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    Il potere (nel senso di essere capace di, capacità di azione) in sé non è affatto negativo: la sua carica positiva -l’intuizione etica avverte - dipende dalla sua capacità di aprirs a comunicare. Sovente nelle più fonde intuizioni religiose, vero potere risulta l’amore. Il potere si distingue, purificandosi, dal dominio, abuso di potere. Marco scrive che Gesù dice ‘la potenza’ per nominare Dio.

D. Dolci, Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997, p. 5.

Non è probabilmente esagerato dire che in questa distinzione tra potere e dominio è uno dei contributi più rilevanti della riflessione di Dolci. E’ una distinzione che è parte di una più ampia dicotomizzazione: da una parte ci sono il potere, la forza, l’amore, la comunicazione, la relazione maieutica, il germe, il nomos, dall’altra ci sono il dominio, la violenza, l’odio, la trasmissione, la relazione gerarchica, il virus, la legge. In ultima analisi, si tratta della opposizione tra la sanità e la malattia. Un mondo sano è quello nel quale si comunica in modo pieno, reciprocamente adattandosi, senza che nessuno schiacci l’altro, mentre è malato un mondo nel quale alcuni, come virus, prosperano in modo parassitario a spese degli altri, spezzando la circolarità della comunicazione. C’è, bene evidente, il rischio di una semplificazione, proprio negli anni in cui Dolci cerca di leggere la realtà ricorrendo alla teoria della complessità. E’ realmente possibile distinguere, nelle situazioni concrete, il potere dal dominio, la forza dalla violenza, l’amore dall’odio? Non è forse la realtà, proprio perché complessa, sempre intessuta dell’una e dell’altra cosa? Consideriamo la scuola. Per Dolci, essa è il luogo del dominio, della trasmissione, dei rapporti malati. Molta della riflessione critica sulla scuola gli dà ragione. Ma è davvero la scuola solo questo? Non è forse sempre anche altro? Non è anche il luogo nel quale è possibile, sia pure per accidens, una comunicazione aperta? La realtà, anche quella istituzionale, è molto più fluida di quanto Dolci non sembri supporre, oscilla dall’uno all’altro polo. La stessa natura porta segni tanto della relazione maieutica quanto della relazione virale, e non basta dire che la prima è sana e la seconda malata, perché ciò vuol dire introdurre una pretesa etica nella considerazione di ciò che evidentemente è al di là del bene e del male.
A livello teorico, tuttavia, la distinzione di potere e dominio, l’individuazione dei due poli, è preziosissima. Benché il linguaggio comune e gran parte della riflessione continuino ad usarla in senso negativo, per indicare la possibilità che alcuni hanno di fare certe cose ad altri, o di far fare certe cose ad altri, la parola potere indica in primo luogo il soddisfacimento dei bisogni primari dell’organismo. Mangiare è un atto di potere. Mangia chi ha la possibilità di farlo. Chi non può, perché ad esempio non ha il denaro per acquistare il cibo, è condannato a morire. Il potere è una facoltà al servizio della vita. Poiché l’uomo è un essere sociale, il potere ha una dimensione collettiva. Fatta eccezione per casi estremi, la possibilità del singolo di procurarsi il cibo è legata alla struttura della collettività di cui fa parte. Un italiano è in grado materialmente di mangiare perché vive in un paese economicamente avanzato, collettivamente in grado di nutrire i suoi cittadini, sia pure con disparità e contraddizioni. (more…)

Pubblicato il 20-02- 2010 6:55 pm | Commenti (10) |
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A. Huxley, Le porte della percezione. Paradiso e inferno, Mondadori, Milano 2006, p. 34.

Pubblicato il 15-02- 2010 8:50 pm | Commenti (1) |
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    “Non possiamo né contare tutti gli sventurati, né piangerne uno solo degnamente”.

(G. Leopardi, Zibaldone, 703)

Cos’è, il cristianesimo, se non il tentativo di piangere degnamente uno sventurato?

Pubblicato il 07-02- 2010 11:19 am | Commenta questo post (0) |
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    Chiamarlo ancora Dio,
                                    non confonde?
    il come forse non importa ma
    necessario è distinguere all’estremo
    limite del cercare.

    Il vecchio Dio degli unti prediletti,
    Dio di padroni e dipendenti,
    il Dio che obbliga a credere e si compiace
    di tribolare e essere adorato,

    oscurando il sole dissemina soffocanti
    sepolcri -
                                    a cancri vani.

    Il Dio del dubitare e ricercare
    dello scegliere aperto a fecondarsi
    e fecondare, Dio
    del parto e della partoriente,
    dell’astinenza necessaria, Dio
    che rende ai ciechi gli occhi
    integra il mutilato e l’incompiuto,
    il Dio nutrito da ognuno ogni giorno -

    pure ai rimorsi è aperto.

(Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, Milano 1976, p. 85).

