minimo karma    retomar o pedaço que falta

Testi

Vedo che su Ibs una recente edizione de L’arte di strisciare ad uso dei cortigiani del barone d’Holbach è il libro più venduto nel reparto filosofia. Dev’essere un segno dei tempi. Chi volesse leggere il libretto di d’Holbach - che molto deve a La Boétie, mi pare - aggratis può trovarlo in questo stesso blog - in quella che è, credo, la prima traduzione italiana.

Pubblicato il 13-11- 2009 5:10 pm | Commenti (1) |
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Testi, Buddhadhamma

Per Gabriella

In questo capitolo del Dhammapada l’etica interspecifica è fondata molto semplicemente: gli uomini e gli animali sono sullo stesso piano perché tutti presi nella stessa rete di sofferenza e tutti ugualmente alla ricerca della vita. Le differenze, così care al pensiero occidentale, passano in secondo piano. La ragione di cui l’uomo è dotato non lo rende un essere radicalmente altro dagli animali. Fino a quando non la esercita per liberarsi dalla sofferenza, egli è un essere impigliato nel disagio (dukkha) come tutti gli altri. Come l’uomo, l’animale ha paura del bastone e della violenza. Cerca di tenersi in vita. In questo sforzo c’è un sì alla vita che l’uomo non ha il diritto di negare, se non in caso di assoluta necessità e solo per soddisfare bisogni vitali. La parte riguardante le presunte punizioni, in questa vita o dopo la morte, che colpirebbero chi danneggia creature innocenti, hanno un che di superstizioso che stride con la luminosa razionalità dei primi versi. Essa risponde probabilmente alla necessità di diffondere atteggiamenti di rispetto verso il mondo animale anche presso le persone sensibili più al timore superstizioso che ai discorsi razionali. (more…)

Pubblicato il 26-05- 2008 8:57 am | Commenti (2) |
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Testi, Alterius spectare laborem

Bronislawa Wajs, detta Papusza (Bambola), è tra i massimi rappresentanti della letteratura romanò. Nacque nel 1910 in Polonia in una famiglia appartenente a una kumpania, un gruppo di famiglie nomadi. Riuscì ad imparare a leggere e a scrivere frequentando furtivamente la scuola nei villaggi prossimi al luogo in cui la sua kumpania si accampava. A quindici anni sposò DionizyWajs, un vecchio suonatore d’arpa. Cominciò a scrivere e cantare ballate, che a volte intitolava semplicemente “Canzoni uscite dalla testa di Papusza”: ballate che parlavano della vita sua e del suo popolo, della povertà, della libertà, dell’amore. (more…)

Pubblicato il 27-01- 2008 4:49 pm | Commenti (1) |
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Cose così, Testi, Nonviolenze

Alla vigilia di Natale del 1940 Gandhi scrisse la sua seconda lettera ad Hitler. Una prima lettera, molto stringata e resa essenziale dal timore di dire cose inopportune, l’aveva scritta il 23 luglio 1939. Non giunse a destinazione: il governo indiano la bloccò nel timore che potesse compromettere i rapporti diplomatici con la Germania. Qualche mese dopo, del resto, Gandhi aveva risposto sconsolato ad un lettore che lo incitava a rivolgersi a Hitler: “Può essere insensato il mio appello a Hitler perché adotti la non-violenza. Sta marciando di vittoria in vittoria” (Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. 79, p. 11). Anche questa seconda lettera fu bloccata dal governo indiano. Non è da credere, del resto, che le due lettere di Gandhi avrebbero potuto sortire un qualche effetto sul Führer. La speranza di poter cambiare il corso della storia, o anche solo di ottenere una semplice, breve tregua, con un semplice appello umanitario, appare inevitabilmente viziata da ingenuità.
Traduco da:
Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. 79, pp. 453-456. (more…)

Pubblicato il 24-12- 2007 10:08 am | Commenti (7) |
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Testi

Sto cercando documenti sull’eccidio di San Giovanni Rotondo del 14 ottobre del 1920 e sulle responsabilità di Padre Pio, di cui vorrei parlare nel prossimo numero di Tophet. Ho trovato fino ad ora (non che abbia cercato molto) un vecchio articolo dell’Avanti!, che a dire il vero non riesce granché a convincere del coinvolgimento del frate e delle sue responsabilità nell’eccidio. Lo copio qui, comunque, perché parla di un fatto che è sconosciuto ai più, e che può essere un buon punto di partenza per ripensare radicalmente la figura del santo da pizzeria.

Un oscuro episodio nella vita del frate di Pietrelcina
Nel massacro di S. G. Rotondo Padre Pio fu con gli arditi neri
Il 14 ottobre del 1920, durante il biennio rosso, undici lavoratori caddero vittime della reazione seguita alla vittoria socialista nelle elezioni amministrative del piccolo comune del Gargano.

