Adriano Sofri ha scritto dei versi su Rosarno, e diversi attori li hanno letti. Non so dire se siano belli o brutti, i versi di Sofri. La poesia civile è cosa difficile, che raramente riesce - non a Pasolini e nemmeno a Dolci, forse -, ma non è questo il punto. Il punto è il diritto. Poiché esiste un diritto alla parola, come ad ogni altra cosa. Esistono parole di contrabbando, come esistono lavori, amori, vite di contrabbando. Esistono parole del giorno prima e parole del giorno dopo. Esistono parole che dicono cose e parole che dicono colui che parla. Esistono parole che assolvono colui che condanna: ma è, a volte, un’assoluzione senza processo, senza diritto. Senza giustizia.
Quella di Rosarno è una tragedia nazionale. Una tragedia annunciata, come si dice. Tutti sanno che in Italia c’è quella schiavitù. Nessuno è disposto ad andare fino in fondo, e ciò per una ragione semplice: senza quella schiavitù tutta l’agricoltura meridionale (e forse italiana) diventerebbe di colpo semplicemente impossibile. La schiavitù fa corpo con le mafie e con le truffe all’Inps. Questo lo sanno i politici, quelli locali e quelli nazionali, lo sanno i sindacalisti, lo sanno i giornalisti. E lo sanno gli intellettuali di sinistra. I quali ultimi, che io sappia, non hanno perso il sonno per questa cosa. Non hanno esercitato le penne e le tastiere dei computer, non hanno dato voce all’indignazione, non si sono fermati. Non voglio generalizzare: c’è Gatti, c’è Rovelli. C’è chi documenta, chi denuncia, chi parla il giorno prima. Ma le parole del giorno prima della sinistra italiana non sono state sufficienti, evidentemente. Non hanno cambiato nulla, non hanno suscitato una indignazione corale, condivisa, non hanno costretto lo sguardo sulla piaga aperta e sanguinante. E le altre, quelle del giorno dopo, appaiono come un significante il cui significato sembra essere: ecco, noialtri (noi che scriviamo, noi che leggiamo, noi che ci emozioniamo indigniamo intristiamo ascoltando) noialtri non siamo come voi, noialtri vediamo denunciamo soffriamo, noialtri siamo diversi - i nostri figli no, non volgeranno il viso da noi.


