minimo karma    retomar o pedaço que falta

Scuola

Nell’Italia regressiva, sclerocardica, tetramente autoritaria e al tempo stesso grottescamente libertina di questi anni la violenza contro i bambini non fa notizia. Non, almeno, la violenza di chi dovrebbe educare. Essa è benefica, in fondo, anche quando si esagera. A Mestre un maestro ha scaraventato un alunno di nove anni contro un armadio. Gli ha gonfiato la faccia, gli ha rotto gli occhiali. I giornali nazionali non ne parlano, ne danno notizia solo quelli locali. Il maestro resta al suo posto, nessuno lo sospende, come è accaduto invece a Franco Coppoli, colpevole di aver tolto il crocifisso dal muro. Il ministro Gelmini, che pochi giorni fa ha annunciato che le scuole che non hanno risposto all’invito ad osservare un minuto di silenzio in onore dei soldati italiani morti in Afghanistan (non comprendendo, evidentemente, che nell’Italia di oggi un invito equivale ad un ordine) saranno sanzionate, non ha avuto nulla da dire su questo caso. Altri invece parlano. E dicono cose terribilmente inquietanti. Alcuni docenti italiani discutono della vicenda nel loro gruppo di discussione (it.istruzione.scuola). Ecco le loro parole: (more…)

Pubblicato il 16-10- 2009 8:26 pm | Commenti (8) |
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Scuola, Kulturmarket

    Questa idea di un sistema formativo sempre meno pubblico mette i brividi e accomuna tutta l’intera filiera produttiva cognitiva. Maestri, insegnanti, studenti, ricercatori, precari.

Comunicato del Kollettivo [sic] studentesco.

Pubblicato il 18-09- 2009 10:05 am | Commenti (1) |
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Scuola, Laicità, Chiesa

“Se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e neutro, si potrebbe creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso”, dice la lettera della Congregazione per l’educazione cattolica a proposito dell’insegnamento della religione nella scuola. E allora? In uno stato democratico, laico, pluralistico, l’indifferentismo in fatto di religione e il relativismo sono esiti possibili e legittimi di un processo educativo. Piuttosto, crea problemi il rischio contrario. Perché, se è vero (ma è vero?) che una esposizione neutra delle religioni può generare indifferentismo (ma non si sono alimentati e non si alimentano alla fonte delle altre religioni grandissimi pensatori religiosi, da Simone Weil a Raimon Panikkar?), è vero anche che un educazione religiosa centrata sul solo cattolicesimo, tenuto da docenti scelti dalla Chiesa (benché pagati dallo Stato) con obblighi di ortodossia, può suscitare fanatismo, chiusura mentale, bigottismo.
In uno Stato democratico, ciò che una organizzazione religiosa considera un esito desiderabile del processo educativo è indifferente per lo Stato. Non è la Chiesa che decide a cosa deve portare l’educazione. A dire il vero, sarebbe meglio che non lo decidesse nemmeno lo Stato, ma questo è un altro discorso. (more…)

Pubblicato il 10-09- 2009 7:04 pm | Commenta questo post (0) |
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Taccuino, Scuola

“La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com’è”.

Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1970.

Pubblicato il 27-07- 2009 5:30 pm | Commenta questo post (0) |
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Scuola