“San Giovanni Rotondo, paesello del forte e dimenticato Gargano è noto in Italia per i voluti miracoli di Padre pio, miracoli che hanno formato la fortuna di parecchi speculatori”.
Le parole che abbiamo riferito non sono state scritte in questi giorni dai corrispondenti scesi a S. Giovanni Rotondo a descrivere la mesta e solitaria Pasqua del padre di Pietrelcina, estromesso, per intervento del Vaticano, dalle funzioni della Settimana Santa, dopo che la sua attività di mistico taumaturgo ha suscitato sospetti e diffidenze persino nelle gerarchie ecclesiastiche. Queste parole sono l’inizio di una corrispondenza apparsa sull’Avanti! quarantuno anni fa, esattamente il 20 ottobre 1920, per un’occasione che non ha nulla a che vedere con le inchieste di oggi sugli episodi di fanatismo religioso e sulle losche speculazioni che superstizione e ingenuità hanno alimentato. (more…)

Pubblicato il 27-08- 2007 10:05 am | Commenti (1) |
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Testi, Anarchismo

Un vero duro, Georges Etiévant. Il 16 gennaio del 1898 aggredisce con ventidue coltellate un poliziotto, altre sedici le riserva ad un collega che corre a soccorrerlo. Lo portano al posto di polizia, ma si dimenticano di perquisirlo: c’è ancora tempo per un colpa di pistola al secondo agente. Ha trentatré anni. Lo condannano a morte, con pena commutata nei lavori forzati a vita. Gli è andata bene. O male, dipende dai punti di vista. Morirà non troppo tempo dopo.
Un vero filosofo, Georges Etiévant. Qualche anno prima, nel 1892, aveva rubato della dinamite che serviva al più famoso Ravachol. Al tribunale che lo processa presenta una dichiarazione difensiva che è, in realtà, una durissima accusa. Questo giovane tipografo la sa lunga: contesta il diritto stesso di giudicare. Il diritto, si sa, ha una sua rozzezza; per funzionare ha bisogno di categorie che all’occhio del filosofo appaiono fragili, evanescenti. Perché un contratto sia valido, occorre che vi siano dei soggetti, e che questi soggetti restino uguali a sé stessi nel tempo. Perché mai, altrimenti, dovrebbe obbligarmi un contratto, se a firmarlo è stato uno che non sono io – e cioè: un io che non è il mio io attuale? Il diritto ha bisogno del soggetto; ma la filosofia sa che il soggetto è finzione. Il diritto ha bisogno, per giudicare, della responsabilità e della libertà. Anch’esse finzioni. L’imputato Etiévant ha le sue ragioni: quel che facciamo non è che il risultato di ciò che abbiamo percepito e delle reazioni che queste percezioni hanno suscitato in noi. Ho ucciso. Perché? E’ sorto in me un odio, che ha le sue cause. Certo, avrei potuto resistere a quell’odio. L’avrei fatto senz’altro, se avessi avuto in me una forza capace di resistere; se non l’ho fatto, evidentemente quella forza non l’avevo: e di ciò che non ho, non posso essere responsabile. Ecco dunque l’assurdo di ogni tribunale. Per giudicare un uomo, accusa Etiévant, bisognerebbe conoscere alla perfezione le percezioni che hanno agito su di lui e le reazioni che esse hanno suscitato; bisognerebbe, in altri termini, essere quell’uomo. Nessuno può giudicare un altro. Aggiungerei che nemmeno noi stessi siamo in grado di giudicarci, perché il nostro essere ci accade come, fuori di noi, accade la pioggia o il vento.
E’ un uomo contro tutti, Etiévant. Nella seconda parte della sua dichiarazione rivendica il suo diritto di ribellarsi. Con la nascita, acquisiamo il diritto di vivere e di essere felici. Abbiamo polmoni per respirare, occhi per vedere, gambe per camminare. Ma, ecco: nasciamo in un mondo che non ci appartiene. Facciamo due passi, ma dobbiamo arrestarci perché c’è un confine: oltre, è proprietà di qualcuno. Il mondo è stato fatto a pezzi, e questi pezzi appartengono a qualcuno, e questo qualcuno non siamo noi. Il diritto di godere del nutrimento, dell’aria, del sole, della terra, ci viene negato. Lo stesso diritto alla vita viene calpestato. Possiamo sopravvivere solo se ci sottomettiamo ai padroni della terra, se accettiamo le loro condizioni – se accettiamo la schiavitù. Ma noi siamo nati per ben altro. Nascendo, abbiamo acquisito il diritto su tutto, ed in questo consiste la nostra dignità.
C’è ancora spazio, nella dichiarazione di Etiévant, per l’immagine di un mondo libero dallo sfruttamento, dalla proprietà, dalla stratificazione sociale. Una immagine che nella mente del giovane tipografo era circondata e sostenuta dalle certezze della scienza, e che oggi sopravvive in un’area singolare della nostra coscienza inquieta, in cui quel che resta della religione s’incontra con quel che resta della politica.
Traduco da: Georges Etiévant,
Declarations, Au bureau des “Temps Nouveaux”, Paris 1898. (more…)

Pubblicato il 01-01- 2007 11:18 pm | Commenta questo post (0) |
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Testi

Come già fecero tanti prima di lui, e come tanti altri faranno dopo, nel 1674 S. van Doelvelt si mette in viaggio per terre sconosciute, alla ricerca di fama ed avventura. Dopo l’immancabile provvidenziale naufragio, approda in una delle terre del mondo d’Utopia: si tratta, questa volta, dell’isola di Ajao, ovvero la Repubblica dei Filosofi. L’abitano degli uomini saggi, adoratori della ragione e della Natura: e per giunta materialisti, atei e comunisti. Noi adoreremmo loro, se non fosse per una certa crudeltà verso i loro schiavi - i quali sono i vecchi abitanti dell’isola di Ajao, gente indolente e superstiziosa, che certo merita di essere schiacciata così come l’errore dev’essere distrutto dalla ragione.
L’avventura di van Doelvelt è raccontata da Fontenelle nella sua
Repubblica dei Filosofi, uscita a Ginevra nel 1768: uno dei tanti romanzi utopistici della Francia moderna, dalla Histoire de Calejava (o meglio, dalla utopia proto-femminista di Christine Pizan) a quella Icaria di Etienne Cabet in cui qualcuno vedrà una precisa anticipazione e prefigurazione onirica dell’Unione Sovietica.
In appendice al romanzo utopistico c’è una divertente lettera sulla nudità dei selvaggi, scritta in risposta ad alcuni quesiti di una ignota Madame. Il suo ignoto autore tocca temi di non poca importanza, con una licenziosità così garbata che, quando giunge ad affermare che il coso che noialtri abbiamo tra le gambe è un Dio, e la cosa che quelle lì hanno tra le loro gambe è il suo tempio, a nessuno, sono certo, vien voglia di protestare.
Traduco da: Bernard Le Bouyer de Fontenelle,
La République des philosophes, ou Histoire des Ajaoiens, Genève, s.n., 1768, pp. 164-199. (more…)

