Il male
Se nella Apologia dell’ateismo la negazione di Dio è sostenuta con argomenti prevalentemente logici, nelle Aporie della religione il discorso si allarga, e compaiono i temi della irrazionalità ed «ateità» del mondo, dello scandalo del male presente nella natura e nella storia.
L’osservazione della natura può giustificare in un primo momento l’interpretazione religiosa della realtà. Il costante ripetersi dei fenomeni, la regolarità e ciclicità della natura, sembrano rivelare un piano intelligente. V’è un senso di miracolosità in ogni fatto naturale, che la scienza, classificando e formulando leggi, non vale a diminuire, poiché è proprio il prevedibile accadere delle cose a suscitare meraviglia e senso del miracolo. La scienza, anzi, mostrando la complessità di ciò che appare semplice, porta a considerare la natura come un grande organismo vivente: e, si chiede Rensi, forse avevano ragione gli antichi «col concepire la terra, il mare, i boschi, le fonti, i fiumi, come la semplice apparenza di enti vivi e divini» (72).
Eppure è la stessa natura a negare Dio. Con sguardo leopardiano, Rensi scorge la sofferenza costitutiva del mondo naturale. Tutte le creature possono esistere solo a prezzo della distruzione di altre creature; la natura è un immenso terreno di caccia, un mondo assurdo e crudele, in cui l’atto basilare è il mangiare, il consumarsi a vicenda tra sofferenze atroci. La natura, scrive, è «un atto d’accusa e quindi un grido di bestemmia contro un Dio che l’avesse creata»(73). Il problema raramente si è presentato alla riflessione dei teologi. Solo recentemente, anche in seguito alla consapevolezza della crisi ecologica, si è cominciato ad interrogarsi sulla sorte degli animali ed il significato della loro sofferenza. La devitalizzazione della natura –che Rensi, per molti versi spiritualmente pagano, deplora- e la considerazione di essa come campo di oggetti che l’uomo può utilizzare per i propri scopi, si accordano in Occidente con la Weltanschauung cristiana, la quale dà grande risalto all’essere umano, come centro e proprietario della natura (o «amministratore responsabile», secondo l’interpretazione più recente), mentre lascia nell’ombra le altre creature, accennando vagamente ad una loro partecipazione alla salvezza, che non pone all’uomo obblighi o doveri particolarmente accentuati. La profonda sensibilità rensiana nei confronti degli animali ed anche delle piante è attestata, oltre che da numerose pagine delle sue opere, anche dalla sua traduzione del bel libro di Fechner, Nanna, o l’anima delle piante (Sonzogno, Milano 1938).
Vi è poi il male della storia. L’esperienza delle guerre, delle atrocità, delle sofferenze assolutamente inutili, della impossibilità di un assetto politico soddisfacente: l’esperienza del corso cieco, non guidato da alcuna Provvidenza, della storia. «Ed oggi –scrive il filosofo nei Frammenti- siamo in un’epoca in cui più che mai chi ha occhi per vedere scorge veramente se la Ragione, il Logos, il Bene o Giove ottimo massimo, governi le cose umane, ovvero se tutto sia in balia del caso più cieco» (74). Questa annotazione è del 1937. Di lì a poco, la storia avrebbe gettato nella coscienza inquieta dell’uomo contemporaneo due nomi: Hiroshima ed Auschwitz. Difficile, dopo il Novecento, pensare ad uno sviluppo razionale, ad un piano della storia, così come è difficile parlare di Dio –pensare Dio- dopo che tante preghiere sono state inascoltate.