Intervenendo ad un meeting di insegnanti di religione cattolica, il ministro Gelmini ha affermato non solo la pari dignità dell’insegnamento della religione cattolica, ma anche la sua superiorità. “L’ora di religione ha una valenza educativa maggiore di altre discipline”, ha detto. Questa frase si può interpretare - credo legittimamente - come espressione di fondamentalismo religioso, propria di chi pensa la formazione come un itinerarium mentis in Deum, o qualcosa del genere. Ma forse il ministro non intendeva dire questo. Forse voleva dire che, mentre nelle altre ore si fa prevalentemente istruzione, durante l’ora di religione si fa educazione. Nelle altre ore si parla di storia, di letteratura, di filosofia; nell’ora di religione si parla apertamente di valori, di scelte, di bene e di male, di progetti di vita. In favore di questa interpretazione c’è il fatto che, nel corso dello stesso intervento, lo stesso ministro ha rimarcato il suo tentativo “di restituire alla scuola il suo ruolo educativo”. Ma anche questa interpretazione è tutt’altro che rassicurante.
La scorsa settimana ho seguito l’intervento di Michele Corsi (che è preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata) ad un convegno su Aldo Moro. Tra le altre cose, Corsi ha deplorato il fatto che i docenti, diventando sempre più professionisti della formazione culturale, perdano di vista le competenze educative. Alla fine del convegno ho fatto un intervento, osservando che il problema non è tanto che i docenti facciano istruzione più che educazione, ma che non sappiano più educare istruendo. Istruire vuol dire anche educare - se illustrando un sonetto di Petrarca sono in grado di far brillare il valore della bellezza, se approfondendo il sistema di Spinoza so far emergere il valore della verità che mosse quell’uomo straordinario, se raccontando le fasi di una rivoluzione so far cogliere il valore della giustizia che spinge all’azione, io non sto facendo solo istruzione: sto educando. Se non ho equivocato le sue parole, Corsi ha risposto che educazione ed istruzione sono due cose diverse, appartengono a campi semantici differenti. Una cosa difficilmente contestabile. Con il mio intervento, non volevo evidentemente dire che educazione ed istruzione sono la stessa cosa (se così fosse, i genitori dovrebbero anche essere docenti), ma che a scuola non si può educare se non attraverso l’istruzione. La ragione della crisi della scuola non è nel fatto che i docenti rinunciano ad educare, ma piuttosto nel fatto che non sono più in grado di trasmettere i valori culturali. Crisi che è parte più generale della crisi della cultura in un’epoca in cui l’arte, la letteratura, la musica diventano merce. In un tale contesto, pretendere di educare senza istruzione vuol dire fare del moralismo spicciolo, gettare addosso agli studenti miseri luoghi comuni su quello che si dovrebbe essere, proporsi e imporsi come improbabili modelli, percorrere la via breve della rettorica piuttosto che quella lunga e difficile della persuasione.
Temo che sia questa la via del ministro Gelmini.

* Ora su Fuoriregistro.

Pubblicato il 25-04- 2009 12:19 pm | Commenti (1) |
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Diario antitaliano, Scuola

Noi abbiamo cominciato a dare alcune risposte a quell’emergenza educativa che aveva evocato il Santo Padre, innanzitutto restituendo alla scuola la funzione di formare le giovani generazioni; e allora abbiamo riaffermato il valore della disciplina, il valore del rigore, reintroducendo il voto in condotta, il grembiule, lo studio della Costituzione; abbiamo cominciato a fare chiarezza, partendo dalla scuola elementare, con un solo maestro, un solo voto, un solo libro: perché? Un solo maestro, perché serve una guida, un punto di riferimento; un solo voto, perché dobbiamo avere il coraggio della chiarezza, della parità nelle opportunità ma non negli esiti; perché dobbiamo, con un solo libro, sostenere le famiglie e aiutarle a risparmiare.

Dal discorso di Maristella Gelmini al congresso di fondazione del Popolo della Libertà. Grazie a Federico Spanò per la trascrizione.

Pubblicato il 04-04- 2009 4:20 pm | Commenti (1) |
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Diario, Scuola

Lo avevo dimenticato. Avevo dimenticato la sensazione, il sapore. La gioia. E’ successo gradualmente, in modo impercettibile, e infatti non percepito. Sono diventato diverso, senza sapere esattamente come e quando. Dieci anni fa insegnavo italiano. Mi vedo in terza, seduto sulla cattedra. Non ho il libro di testo. Non mi serve. Leggiamo Petrarca. E poi parliamo. Non mi sembrano particolamente attenti, o interessati, ma io muovo il cielo e la terra, do fondo a tutte le risorse, metto in scena i personaggi che mi sono familiari e li faccio discutere tra loro, vado dove mi pare. E qualcosa bene o male ottengo. Fino a due settimane fa giudicavo severamente i miei esordi da docente. Niente metodo, niente serietà, niente programmazione. Narcisismo, buffoneria, ostentazione di cultura. Seduttività, come dice una mia collega. Era chiaro che prima d’ogni cosa veniva la politica. Insegnare era un lavoro politico, una faccenda seria in quanto politica. Gli altri dicessero quello che volevano. La loro scuola non era la mia scuola. Le carte le mettevo a posto, ma senza dar loro troppa importanza. E mi divertivo. Mi divertivo molto.
Poi ho cominciato a diventare serio. Gradualmente. Impercettibilmente, appunto. Meno deviazioni (una collega di religione, ai bei tempi, sottopose i miei studenti di seconda ad un serrato interrogatorio per sapere se le mie lezioni sul male di vivere nella Bibbia li avevano turbati), meno estro, meno libertà. Metodo, programmazione. E’ così che si spegne la gioia di insegnare. Ora lo so. In questi ultimi giorni di lezione, prima della pausa universitaria, mi capita di riprovare quella libertà. Mista alla sensazione d’essere stato lavorato per bene dall’istituzione - normalizzato, per dirla con la Montessori. Ed alla consapevolezza che non è più tempo di recuperi.
Ma domani, intanto, porto a scuola La notte che Pinelli di Adriano Sofri. Perché insegnare è un lavoro politico. Una faccenda seria in quanto politica.