Pubblicato il 26-11- 2006 4:30 pm | Commenti (4) |
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Testi, Nonviolenze

Se gli uomini svilupperanno una civiltà universale, ciò avverrà gradualmente attraverso l’esplorazione e lo sviluppo di queste comunanze. Solo allora sarà possibile pensare alla costruzione si una società civile globale, caratterizzata dalla reinvenzione di forme di solidarietà e dalla prevenzione e dallo sradicamento di ogni forma di violenza sociale. Il risultato ulteriore sarà che la violenza sarà sempre meno legittimata. Essendo meno legittimata la violenza, le lotte sociali e culturali avverranno sempre più in arene nominalmente nonviolente. (more…)

Pubblicato il 28-07- 2006 9:59 am | Commenti (4) |
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Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano della nonviolenza, è stato arrestato lo scorso 27 aprile e da allora non si hanno più sue notizie. Do il mio minimo contributo alla conoscenza del suo pensiero traducendo la sua conferenza Globalitation and Dialogue of Culture, tenuta alla Conferenza di Rio del 10-14 settembre 2002. Vi invito a firmare l’appello di Reset per la sua liberazione. (more…)

Pubblicato il 26-07- 2006 11:13 am | Commenta questo post (0) |
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BéthuneUna mattina che osserva Mercurio, il misteriosissimo cavaliere di Béthune s’imbatte in un uomo che gli porge un microscopio filosofico, col quale riesce ad osservare la vita degli abitanti sul pianeta. L’uomo è un Rosacroce che gli propone di entrare nell’Ordine. Dopo una singolare iniziazione, gli affida la Relazione sul mondo di Mercurio, che il cavaliere dovrà tradurre dall’arabo (lingua che lo stesso Rosacroce gli ha insegnato con le sue arti magiche). Apprendiamo così dall’ignoto autore arabo e dal suo traduttore Béthune che Mercurio è abitato da uomini alti come ragazzini di quindici anni, che sono governati da un imperatore inviato dal Sole, che curano con la massima attenzione la propria spiritualità, considerando degni di servire solo coloro che non hanno sviluppato a sufficienza i loro talenti (colpa grave anche perché sul pianeta i talenti possono essere acquistati come da noi i gioielli, o anche solo frequentando e diventando allievi di coloro che li possiedono), che parlano con gli animali usando la lingua dei segni: e che hanno un sistema matrimoniale particolarmente efficace ed intelligente. Poiché amano la diversità, mai potrebbero legarsi per tutta la vita ad una persona. Per questo i matrimoni hanno una durata limitata. Nelle case in cui vi sono ragazze in età da marito, esiste una appartamento ben arredato, che si chiama Sphinx. Quando due giovani si piacciono, chiedono ai genitori di lei l’uso dell’appartamento per conoscersi fisicamente. All’uscita dall’appartamento, possono dire di essersi sbagliati, o stipulare il contratto che segue.
Traduco da: Béthune (chevalier de),
Relation du monde de Mercure, Barillot et fils, Genève 1750, t. 1, pp. 113-117.

I contratti sono sempre composti da pochissimi articoli. Il primo concerne gli abiti, i gioielli, i mobili che si mettono in comune: regola anche i vantaggi che uno fa all’altro, e che ognuno di loro deve ritirare alla contratto.
Il secondo stabilisce un arbitro, uomo o donna a scelta delle due parti, davanti al quale si porteranno le contestazioni domestiche o altri piccoli fastidi matrimoniali: questo arbitro è giudice sovrano, è condanna all’ammenda o a qualche pena usitata chi gli sembra che abbia torto.
Il terzo regola il numero di piccole scappatelle coniugali o di vere e proprie infedeltà, che sono obbligati a perdonarsi l’un l’altro per conservare la pace nel ménage: durante i primi tre mesi non è gran cosa, ed è più per precauzione che per necessità che se ne fa menzione nel contratto; ma in seguito ciascuno fa uso del suo diritto, e soprattutto le dame, anche se fosse solo, dicono, per non far prescrivere un privilegio che considerano il fiore più bello della loro corona.
Oltre a queste bricconerie autorizzate, ne scappano altre, durante un matrimonio di due anni, non previste dal contratto: ma in genere non vi si bada più che ad errori di ortografia.
In ragione di ciò, fin dal giorno dopo le sue nozze, una donna può civettare, far moine, parlare a bassa voce, provocare, uscire sola, tornare tardi, farsi riaccompagnare e anche, in caso di bisogno, dormire fuori casa: le basta dare ragioni plausibili della sua assenza, come, ad esempio, “mi sono divertita”, “il divertimento mi ha trattenuta”, “mi sono lasciata trascinare dal piacere”. Ciò è normalmente ben accettato, ma quando si trova un marito stizzoso, la donan è libera di fare il broncio e dire: “Oh! ecco come siete, non si può fare nulla che voi non troviate cattivo, e per farvi contento bisognerebbe farsi seppellire in una camera e non vedere nessuno per tutta la vita. Raramente si giunge a tanto, ma male che i bisticci domestici non vanno oltre ciò.
Il quarto articolo esorta i coniugi a non mostrarsi mai trascurati l’uno all’altro, nemmeno a letto: anche l’estrema nudità, dicono, è suscettibile di essere adeguatamente ornata con qualche oggetto semplice e di buon gusto.
Quando il termine del contratto, vale a dire i due anni di matrimonio, sono passati, le due famiglie si riuniscono accompagnate da un Giudice di Polizia. Questo pubblico ufficiale si presenta per dar atto ai coniugi della libertà reciproca che essi hanno di stipulare tra loro un nuovo contratto o di separarsi: è odrinariamente quello che accade. Allora per are una forma materiale alla dissoluzione del contratto si presenta all’uomo e alla donna una pagliuzza e gli si ordina di spezzarla per marcare la loro volontà di separarsi. A quanto pare è da lì che Moliere ha tratto il suo proverbio:
Una paglia spezzata tra gente d’onore conclude un affare.