L’interpretazione di Augusto del Noce
Prima di affrontare l’ultimo periodo della speculazione di Rensi, è il caso di prendere in considerazione l’interpretazione complessiva del suo pensiero da parte di Augusto Del Noce. Si tratta, mi pare, del più impegnativo studio sul pensiero rensiano, nel quale il cattolico Del Noce cerca conferme delle tesi del suo libro più famoso, Il problema dell’ateismo. Rensi confermerebbe l’insostenibilità di un ateismo pessimistico o negativo e la inevitabilità di un suo rovesciamento nella fede. La tesi di Del Noce è che «ateismo e pessimismo sono essenze filosofiche non solo distinte, ma, al termine, opposte, se anche storicamente hanno potuto congiungersi; così che un ateismo connesso col pessimismo, deve, nel suo sbocco conclusivo, rovesciarsi in una posizione religiosa, e che il pessimismo deve venir considerato come una crisi nel processo verso l’ateismo della direzione razionalistica della filosofia moderna» (75). Come pessimista, Rensi è un continuatore di Leopardi. Il senso del suo itinerario filosofico è per Del Noce nella rimozione di tutti gli ostacoli che impediscono al pessimismo leopardiano di evolvere verso Pascal, vale a dire verso un pessimismo religioso.
Ripercorrendo l’evoluzione del pensiero rensiano, Del Noce vi scorge un processo di liberazione dal positivismo, che ha condotto il nostro prima verso l’idealismo e poi, dopo la crisi scettica, verso il misticismo. Grande importanza attribuisce al Materialismo critico, in particolare in un passo nel quale Rensi sostiene che affermare che la Coscienza in generale è Dio o la realtà materiale è questione di «un’intuizione ultima del mondo e della vita» (76), e che lui sceglie la seconda possibilità perché il mondo non porta segni di quella bontà ed armonia che avrebbe se fosse opera di Dio.
Questo passo dimostra, per Del Noce, che Rensi ha superato le obiezioni razionali all’esistenza di Dio, e che l’unica ragione del suo ateismo resta, da questo momento, il suo pessimismo. Negli anni successivi il nostro filosofo non ha fatto altro che approfondire questo pessimismo, giungendo al misticismo. Il momento decisivo è quello del Testamento filosofico, il quale è interpretato da Del Noce come attestazione di una forma di «empirismo assoluto» (77), vale a dire nel superamento definitivo dell’aspetto riduzionistico che l’esperienza ha nel positivismo, e nell’apertura all’esperienza religiosa. Con le Lettere spirituali si compie il processo di «chiarificazione del momento mistico che era presente sin dall’inizio» (78), con il quale è superato ogni ostacolo all’accettazione della rivelazione, anche se non è seguita la conversione.
Ciò che questa interpretazione forse non tiene in debito conto è proprio il carattere del momento mistico, presente fin dai primi scritti. Alla radice dell’ateismo rensiano c’è, a mio avviso, la contrapposizione che abbiamo visto tra religione e spirito religioso. Rensi ha individuato fin dall’inizio del suo percorso filosofico ciò che non è Dio: l’io. La negazione dell’io è l’unico, vero atto religioso. E si tratta di un atto ateistico, poiché negando il Dio-io nega anche qualsiasi Dio compatibile con la sussistenza di un io. Rensi è ben lontano dal diventare uno scettico credente, poiché assolutamente indifferente alla questione della salvezza dell’anima. La stessa fede è inconcepibile, nella sua ottica. Dire io credo in Dio è un controsenso: poiché l’io che compie la professione di fede è, con la sua semplice sussistenza, negazione di Dio.
L’io deve dunque negarsi. E’ una idea che Rensi non ha mai superato, e che, come presto vedremo, si ritrova ancora nelle Lettere spirituali. Ma di fronte a cosa deve negarsi l’io? Al principio, ciò sembra essere assolutamente indifferente: l’io può negarsi di fronte a Dio, alla Natura, al Nulla. Prima che intervengano altre ragioni a spingerlo verso l’ateismo, l’esistenza di Dio sembra essere un problema assolutamente indifferente. Ciò che è inaccettabile è un Dio che si prende cura della salvezza umana. Non c’è assolutamente spazio, insomma, per Cristo. Nulla sembra opporsi, invece, all’idea di un annullamento dell’io in un Dio-Realtà assoluta.