E’ una fatica ingrata, quella del filosofo. Dopo giorni e notti di riflessione, giunge e scrivere uno, due, tre libri densi di verità e di dottrina: ma al lettore, anche al più attento, non resta di tutto quel meditare, di tutto quello scrivere che una manciata di proposizioni. Non c’è capolavoro filosofico che non possa essere ridotto a poche proposizioni relativamente semplici e, soprattutto (ed è qui che la faccenda diventa disperante) sostanzialmente intuitive. I filosofi sono costruttori di visioni del mondo che in ultima analisi colpiscono per la loro bellezza o perché corrispondono alle nostre aspirazioni, al nostro senso estetico, perfino al nostro umore. E insomma: il poeta ottiene lo stesso risultato, ma faticando molto meno. Dieci versi di una poesia possono valere quanto cinquecento pagine di un trattato di filosofia. E’ il caso di questi versi di Dolci, nei quali sembra che sia condensata tutta la riflessione religiosa del suo amico Aldo Capitini. Non ebbe modo di leggere questi versi, Capitini, che è morto nel ‘68. Se li avesse letti, se ne sarebbe rallegrato. A Dolci rimproverava spesso la mancanza di una visione, di una tensione religiosa. In realtà, la religiosità di Dolci fu fortissima agli inizi, quando partì da Nomadelfia alla ricerca di un luogo nel quale farsi ostia per i poveri. Le sue prime lettere sono firmate: “vostro in Dio, Danilo”. Poi è accaduto l’inciampo. Documentando le condizioni di vita disperate della gente di Trappeto, ha constatato la funzione ideologica del cristianesimo. Ai poveri esso aveva insegnato la rassegnazione, la sottomissione ai poteri costituiti, la passività. Dolci rinunciò a quella fede, a quella verità, concentrantosi sull’esattezza, sulla documentazione e la denuncia. Ma la religiosità trova preso una diversa, più matura espressione.
La riflessione di Dolci a partire, approssimativamente, dal ‘68 si sviluppa prevalentemente per contrapposizioni ed aut aut: potere e dominio, comunicazione e trasmissione, città e omile, germe e virus… Sul piano religioso, la contrapposizione è tra il Dio delle zecche ed il Dio che in questa poesia chiama del dubitare e ricercare. Le zecche sono i dominatori, i parassiti che sottomettono altri uomini limitandone le possibilità di crescita umana; il loro Dio è inteso marxianamente come strumento ideologico al servizio della classe dominante. Mi viene in mente la definizione di Supersenatore democristiano di Carlo Coccioli (in Piccolo karma): che forse non è delle più dure. (more…)

Pubblicato il 04-02- 2010 7:24 pm | Commenta questo post (0) |
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    “Sentimento fondamentale della vita dovrebbe essere la gratitudine, il rendimento di grazia.
    Perché abbiamo sempre verso la vita una attitudine ostile? Dovere di essere felici”.
    (Quaderni di metafisica, 1927-1981, Bompiani, Milano 2006, p. 19).

Cos’è la vita? Esiste una vita?
Esco di casa. Sono le sette del mattino, il cielo è plumbeo, piove, il vento gelido mi aggredisce il viso. Ho mangiato qualcosa prima di uscire di casa, ed ora ho mal di stomaco. E mi fa male la schiena perché ho dormito male. La vita è ora queste cose: la tetraggine del cielo, il fastidio del vento, il dolore dello stomaco e della schiena. Tutte queste cose sono al di là della distinzione tra dentro e fuori, tra me e la vita. Compongono un unico quadro esistenziale, se così vogliamo dire. Fanno parte della mia coscienza di questo momento. In questo momento non sono in grado di provare alcuna gratitudine, semplicemente perché non c’è nulla, nel mio quadro esistenziale, che sia piacevole. Ma il mio malumore non calunnia la vita più di quanto non calunni me stesso: perché quelle sensazioni, quella tetraggine, non sono altro dal mio-me.
(Non giungere alla conclusione che il problema sia quello di avere un corpo. Noi non abbiamo un corpo, se non per gli altri. Quando cammini, il movimento delle tue gambe non è che una sensazione, vale a dire qualcosa di non corporeo. Non corporeo è il mal di schiena, non corporeo è il piacere. Il corpo non è che il dispiegarsi della coscienza, l’articolazione intenzionale del mio-me nello spazio.)
Posso rendere grazie a condizione di esprimere un giudizio sul dentro e sul fuori, dicendo che tutto - il freddo, il cielo plumbeo, il mal di stomaco - è buono. Lo faccio contro ogni evidenza, perché il cielo è tetro e lo stomaco fa male, ed in ciò non c’è nulla di bello o piacevole. Posso farlo cercando di ricorrere ad una visione trascendente, che renda piacevole anche il mal di stomaco. Posso pensare che c’è Dio, che Dio mi ha donato una nuova giornata, e che il mondo è buono nonostante il mal di stomaco: perché Dio è buono. Ma è una illusione pericolosa. C’è ora un io e c’è un mondo, c’è un soggetto che vede e giudica e c’è un mondo visto e giudicato. C’è un soggetto che ha una vita e vive in un mondo. Ha perfino un corpo. Il soggetto si separa da sé stesso, si scinde, giudica ed assolve ciò che non è altro da lui stesso; così rende grazie. In questa assoluzione c’è un rischio, però: ed è nel fatto che il mondo gli si presenta, appunto, giudicabile. Fino a quanto durerà l’assoluzione? Quanto è realmente in grado di illudersi, il soggetto che rende grazie? Intanto si è scisso, si è separato da sé, ha partorito la vita. E questo è un grosso passo falso.
Esco di casa, sono le sette di mattina. Il cielo è plumbeo, il vento mi aggredisce il viso. Ho mal di stomaco, ho mal di schiena. C’è freddo, c’è dolore allo stomaco, c’è dolore alla schiena, mi dico. Non maledico, non rendo grazie. Prendo atto di quel che c’è. Di quel che sono. E procedo.
(Ma: il codirosso che ogni mattina viene a mangiare sul mio balcone: se lo trovassi morto, a pochi metri da casa, riuscirei a procedere?).

Pubblicato il 01-02- 2010 7:21 pm | Commenta questo post (0) |
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