(L’immagine è tratta dall’antiporta del volume di Béthune.)

Pubblicato il 16-03- 2006 12:20 pm | Commenta questo post (0) |
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Saint-PierreNella storia del pensiero politico, l’abate di Saint-Pierre conta per il suo Progetto per rendere la pace perpetua in Europa (1712), che anticipa la più nota riflessione di Kant; progetto che affidava la pace europea ad una assemblea di stati, nella quale le controversie venissero risolte attraverso l’arbitrato, e che aveva, come notò Rousseau, un solo, grande limite: ai sovrani non interessa la pace, poiché la guerra ne rende più stabile il potere. In questo scritto degli ultimi anni, quel modello di conciliazione razionale delle controversie, che proponeva agli stati, è esteso a tutti i rapporti umani. La pace, che non giunge dalla volontà del politico, può nascere dal diffondersi di un nuovo atteggiamento umano, da una generale rinuncia all’animosità nelle dispute, siano esse intellettuali, religiose o economiche.
Traduco da: abbé Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre,
De la douceur, Briasson, Paris 1740, pp. 3-11.

In un grande spirito, la dolcezza è prova di grandezza d’animo.
La dolcezza è la virtù meglio ricompensata in questo mondo.
Dal momento che considerano vergognoso cedere con dolcezza, anche se occorre più ragione e più coraggio per cedere che per resistere, la maggior parte degli uomini fanno i bambini.
Quelli che non hanno abbastanza forza per cedere con dolcezza, si piccano spesso di essere fermi; ma quando questa fermezza è priva di ragione, non è più una virtù, non è che umore, rigidità, testardaggine, falso eroismo.
La dolcezza suppone l’equanimità e la tranquillità dell’anima, a volte ne è l’effetto ed altre la causa.
La dolcezza non ci rende indifferente ai piaceri, ma qualche volta ci spinge a fare qualche sacrificio per l’amicizia e la riconoscenza.
L’uomo impaziente e maldestro si inganna molto spesso sui mezzi per stabilire ad assicurare il suo dominio e la sua autorità; egli trova degli ostacoli quando usa delle maniere altezzose, minacciose, per effetto dell’impazienza: cambierebbe modi, avrebbe dei modi dolci se facesse attenzione al fatto che lui stesso ama essere dominato dalla dolcezza.
Si suppongano gli uomini in qualsiasi stato di superiorità, di padre, di signore, di re: è la dolcezza dei loro modi che dà il fondamento più solido alla loro autorità, come la dolcezza di coloro che sono subordinati è il miglior modo di conciliarsi con i superiori.
La violenza di certe imprese fa nascere degli ostacoli che solo la dolcezza può superare.
Gli uomini hanno cominciato a gioire tranquillamente dei loro beni nei tempi in cui i loro costumi si sono addolciti.
Per quale fatalità gli uomini, che avrebbero potuto mettere a profitto la loro felicità, il vantaggio di essere riuniti nel corpo sociale, non si sono occupati, il più delle volte, che a infastidirsi, a nuocersi reciprocamente? Mancano di conoscere il loro più grande interesse, di essere dolci; manca la dolcezza nelle relazioni umane.
In mancanza di armi, ci vantiamo di altri mezzi: ci diffondiamo in discorsi ingiuriosi, seminiamo scritti satirici; e quale è il frutto delle nostre collere? I colpi che diamo ci attirano le offese che riceviamo, cosa triste e tanto più spiacevole perché è opera nostra, quando manchiamo di dolcezza e di pazienza.
L’uomo dolce gioisce di una sorte molto tranquilla: non ferisce l’amor proprio degli altri, non ne urta le passioni, nelle avversità non lo si vede scoppiare in lamenti, nella prosperità non dimentica il proprio passato; quando un uomo volubile gli fa i capricci, egli se l’aspetta: legge gli effetti nelle cause, e considera i cattivi trattamenti, come le ingiurie, nulla più che le conseguenze di un temperamento che è stato smascherato.
In altre occasioni l’uomo dolce, se insultato, sospetta di essersi attirato lui stesso le ingiurie che subisce.
L’aria modesta e attenta, i gesti misurati, il tono moderato, la favella un po’ lenta, le parole graziose, gli occhi bassi; tutto serve a esprimere il carattere della donna dolce.
La dolcezza ci annuncia il rispetto, l’approvazione, la confidenza, la considerazione, la sottomissione, l’obbedienza, il desiderio di piacerci, la gaiezza: come può non piacerci più delle altre virtù?