Pubblicato il 20-01- 2009 7:37 pm | Commenti (3) |
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Diario, Scuola

Entro. Sono tutte alla finestra, urlano qualcosa contro non so chi. Le invito a sedersi, niente. Mi tocca aumentare il tono della voce, per ottenere che si decidano a sedersi. Ma la finestra è una tentazione irresistibile. Di là giungono parole, e occorre rispondere. Qualcuna non resiste e torna alla finestra a urlare i suoi insulti. Mi occorre un po’ per comprendere la situazione. Dall’altra parte del cortile si affaccia la finestra di un’altra prima. E tra le due prime c’è odio. “Ci hanno detto che siamo puttane”, dice un’alunna. “Quando mi dicono che sono una puttana io mi incazzo. Mi basterebbe chiamare due che conosco io, e in questa scuola succede il finimondo”, aggiunge.
L’ora successiva ho lezione nell’altra prima. Ho ancora il quadernetto che ho usato per le verifiche nell’altra classe. Quando lo vedono, ostentano disgusto. Ostentano odio. Hanno solo quattordici anni, e ostentano odio. Sbavano come cani tenuti alla catena, che bramano la libertà di mordere.
Arriva un momento in cui la tentazione di urlare “ma andatevene al diavolo”, di sbattere la porta e uscire per sempre dalla scuola è così forte, che per resisterle devi farti davvero violenza. E star male.

Pubblicato il 24-10- 2008 4:05 pm | Commenti (7) |
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Diario antitaliano, Scuola

Un vecchio apologo di Moni Ovadia parla di un uomo che, preso da una irrefrenabile ossessione identitaria, fa la guerra al mondo intero: agli stranieri, ai meridionali, a quelli della sua stessa città, fino ad abbarbicarsi a sé stesso, chiudendosi in una stanza. Ma la caparbia ossessione non è appagata. Anche in sé l’uomo scopre una identità e una differenza, un nord e un sud, un bianco e un nero. E’ insidiato anche nella sua stanza, anche nel suo stesso io.
L’apologo tratteggia con efficacia la situazione dell’Italia attuale. Abbiamo fatto e facciamo la guerra al povero con un accanimento di cui ci vergogneremo molto, appena risvegliati (la speranza in un risveglio non è del tutto giustificata: ma cosa saremmo senza speranza?). Abbiamo riversato e riversiamo le nostre frustrazioni sullo straniero, sul clandestino, sul debole, sullo sfruttato. Ma non basta. La frustrazione è grande, esige sfoghi molteplici. I soldati sono nelle strade, il diverso è braccato, ma non basta. Anzi: se lo si prendesse, il diverso, e lo si sbranasse - come molti auspicano -, sarebbe un bel problema. Che diventeremmo, senza un diverso da braccare? E allora è bene trovare un diverso diverso, per così dire; un diverso che sia più difficile da braccare, da stanare, da sbranare. Un diverso che non si possa semplicemente mandar via, e che tuttavia valga ad assorbire le nostre frustrazioni, a fare da capro espiatorio dei nostri fallimenti. (more…)

Pubblicato il 24-08- 2008 10:10 am | Commenti (2) |
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Diario antitaliano, Scuola

Una lettrice allarmata scrive all’Espresso (numero in edicola):

Tra un mese iniziano le squole (almeno una volta mi si permetta la “q” per riassumere il bacino di ignoranza che in quegli ambienti regna sovrano!)…