La presenza delle due possibilità, sottolineata da Del Noce nel Materialismo critico, è un residuo di questa indifferenza: quel che è fondamentale è spezzare l’illusione dell’io, poco importa se per sostituirvi Dio o la realtà materiale.
Negli ultimi anni a questa esigenza religiosa di annullamento dell’io si affianca una esigenza di segno opposto: l’esigenza etica di difendere l’umano da ciò che lo travolge. L’affacciarsi di questa seconda esigenza è individuabile nel citato passo degli Scolii, con quell’invito a maledire e ribellarsi ad un Essere che si nutre delle nostre vite. Il pensiero dell’ultimo Rensi rappresenta il tentativo di conciliare queste due esigenze.
L’ultimo Rensi
In uno dei Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte (79) sono presentate anche nella loro problematicità tutte le direzioni del pensiero finale rensiano. «Bisogna che tu ti senta trionfare nell’idea di giustizia, di diritto, di moralità, di bene, di religione che trionferà tra sessant’anni, tra un secolo, tra un millennio», scrive il filosofo. ’annullamento dell’io avviene in questo caso in favore dei valori etici eterni. Ma, si chiede Rensi, «vi sono valori eterni?» Se l’individuo è transitorio, effimero, non meno transitoria ed effimera è l’umanità stessa, concepita come un grande individuo; effimeri sono dunque gli stessi valori spirituali, che «domani diventano cose incomprese, o ridicole o superstiziose.» Occorre allora che l’annullamento dell’io avvenga in favore di una realtà superiore alla stessa umanità, qualcosa di realmente consistente, qualcosa che vada oltre gli stessi valori umani: «Ma ciò –scrive Rensi- è un abisso di notte e di nulla in cui tutto quello che forma la sostanza del tuo io va sommerso e interamente scompare.» E’ un abisso che sommerge non solo l’io in ciò che ha di limitato e meschino, ma anche le sue aspirazioni più nobili e spirituali.
La conclusione del frammento è amara: poiché tutto è effimero, non resta che vivere come un animale, prendere a modello la vita dei gatti, «dormire al sole, mangiare, bere, fare all’amore…»
In questo frammento vi sono dunque tre vie: una via etica, una via mistica, una via edonistica. Quest’ultima non trova uno sviluppo successivo ai Frammenti. La prima è approfondita nel Testamento filosofico e nella Morale come pazzia; nelle Lettere spirituali le due vie sono compresenti, ed alla ricerca di una conciliazione.
Il travaglio dell’ultimo Rensi è ben evidente nella doppia formulazione del Testamento filosofico. Quando vedo trionfare il male, afferma, quando mi accorgo del procedere assurdo della storia, quando considero che chi segue il bene è perseguitato e sconfitto, non posso che formulare così la mia visione del mondo: «Atomi e Vuoto». Ma quando poi, aggiunge, sento di non poter aderire al male, anche se ciò mi costa sacrifici, quando avverto in me «questo slancio (élan vital) dell’Eterna Volontà di Vero e di Bene»(80) che mi trascende e mi spinge ad agire contro il mio utile, devo concludere che, oltre agli atomi ed al vuoto, c’è qualcos’altro, «alcunché di diversa natura e di diversa origine», che, se non è Dio, è almeno Divino; e quindi il testamento filosofico si arricchisce di un nuovo elemento: «Atomi e Vuoto e Il Divino in Me» (81). Sono importanti le citazioni con le quali Rensi completa questo secondo testamento filosofico. La prima da Democrito: «Atomi e vuoto –ma l’anima è dimora d’un demone». Le altre due dalla prima lettera di Giovanni: «Chi è in voi è più grande di colui che è nel mondo» (4, 4) e «Dio è più grande del nostro cuore.» (3, 20). Queste citazioni sembrano additare con una certa chiarezza una via dualistica, gnostica. Da una parte il Principio di questo mondo, che è Principio del male, dall’altra un Principio trascendente, apparentemente sconfitto, ma che costituisce la vera essenza del mondo. Ma non bisogna trascurare nemmeno il riferimento all’élan vital di Bergson. Il problema di Rensi è quello della corrispondenza dello slancio etico con qualche elemento spirituale dell’universo, che in qualche modo sorregga l’uomo nella solitudine della sua scelta e del suo sacrificio. Lo slancio vitale immanente è in grado di soddisfare pienamente questa esigenza. E verso Bergson, più che verso Pascal, che procede l’ultimo Rensi.