La dolcezza marcia insieme alla presenza di spirito, decisiva in ogni sorta di lotta.
Non confondiamo la dolcezza virtuosa con quelle insipide compiacenze servili, che sono piuttosto segni di piccineria e di debolezza.
Colui i cui costumi sono dolci, è ai nostri occhi uomo di quasi tutte le virtù; si è dolci perché si è equi, perché si è giusti, perché si è disinteressati, perché si è pazienti ed indulgenti.
Nulla di più opposto alla dolcezza, nulla le dispiace più della collera; questo carattere annuncia da una parte ogni sorta di ingiustizie, e dall’altra ogni sorta di sventura e di dispiacere della vita.
L’uomo dolce non commetterà che mancanze lievi in società.
L’uomo virtuoso che non è dolce e che ci ha urtato con la sua rudezza, non può riconciliarsi con noi grazie alla pratica delle altre virtù. E’ nobile e generoso, ma noi non siamo l’oggetto della sua benevolenza; mantiene le promesse, ma noi non abbiamo preso alcun impegno con lui.
I vizi ingiusti eccitano il nostro odio e lo giustificano, ma quanto ai difetti, sembra che abbiano diritto alla indulgenza delle persone che hanno della dolcezza nei rapporti umani.
L’uomo dolce si trova facilmente contento degli altri, e ciò è il vero segreto per farsi apprezzare lui stesso.
Che sarà di una assemblea dalla quale sia stato bandito lo spirito della dolcezza? Sarà una assemblea di uomini che non sanno che temersi, combattersi ed odiarsi.
Le persone dolci riescono più facilmente delle altre a convenire nella discussione di una questione.
Senza questa dolcezza, le dispute invece di chiarire le questioni non servono che a inasprirle, ad alienare gli spiriti.
L’uomo dolce fa ordinariamente parlare la lingua del cuore, lingua ben superiore e ben più eloquente di quella dell’ingegno.
In un conflitto di opinioni, l’uomo dolce è ben più vicino al vero di colui che si lascia trasportare dalla collere, o da qualche altra passione.
Dicendovi “io non sono ancora della vostra opinione”, l’uomo dolce disputa poco, vi lascia la vostra opinione, e non vi toglie la speranza di accettarla, un giorno; così non ferisce l’amor proprio.
La misura della stima che si ha per l’uomo dolce dà la misura di quanto si cerca di piacergli e di farsi apprezzare da lui.
L’uomo dolce durante la disputa prende i colpi e non li restituisce. Egli ci insegna che la differenza di opinioni non deve turbare il buon ordine della società: spesso bisogna solo darsi credito gli uni con gli altri per qualche tempo, per pensare un giorno allo stesso modo.
Il vantaggio dell’uomo che ha dei costumi dolci è che sembra agire secondo la volontà altrui, quando non fa che accontentare se stesso.
La compiacenza che noi abbiamo verso l’uomo dolce è il frutto delal compiacenza che lui ha verso di noi.
La dolcezza è una via più sicura per conquistare la maggior parte degli uomini, più sicura della via dei favori.
L’esempio di Socrate presso gli antichi e di San Francesco di Sales presso i moderni ci dimostra che la dolcezza può conquistarsi ad un livello altissimo, malgrado un temperamento brusco e petulante. E’ vero che occorrono coraggio e costanza per rilevare, durante cinque o sei mesi, i minimi moti d’impazienza che precedono una collera vergognosa, poiché irragionevole.
La dolcezza che procura all’uomo la calma e la tranquillità, tiene il suo spirito preparato a gustare giorno dopo giorno i piaceri innocenti, sia della vita campestre sia della vita della capitale, ognuno nella sua condizione.
Senza questa calma, frutto naturale della dolcezza, nello spirito non c’è che agitazione, ansia per i mali futuri, dolore per i mali presenti, una sorta di febbre continua, per cui senza dolcezza non c’è felicità, e più si è dolci, più si è felici: “Beati mites”.
Poiché non è possibile avere una grande dolcezza senza avere molte virtù, non si raccomanderà mai troppo ai bambini la pratica della dolcezza.
Se sono molto dolci, si guarderanno bene dall’offendere i loro compagni.
Se saranno molto dolci, perdoneranno facilmente le offese che riceveranno dai loro compagni.
Se daranno molto dolci, saranno sempre disposti alla piacevolezza.
Quale accordo c’è nei rapporti umani, quando non si teme di essere offesi e quando si trovano gli altri disposti a farci piacere!