Continua lamentando il fatto che gli insegnanti dei loro figli non si accontentano di una qualsiasi delle tante edizioni della Commedia e dei Promessi Sposi che loro hanno in casa, ma vogliono quella edizione particolare scelta da loro. Stefania Rossini risponde sparando a zero sulle case editrici che fanno nuove edizioni solo per far soldi e sui professori che “non si sottraggono alle visite e alle insistenze degli editori un po’ per pigrizia, un po’ per qualche sconticino e qualche volume in regalo”. E conclude: (more…)

Pubblicato il 18-08- 2008 9:12 pm | Commenti (2) |
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Scuola

Una decina d’anni fa lavoravo come pedagogista in una cooperativa sociale. Non era un gran lavoro: consisteva nel seguire per qualche tempo uno dei bimbetti, farne un profilo e buttare giù un piano di intervento educativo da mandare al Comune. Quest’ultimo aspetto, mi sembrava di capire, era quello principale del mio lavoro: scrivere carte per il Comune. Non mi è mai riuscita granché bene, questa faccenda di scrivere carte: per questo, anche, facevo quel lavoro con qualche disagio.
La cooperativa sperimentava l’autogestione pedagogica di Georges Lapassade, che allora aveva già più di settant’anni e di tanto in tanto si faceva vedere per accertarsi che tutto andasse bene, accampandosi come una specie di clochard. Lapassade era allora, per me, il pedagogista libertario, il teorico dell’autogestione, il critico della pedagogia burocratica. Ma Lapassade si è occupato molto anche, tra l’altro, del fenomeni della dissociazione e della trance nelle diverse culture, giungendo a riscoprire anche il tarantismo pugliese. Non a caso oggi Gianni De Martino lo ricorda come “il professore della trance”. Lo ricorda, perché Lapassade è scomparso lo scorso 30 luglio. (more…)

Pubblicato il 2:55 pm | Commenta questo post (0) |
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Note di apprendistato, Scuola

[…] Autorità viene da augeo, accresco. Il rapporto tra educazione e crescita può essere inteso in tre modi. Nel primo caso, c’è uno che è cresciuto ed a cui gli altri, che non sono cresciuti, che sono meno di lui, tributano rispetto. Nel secondo caso, c’è uno che è cresciuto più degli altri e che usa il suo potere per far crescere gli altri, che sono meno di lui. Nel terzo caso, c’è uno che sta crescendo, e che sceglie di crescere insieme agli altri. Il primo è l’educatore autoritario nel senso tradizionale. E’ un narcisista, ha bisogno di riconoscimento. E non fa crescere: schiaccia, piuttosto. Siamo tutti d’accordo che l’autorità, intesa in questo senso, è una cosa negativa. Nel secondo caso abbiamo uno che usa il suo potere in modo benefico, diciamo così. E’ l’insegnante al tempo stesso autoritario e democratico di cui parla la Santelli, tracciando un profilo del docente ideale che mi sembra quasi perfetto. Mi chiedo però perché parlare di autorità, in questo caso. Forse è più esatto parlare di leadership. Un docente del genere non esercita una autorità democratica (cosa ossimorica), ma una leadership democratica. Nel terzo caso, abbiamo uno che cresce insieme ad altri; fa crescere gli altri solo perché è impegnato lui stesso in un processo di crescita. Mi sembra che questo sia ciò che resta da pensare, nella pedagogia. E’ per questo che - limitandoci alla preparazione culturale - abbiamo dei docenti che non sono intellettuali. Il docente autoritario o autorevole è comunque uno che trasmette le conoscenze che possiede. Conoscenze che, nella migliore delle ipotesi, sono aggiornate, ma che nascono altrove. Il docente è uno che guida i suoi studenti sulla strada che altri hanno tracciato. Il docente cui penso io è al contrario uno che, insieme ad altri, cerca di aprirsi una via, seguendo delle tracce. Mi sembra che questa terza figura corrisponda meglio al clima culturale del cosiddetto postmoderno. Il docente moderno incarna una tradizione culturale e intellettuale, è il possessore di un sapere certo, collaudato. (more…)

Pubblicato il 09-08- 2008 9:36 pm | Commenti (1) |
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Scuola

