è la sola che consenta ancora di pensare l’Uomo. La prima, invece, metterebbe in crisi il Soggetto - al quale toccherebbe di sentirsi paragonare, come Giobbe, al Leviatano e al Behemot, povere terribili bestie del creato, e tuttavia più rilevanti dell’uomo; e di scoprirsi non Soggetto, ma essere, cosa tra gli esseri e le cose, cui nulla risponde e nessuno deve render conto.
Il sentiero dell’uomo essere e cosa tra le cose, sovrastato da un Dio terribile, è ancora inesplorato. Può essere che sia il sentiero di domani.
Sandrsyante curnitairuttamangaih
yatha nadinam bahavo’mbuvegah
samudramevabhimukha dravanti
tatha tavami naralokavira
visanti vakratanyabhivijvalanti
yatha pradiptam jvalanam patanga
visanti nasaya samrddhavegah
tathaiva nasaya visanti lokas
tavapi vaktrani samrddhavegah
lelihyase grasamanah samantal
lokansamagranvadanairjvaladbhih
tejobhirapurya jagatsamagram
bhasastavograh pratapanti visno.
Fuggono nelle bocche Tue terribili
a sfracellarsi il capo contro i denti:
come fiumi che muoiono nel mare
vengono nella Tua bocca di fuoco
queste folle di uomini ed eroi;
come mosche consunte dalla fiamnma
cadono in Te, Signore, per morire.
Tu lecchi, Tu rapisci, Tu distruggi
vite d’uomini e donne in ogni dove.
Di Te, Signore, brucia l’universo.
Il Time dedica questa settimana un lungo articolo* (e la copertina) alle ricerche del biologo molecolare Dean Hamer, autore di un libro che sta facendo discutere: The God Gene: How Faith Is Handwired Into Our Genes (ed. Doubleday). Svolgendo alcune ricerche sul cancro, Hamer ha sottoposto un campione di mille persone, uomini e donne, ad un questionario sul temperamento. Uno dei tratti indagati dal questionario riguardava l’autotrascendenza, che comprende tre cose: la capacità di dimenticarsi di se stessi, l’identificazione transpersonale, ovvero “il senso di unione con l’universo” e il misticismo, ovvero l’apertura a cose non dimostrabili. Distinte le persone del campione in base ai risultati del questionario, Hamer ha cercato le basi genetiche delle differenze, individuandole nella variazione del gene VMAT2, un gene fondamentale per la produzione di serotonina e dopamina.
Robert Thurman,** professore di studi buddhisti alla Columbia university, ha dichiarato che per i buddhisti si tratta di una notizia “amusing and fun”, che non dice nulla che il Buddhismo già non sapesse. Più preoccupati cristiani ed ebrei. Ma non troppo. Che la fede abbia base genetica, può voler dire due cose: o che Dio è una allucinazione frutto del bisogno umano (presente fin nei geni), o che Dio stesso ha posto le radici della fede nei geni. In quest’ultimo caso, sorge un problema. Come mai, si chiede il giornalista del Time, questo gene è così irregolarmente diviso tra gli uomini? Non è una convinzione centrale della fede che la grazia sia disponibile per tutti? La risposta è quella di sempre: sarebbe troppo facile per Dio programmare gli uomini ad avere fede in lui; meglio rendere le cose più difficili. Non funziona granché come risposta, ma forse non ve ne sono altre. A meno che non si vogliano rispolverare le parole del Vangelo di Tommaso: “Se lo avete, quel che avete vi salverà; se non lo avete, quel che non avete vi condannerà”. Quel che abbiamo o non abbiamo sarebbe, in questo caso, un gene. Ma qui si aprirebbe la questione teologica della predestinazione.
Credo che nel Vangelo - segnatamente nel Vangelo di Giovanni - sia scritto chiaramente che alcuni uomini sono predestinati alla salvezza ed altri alla perdizione, e che Cristo è venuto sulla terra solo per quelli che già erano predestinati ad accoglierlo: ma discuterne ci porterebbe lontano. E’ il caso piuttosto di osservare che l’autotrascendenza, così come è caratterizzato nel questionario utilizzato da Hamer, non coincide con la fede e meno che mai con la fede cattolica. La quale è incontro con un Persona, e non un vago senso di unione con l’universo. Piuttosto, questo senso di unione con il cosmo appartiene a quella cultura spinoziana e poi romantica che il cattolicesimo ha combattuto strenuamente, scorgendovi null’altro che ateismo: ed in effetti la Natura può stare al posto di Dio. E’ qualcosa che può provare un artista, commosso di fronte ad un paesaggio, un musicista, un uomo immerso in meditazione. Si tratta, insomma, di un ventaglio di esperienze - le peak experiences di Maslow - che appartengono al mondo della religione, ma anche a quello dell’arte e della filosofia, e che possono fare a meno di Dio. Anzi, ci si può chiedere se esse siano compatibili con la fede nel Dio delle Chiese.
* J. Kluger, “Is God in Our Genes?”, Time, 29 novembre 2004, pp. 50-60.
** Autore con Tad Wise de La Montagna Sacra (ed. Neri Pozza).
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