Pubblicato il 07-03- 2006 9:45 am | Commenti (3) |
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[Le scienze degli Zaziri]

Innalziamoci ora a cose più serie, e fissiamo gli occhi sulle scienze che occupano gli Spiriti Elementari. Qui le nostre anime cariche di erudizione, chiamate comunemente antiquari, critici e giuristi, si attendono di vedere il trionfo delle date, delle citazioni, dei fatti, dei costumi; ma quanto si ingannano! Gli Zaziri non conoscono scienze al di fuori della metafisica, la morale, la medicina e la fisica. Molto saggiamente, essi ritengono che ogni studio che soffochi lo spirito non è che un gergo e una routine adatta a pietrificare, e che certi italiani e tedeschi, il cui talento consiste nel sapere tutto ciò che si è stampato sugli usi e le leggi, non sono nulla più che seconde edizioni, che riproducono un libro parola per parola. Il cervello dei nostri lettori in effetti non è che semplice carta che, messa sotto la pressa, ritraccia le pagine di un’opera.
I Genii amano gli esseri che producono, ed è per questa ragione che li si chiama Genii. Essi si fanno beffe dei nostri uomini a ripetizione, che non osano mai immaginare nulla, che parlano solo attraverso citazioni, che considerano temerario qualunque spirito che prenda il volo; nelle nostre biblioteche più vaste, essi non trovano che dieci o dodici anime di prim’ordine, di cui sono stati semplicemente copiati o commentati i sentimenti ed i pensieri; sanno che chiunque abbia compreso Platone riguardo alle idee o Montesquieu riguardo alle leggi, può facilmente indovinare tutto ciò che è stato scritto su questi due argomenti; essi se la ridono di ogni reputazione basata sul numero e la grandezza dei volumi, e preferiscono l’autore che non dà che un in-dodicesimo, ma che fa parlare il suo spirito, a tutti questi controversisti e parafrasatori, la cui penna è più pesante della mazza di Ercole.
Da questi tratti si giudicherà se gli Spiriti Elementari approvano il gusto pedantesco, quel gusto che rovina paesi, che ne inaridisce lo spirito, e che non lascia brillare che la memoria. I Genii inseriscono le antichità nella classe delle conoscenze oziose e superflue; essi non fanno ricorso né al viso di Traiano, né al piede di Tito, né alla mano di Agrippina, né alle ali del cavallo Pegaso, né alle orecchie della capra Amaltbea, né alla coda della lupa che allattò Romolo, per avere materia di cui occuparsi; essi pensano, immaginano, e mezza loro riflessione vale più di tutte le dissertazioni degli antiquari nati e che nasceranno.
Ma come far comprendere queste verità a degli autori che tracciano righe come se fossero solchi, che giudicano un’opera solo in base alla lunghezza, che non parlano se non dopo gli altri, che non hanno il coraggio di produrre un solo pensiero, timorosi di pensare diversamente da Pierre o da Michel, i loro oracoli, e che dimenticano tutti i tratti di uno spirito creativo, per applicarsi alla critica di qualche frase un po’ trascurata; come se una sola scintilla d genio non valesse più di tutto lo stile castigato dei nostri accademici.
Mi aspetto che questi esseri ottusi, che conoscono l’immaginazione meno della pietra filosofale, screditino il sistema degli Zaziri, come l’opinione più assurda e e stravagante, e che non gli assegnerebbero altra biblioteca che il manicomio. E perché? Perché in tutti i loro commentari, con tutto il loro gergo letterario e giuridico, non troverebbero un corollario, un paragrafo, un capitolo in cui si faccia la minima menzione degli Zaziri.
Oh, se Baliolipolus o Marasimus ne avessero detto una sola parola in uno dei trentasette volumi in-folio che costituiscono il suo Trattato delle leggi e delle donazioni, questa citazione mi salverebbe: direi gravemente che il celebre Baliolipolus, cap. 399, p. 623, r. 54 ne ha parlato, quindi il sistema degli Zaziri è possibile. Vedete come si ragiona?
Tuttavia, per consolare i nostri sapienti, diremo loro che Platone, Socrate, Plotino e la maggior parte dei filosofi ammettevano l’esistenza di Genii; che tutte le sette ne fanno menzione; che molti imperatori, secondo quanto riferiscono gli storici, avevano uno spirito familiare; che la tradizione dei folletti, così diffusa presso i popoli, non è altro che la nostra opinione, e che i minatori in gran numero certificano ogni giorno di aver visto sotto terra una specie di uomini che scompaiono non appena li si avvicina.
Mi sembra che simili fatti valgano bene quelli dei nostro critici e parafrasatori. Li rimando ad essi, come all’unico studio che piace loro; potranno spassarsela con comodo, ché troveranno, sui Genii, sia presso i favolisti che presso gli storici, dei fatti con le loro date, adatti ad essere citati, commentati, annotati a margine.
Mi si chiederà se gli Zaziri fanno dispute e se, come noi, travestono la loro morale sotto forma di una scolastica che non partorisce che problemi o assurdità. Ma una simile domanda apparirebbe ingiuriosa agli Genii, tanto più che basta un grano di buon senso per disprezzare questi scrittori atrabiliari, che si scambiano reciprocamente maledizioni e che fanno della scienza un oggetto di derisione. Non mi sorprenderei di scoprire qualche giorno che sono stati rinvenuti Giansenisti anche presso gli Zaziri; dove mai non se ne trovano? Basta che uno della Sorbona sia scontento di qualche Spirito Elementare, per rendere pubblico che ciascuno di loro pensa interiormente come Quesnel o Pascal.
E’ senza dubbio un gran danno che i nostri occhi non siano abbastanza sottili, né i nostri spiriti abbastanza penetranti, per leggere e comprendere le opere composte dagli Zaziri. Essi certamente non somigliano a quell’insipido Avant-Coureur, foglio periodico che, come la febbre quartana, torna ogni tre giorni, suscitando ogni volta gli stessi sbadigli e lo stesso disgusto.
Alcuni sostengono che la nostra anima può esaltarsi fino al punto di intravedere le produzioni dei Genii e decifrare i loro caratteri impercettibili; ma credo che questi esempi siano così rari, che preferisco dubitarne. Parrebbe tuttavia che Platone abbia indovinato il loro alfabeto e che abbia posto una parte del suo sapere nei loro libri. Io direi la stessa cosa di Newton, che conosceva troppo bene gli elementi per ignorare gli spiriti che li animano; poiché la materia, che non può muoversi da sé, annuncia necessariamente dei Genii motori, appena si agita e cambia posizione.
Malgrado l’incertezza in cui ci troviamo riguardo al modo in cui gli Zaziri esplicano i loro sentimenti, dobbiamo convincerci che la loro filosofia, ben più raffinata della nostra, non ha né la freddezza dei nostri geometri, né la ridicolaggine dei nostri scolastici, né il carattere romanzesco dei nostri fisici moderni. Meno appesantiti dal loro corpo, che non è che un solo elemento semplice, avvertono in ogni istante tutta l’attività della sostanza spirituale che li anima, e non hanno motivo di sospettare che possa perire. Le assurdità dei nostri nuovi filosofi sembrano loro dunque il delirio di un uomo che non si conosce più, e che confonde la facoltà di vedere con la finestra attraverso la quale egli vede.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 04-03- 2006 6:35 pm | Commenta questo post (0) |
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[Il pasto e la musica degli Zaziri]