A dominare nella Morale come pazzia sono il Bergson delle Due fonti della morale e della religione ed il Jean-Marie Guyau dell’ Abbozzo di una morale senza obblighi né sanzioni (1885). La morale vera, che è sempre personale e come tale non è insegnabile né può essere ingabbiata in formule e precetti, è un azzardo: chi agisce moralmente, accettando sacrifici e persecuzioni, «rischia, opera e punta su di ‘un non so’» (82). Si tratta di un atto profetico. Se a questo atto corrisponde qualcosa nel fondo dell’universo, allora si è trattato di una scelta giusta, in caso contrario è stata una vera follia. A conclusione del suo volume, Rensi esprime questo concetto in termini begsoniani, «che si rivelano particolarmente calzanti per meglio mettere in luce il completo caso e il completo mistero, cui è abbandonata la nostra condotta morale»(83): l’atto morale è divino se ad esso corrisponde l’ élan vital, l’energia creatrice dell’universo, mentre in caso contrario è insensato tanto agli occhi della ragione utilitaristica umana quanto al cospetto dell’universo, cieco e privo di direzione spirituale.
Le Lettere spirituali sono un libro complesso, che riflette in pieno il travaglio spirituale e teoretico degli ultimi anni. Se il Rensi dei Lineamenti di filosofia scettica traeva dall’esperienza della Grande Guerra la constatazione del conflitto delle ragioni, l’ultimo Rensi, pensoso della nuova grande tragedia che travolge il mondo, appare preoccupato soprattutto di salvaguardare il mondo dei valori. In ciò il suo travaglio non è diverso da quello di tanti intellettuali europei.
E’ per questa necessità che Rensi fa il nome di Dio. Dio è ora l’insieme dei valori spirituali, per i quali l’uomo è disposto a morire. «La vera religione, la vera credenza in Dio, è la credenza nella realtà di valori morali e spirituali. Sono nient’altro che questi valori che in teologia assumono il nome di Spirito di Dio»(84). Come abbiamo visto, il Rensi dei Frammenti considerava gli stessi valori come realtà effimere e transitorie, non meno del singolo individuo. Ora Rensi è alla ricerca di un fondamento, di qualcosa che sostenga metafisicamente questi valori, e con essi la scelta etica del singolo.
Ma questo Dio fatto di valori non esiste al di fuori dell’uomo. «Così Dio, anche senza esistere come persona fuori di noi, cresce con e mediante noi. Mediante noi supera e vince; se in me, se in noi, e quindi nel mondo prevalgono le idee di giustizia, di bontà, fraternità umana»(85). Questa esplicita affermazione dovrebbe superare ogni possibilità di equivoco. Il Divino di cui parla nella formulazione del secondo Testamento filosofico è in realtà quanto di meglio l’umano sa e può esprimere. «Il tuo io, dunque, è di nessuna importanza. Purificare (per quanto ti è dato, cioè in te) la corrente unitaria di spirito umano, è ciò che solo importa»(86). Qui Rensi trova la conciliazione tra le due esigenze dell’ultimo periodo, quella religiosa di annullamento dell’io e quella etica dell’affermazione dei valori. Ed è il caso di notare che si tratta di una posizione non troppo lontana da quella del Rensi della Apologia dell’ateismo, il quale considerava l’assenza di Dio come una premessa della «grave responsabilità morale» per l’uomo, che sa che la sua azione è di «importanza decisiva» per l’affermazione della spiritualità nell’universo (87). Ora cambiano solo i termini: l’uomo è colui che fa spazio al Divino nell’universo. Un Divino che non è che il bisogno umano di giustizia, di amore, di fratellanza: di bene.