In uno di quei testi deliziosamente minimalisti che di tanto in tanto pubblica sulla rivista Ellin Selae, il mio amio Arcebuzio Quilmavia fa l’elogio della routine. “Soccombere a causa del proprio lavoro - dice- è la massima delle benedizioni. Si diventa il proprio lavoro. La personalità diventa zero: il sogno di tutti i santi mancati.”* Non concordo. La routine, mi sembra, è una benedizione proprio perché consente di non soccombere al proprio lavoro. Non è una scorciatoia per raggiungere quotidianamente, a piccole dosi, l’annullamento dell’ego; al contrario: la routine è una barriera innalzata intorno all’ego, proprio per impedirgli di soccombere.
Consideriamo il lavoro del docente. Inteso nel senso più pieno, il lavoro del docente è un lavoro difficile - al limite dell’impossibile. Richiede la capacità di stabilire una relazione interumana profonda ed autentica in un’epoca in cui, a causa della perdita di contatto con la verità (qualunque cosa sia), le relazioni interumane diventano fragili, impacciate, false. Gettato nella relazione, il docente per poco più di mille euro al mese dovrebbe esplorarla e al tempo stesso governarla, starci dentro e guardarla da fuori, darle senso e direzione pur lasciandosi guidare da essa - ché una relazione autentica non si lascia mai progettare, ricondurre a un piano razionale. Non dubito che molti possano riuscirci. E so che molti, in effetti, vi riescono. Ma so anche che moltissimi non ce la fanno. E ancora di più sono quelli che non ci provano nemmeno. Ed ecco, allora, la soluzione: la routine. La salvezza dell’ego, la ciambella di salvataggio allungata al docente in preda al terrore. Insegnare diventa cosa facile e tranquilla, così. Si entra in classe, si dice buongiorno, si fa l’appello, si spiega, si interroga. E amen. Anche il linguaggio risente della routine. Le parole, le espressioni sono sempre le stesse. Di tanto in tanto una new entry ministeriale, giusto per essere al passo con i tempi. Poche parole autentiche. Finito il suo lavoro, il docente torna a casa con la sua identità intatta, con il suo ruolo ben saldo, con lo status immacolato. Sa di essersi guadagnato lo stipendio. Nulla di meno, nulla di più. (more…)

Pubblicato il 23-05- 2008 5:15 pm | Commenti (2) |
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Scuola

secondo noi il papa è ignorante , ma non nel senso che non ha cultura ma che ha una mentalità chiusa priva del senso di libertà e del concetto che stiamo nel 2008 e non nel medioevo… inoltre è molto egocentrico e crede di essre superiore (more…)

Pubblicato il 25-01- 2008 4:17 pm | Commenti (1) |
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Scuola

“Per la prima volta nella scuola italiana, così come prevede la Costituzione, sarà premiata l’eccellenza degli studenti tramite gare e competizioni che andranno dal livello cittadino a quello internazionale, un sistema che vuole stimolare le capacità e l’ingegno dei ragazzi italiani”, ->dice il ministro Fioroni. Ed aggiunge: “La valorizzazione dell’eccellenza è uno strumento indispensabile per creare l’effetto-traino per tutti gli studenti, anche per i più difficili perché non è certo livellando tutti verso il basso che si stimola la crescita.”
Sono perplesso.
Leggo e rileggo la Costituzione, ma non trovo il punto esatto in cui si dice che la scuola italiana deve essere fondata sulla competizione. Nell’articolo 34 leggo che la scuola è aperta a tutti, e quella parola - tutti - mi piace, mi sembra contenere un intero programma politico, e morale (tutti è anche una delle parole chiave della filosofia di Capitini). Nello stesso articolo, è vero, si legge che “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, ma non mi sembra che si voglia stabilire una competizione tra i capaci e meritevoli e gli altri. Si vuol dire, invece, che quella parola, tutti, include anche i poveri, se sono capaci e meritevoli.
Nell’articolo 1 trovo l’importanza del lavoro. Nell’articolo 2 il valore della solidarietà - “i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Nell’articolo 3 mi imbatto nel valore dell’uguaglianza…
Leggo e rileggo, ma questa visione della società (e conseguentemente della scuola) come competizione tra chi è più bravo e chi è meno bravo non la trovo. (more…)

Pubblicato il 17-12- 2007 4:19 pm | Commenta questo post (0) |
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