Passiamo ora al pasto degli Zaziri ed esaminiamo se mangiano e come. E’ indubbio che gli animali, sia razionali che irrazionali, si divorano gli uni con gli altri per sussistere, e ciò non deve sorprenderci, perché noi stessi viviamo a spese degli animali che consumiamo. So che gli Zaziri non hanno dei cuochi che rendano raffinati i loro gusti e che, per questa ragione, non hanno quelle indigestioni né quelle apoplessie fulminanti che uccidono i nostri signori; ma io so anche che si trovano presso di loro dei grandi mangiatori, il cui stomaco finanziario inghiotte miniere d’oro ed addirittura delle comete: ed ecco perché le vediamo scomparire man mano. Vi sono poi gli Zaziri delicati, che si accontentano di sorbire qualche leggera nebbia o di assaporare qualche raggio di sole, alla maniera delle nostre donne o dei nostri prelati, che non sanno digerire altro che elisir, quintessenze, superfici, idee e persino sospetti.
Non è accertato se gli Zaziri hanno degli orari fissi per mangiare; pare tuttavia che, molto più saggiamente di noi, essi non mangino che quando ne avvertono il bisogno. Questo metodo non si adatterebbe alla maggior parte dei nostri Dervisci, che agognano fin dall’alba l’ora del pranzo e che, non potendo per legge gioire di altro piacere che quello di mangiare, raccolgono sulla punta della lingua tutte le sensazioni di cui sono capaci.
I Genii in generale hanno un modo di nutrirsi del tutto diverso dal nostro: non mangiano come i tedeschi, perché temono di ottundersi e di perdere la loro agilità, né come i polacchi, perché non hanno tempo per perdere la metà del giorno a bere alla salute dei morti e dei vivi, né come gli italiani, perché non hanno dei cavalli che pranzino per loro, né come i francesi, perché vogliono vivere senza malattie, né come gli inglesi, perché hanno costantemente bisogno di tutta la loro lucidità per mantenere l’armonia dell’universo. Eh! Dove saremmo noi, se gli Zaziri si lasciassero andare una sola ora a bere del punch!
La loro musica (poiché hanno della musica) rassomiglierebbe a quella degli italiani, se fosse meno varia, meno studiata, e se avesse dei finali più monotoni; ma essi sanno distinguere l’armonia sacra dai concerti profani e proferire dei recitativi, al posti di quegli ah! continui che stancano l’orecchio. In un libro intitolato La Melodia Leggera si dice che i francesi nel 1627 fecero tutti gli sforzi possibili affinché la loro musica venisse approvata dagli Zaziri. Si suppone che abbiano incaricato per questa commissione una certa dama che non viene nominata, ma che si assicura essere stata in grande familiarità con i Genii; ma si aggiunge che la proposta parve loro particolarmente ridicola, poiché fino ad allora essi ignoravano che la nazione francese avesse della musica, e che la consideravano capace soltanto di comporre canzonette nei momenti delle maggiori disgrazie.
Non bisogna credere che gli Zaziri perdano tempo come noi a fare dei concerti, e che essi mettano insieme con grandi spese delle sinfonie da usare come passatempo; si accontentano di eccitare uno zefiro, un mormorio, un tuono, ma senza appassionarsi, senza cambiare la loro visione di questo universo e senza ricompensare i musicisti più dei generali e degli ambasciatori. Essi sanno che l’armonia del mondo è la prima, e che chiunque neghi quella del Regno per far suonare il flauto o il violino è più che spregevole.
Inoltre, i Genii qualche volta fanno cessare la loro musica per prestare orecchio alla nostra. Presso i francesi gli sembra di sentire dei fanelli che fischiano graziosamente; presso gli inglesi, dei corvi che gracchiano; presso i polacchi, delle tortorelle che gemono; presso i tedeschi, dei colombi che tubano; presso gli italiani, degli usignoli che gorgheggiano: ma, per quanta soddisfazione i Genii possano provare ad ascoltare questi usignoli, essi non provano quel piacere che dà la voce della natura. Essi sanno che una gola italiana ha toni artificiali, e si fanno beffe di un uso così ridicolo e barbaro, e che tuttavia rende un soprano più importante di un ministro o di un principe.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 19-02- 2006 12:26 pm | Commenta questo post (0) |
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[La commedia umana]