La ricerca di una giustificazione trascendente della scelta morale, presente, come abbiamo visto, nella Morale come pazzia, è superata nelle Lettere spirituali con una argomentazione religiosa (nel senso rensiano: ispirata allo spirito religioso). Anche i grandi valori potrebbero essere sconfitti per sempre, e dimostrarsi non meno transeunti dell’io che con essi si è identificato. E proprio questa considerazione a rendere perfettamente pura l’azione morale, poiché la libera da qualsiasi aspettativa, dall’attesa di un qualsiasi frutto: la rende pienamente disinteressata. «Così attui pienamente quello che è il precetto fondamentale più o meno chiaramente espresso d’ogni religione, e su cui con maggior determinazione e forza insiste la Bhagavad-Gita: agire senza riporre alcuna speranza nel frutto dell’azione, (88) e rinunciando ad ogni attaccamento ai risultati di essa (89)»(90). Il karma yoga della Gita è la soluzione che consente di conciliare etica e mistica, la ricerca dell’annullamento dell’io con la cura del mondo.
Rensi sostiene che è un precetto fondamentale d’ogni religione. Qui è sufficiente rilevare che una identica indicazione si trova in quello che forse è il più grande mistico cristiano: Meister Eckhart. «Il giusto non cerca niente con le sue opere (…) se vuoi essere formato e trasformato nella giustizia, non cercare niente con le tue opere e non mirare a nulla, né nel tempo né nell’eternità, né ricompensa né beatitudine, né questo né quello, giacché tali opere sono davvero tutte morte. Sì, lo dico: anche se tu prendi Dio come fine, tutte le opere che puoi compiere per questo sono morte, e tu guasti così le buone opere»(91). E ancora: «Perciò io vi dico nella verità eterna: finché avete la volontà di compiere il volere di Dio, e avete il desiderio dell’eternità e di Dio, voi non siete davvero poveri. Infatti è un vero povero soltanto colui che niente vuole e niente desidera»(92).
Con quest’ultimo elemento si completa l’ideale umano rensiano: l’uomo che ha religiosamente trasceso se stesso, che tuttavia continua eticamente ad agire nel mondo per far trionfare il bene, rinunciando però a qualsiasi sostegno metafisico di questa azione – e ciò ancora una volta religiosamente. L’uomo, cioè, che è religiosamente ateo.
Conclusione
In Nera luce Luigi Lombardi Vallauri distingue quelli che a suo avviso sono i due fondamentali tipi ideali di religione: le religioni ad asserti ontologici «veri» e le religioni a stati coscienziali «alti». Le prime, a carattere dogmatico, rispondono alle domande umane di senso con rivelazioni su realtà ultraterrene e trascendenti; le seconde, a carattere esperienziale , con indicazioni su come conseguire stati di coscienza significativi. La religione che rappresenta nella forma più piena il primo tipo di religione è per Lombardi Vallauri il cattolicesimo romano, mentre lo yoga e il buddhismo rappresentano allo stato più puro il secondo tipo ideale. Entrambi possono essere trascesi da un terzo stadio, per il quale non è più il caso di parlare di religione. «Nella misura in cui si aderisce a determinate religioni per gli stati coscienziali che esse propiziano, diventa possibile ricercare direttamente, naturalisticamente, laicamente quegli stadi stessi liberandoli dagli involucri religiosi e senza incrostare loro intorno nuova religione» (93). Oltre le religioni dogmatiche e le religioni esperienziali v’è dunque, per Lombardi Vallauri, lo stadio, adeguato allo stato attuale della nostra civiltà, delle esperienze senza religione, delle esperienze, cioè, liberate dalla loro ormai ingombrante matrice religioso-dogmatico-istituzionale e vissute per se stesse. Con una espressione ripresa da Péguy, Lombardi Vallauri chiama «sorelle maggiori dell’anima» queste esperienze (nirvana, samadhi, metta, ma anche l’emozione estetica e quella erotica…) compiute laicamente, che non richiedono alcuna fede, ma solo la disponibilità a trascendere la propria percezione ed a lasciarsi sorprendere dalla realtà.
Questa concezione, elaborata da quello che può considerarsi l’ultimo grande eretico del pensiero italiano, pare preziosa per intendere Rensi. Nel suo approccio alla religione, il filosofo veronese dimostra una sensibilità ostile ad ogni religione dogmatica e fondata sulla rivelazione. Durissimo il suo giudizio sul cattolicesimo, definito fin dal 1911 «grottesca caricatura di religione» (94).
Dello stesso periodo è un giudizio ben diverso riguardante il buddhismo, che gli appare come la religione nella quale è «pienamente concretata questa posizione finale dello spirito religioso», vale a dire la posizione dell’annullamento definitivo dell’io, mentre il cristianesimo non è che «un riflesso oscurato e lontano, una tenue e intorbidata derivazione del buddhismo» (95). E’ singolare che gli studiosi di Rensi, spesso alla ricerca delle tracce di una sua fede più o meno contraddittoria o almeno della sua possibilità, abbiano ignorato sistematicamente le sue dichiarazioni di simpatia per il buddhismo. Rensi è tra i pochi pensatori italiani del Novecento ad avere una conoscenza non superficiale del buddhismo, anche per la sua padronanza delle principali lingue europee, che gli ha consentito di accedere agli studi più aggiornati. Basta prendere una qualsiasi delle opere rensiane per accertare la presenza costante di tematiche buddhiste.
Per Giuseppe Rensi il superamento dell’io è lo stato coscienziale alto o l’esperienza religiosa fondamentale, corrispondente a quello che lui chiama spirito religioso. La ritrova nel buddhismo nello stato più puro, ma costituisce una verità religiosa universale. E’ anche, come abbiamo visto, una esperienza che distrugge la religione stessa. Ed è questo concepire un ateismo religioso, come esito di una corrosione interna della religione dovuta alla sua stessa essenza, che costituisce, mi sembra, l’aspetto più importante ed attuale del pensiero rensiano.
4 - fine
Note
72 Ivi, p.21.
73 G.Rensi, La filosofia dell’assurdo, cit., p.92.
74 G.Rensi, Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte, cit., p.128.
75 A.Del Noce, «Giuseppe Rensi tra Leopardi e Pascal…», cit., p.60.
76 Ivi, p.121.
77 Ivi, p.129.
78 Ivi, p.135.
79 G.Rensi, Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte, cit., pp.168-170.
80 G.Rensi, Autobiografia intellettuale. La mia filosofia. Testamento filosofico, cit., p. 223.
81 Ivi, p.225.
82 G.Rensi, La morale come pazzia, Guanda, Modena 1942, p.225.
83 Ivi, p.229.
84 G.Rensi, Lettere spirituali, cit., p.167.
85 Ivi, pp.206-7.
86 Ivi, p.208.
87 G.Rensi, Apologia dell’ateismo, cit., p.114.
88 Citato da III, 31; IV, 20; VI, 1. [Citazione di Rensi]
89 Citato da XVIII, 9. [Citazione di Rensi]
90 G.Rensi, Lettere spirituali, cit., p.163.
91 M.Eckhart, Sermoni tedeschi, Adelphi, Milano1997, pp.108-9.
92 Ivi, p.132.
93 L.Lombardi Vallauri, Nera luce. Saggio su cattolicesimo e apofatismo, Le Lettere, Forenze 2001, p.289.
94 G.Rensi, Sic et Non. Metafisica e Poesia, Bilychnis, Roma 1911, p.211.
95 G.Rensi, Le Antinomie dello Spirito, cit., pp. 64 e 68.