Saremo meno sorpresi delle loro malizie e dei loro capricci, quando sapremo che ci sono degli Zaziri femmine che, come la maggior parte delle nostre Dame, non hanno altro da fare che immaginare giochi, intrighi, follie e mali. Quelle giornate cupe che ispirano tristezza, annunciano i loro vapori, così come le giornate ridenti denotano il loro buon umore; i temporali indicano la loro impazienza ed i loro furori, e certe notti incantevoli sono il segno delle loro conversazioni. Ogni Genio ha il suo linguaggio: gli uni si esprimono con il rumore dei venti, gli altri col mormorio delle acque; alcuni attraverso il crepitare delle faville, altri col rumore dell’eco. Possono dunque comunicarsi le loro idee, e questa comunicazione contribuisce all’armonia dell’universo, che si può dire pieno di esseri invisibili di ogni specie.
Torniamo ai Genii femmine; è certo che essi giocano lo stesso ruolo delle nostre femmine, al punto che esse si divertono a lavorare in un modo che corrisponde a quello nostro. Così le Zazire fanno dei nodi, quando vediamo dei piccoli fiocchi di neve o di grandine; ricamano, quando osserviamo il firmamento che assume tutte le sfumature e tutti i colori; disfano dei cordoncini colorati, quando l’arcobaleno si disfa e scompare; lavorano a maglia, quando siamo circondati da nebbie che sembrano un velo; filano, quando delle barre ombreggiano il cielo; vanno a passeggio, quando i zefiri smuovono le erbe e formano delle onde che sembrano fiotti; fanno la toilette, quando la luna sembra rossa, a macchie, e l’aurora varia le sue decorazioni; strepitano, quando ci sono lampi e tuoni; ma le loro tempeste durano meno di quelle delle nostre donne, perché altrimenti tuonerebbe ogni giorno.
Se veniamo agli amori, troveremo che c’è meno civetteria presso i Genii che presso noi, ma che anche loro hanno le loro inclinazioni ed i loro rendez-vous. Mi spiego: questa tenera vigna che serpeggia lungo un giardino, che va a districare un arbusto in mezzo a tanti altri per per avvincersi e avvilupparsi; questa calamita che attira il ferro, questo diamante che attira la paglia, sono dei vergli Zaziri che abbracciano questi oggetti con il loro amore. dirò la stessa cosa di quella pianta chiamata sensitiva, che si richiude quando la si tocca, e che non è che una piccola Zazira, ancora modesta, il cui pudore è messo in allarme. La fiamma che scoppietta, e che s’insinua tutto a un tratto in un materiale combustibile, ci mostra un Genio innamorato che cerca l’oggetto che gli piace, così come lo zefiro carezza un gelsomino. Gli Spiriti incorporati nell’acqua si elevano nell’aria sotto forma di zampillo per correre appresso agli esseri che prediligono.
Ah, se potessimo avere occhi abbastanza acuti, scopriremmo, nei Genii, degli esseri che scherzano, burlano, moralizzano, brontolano, studiano: essi hanno i loro petit-maitres che brillano nei fuochi d’artificio e nei giochi delle fontane; i loro medici, che purgano con piogge ed inondazioni; i loro procuratori, che di tanto in tanto ingoiano tutta la rugiada; i loro sapienti, che fanno risuonare l’aria e che, come quelli della Sorbona, credono di aver provato tutto quando hanno fatto del chiasso; hanno anche i loro poeti, che si possono definire celebri, benché non siano empi; ma non hanno commedianti tranne noi. Ci considerano gli esseri più adatti a divertirli, e non passa giorno senza che guardino Parigi per ridere di gusto. Si divertono a vedere come abbiamo bandito il buon senso e messo a tacere la ragione per ascoltare Pulcinella e vedere dei saltimbanchi. Questo modo di riempire di fronzoli i nostri abiti, si imporporare i nostri volti, di intrecciare i nostri capelli, di fare moine, sono delle scene che li incantano.
Si può ben dire che gli Zaziri conoscono bene i nostri costumi e le nostre inclinazioni, poiché trascinandoci, a volte come animali ed a volte come buffoni, essi si prestano ai nostri desideri. Non affermiamo forse di continuo, nei nostri discorsi e nei nostri scritti, che l’uomo ha la stessa natura delle bestie, e che tutto muore con lui? Non rappresentiamo noi, dalla mattina alla sera, il personaggio di Fantoccio, e non rendiamo le nostre riunioni, le nostre passeggiate, i nostri pranzi qual spettacoli realmente romanzeschi? Sì, senza dubbio. Gli Spiriti Elementari hanno dunque il diritto di molestarci come delle bestie, di divertirsi a nostre spese, e di ridere delle nostre smancerie, dei nostri gesti, dei nostri pettegolezzi, senza che si sia lecito protestare.
Figuriamoci le diverse nazioni che, con i loro pregiudizi, i loro usi ed i loro costumi, offrono una commedia agli Spiriti Elementari, e confessiamo che una simile gazzarra è ben adatta a costituire uno spettacolo bizzarro. Nelle piroette francesi, nell’etichetta spagnola, nelle genealogie tedesche, nelle conversazioni inglesi, nelle riverenze polacche, infine nelle pasquinate e nei sonetti italiani, in cui l’equivoco e l’oscenità fanno sempre da condimento e da clausola, si troverebbe materia per ridere per secoli.
So che i Genii hanno, come abbiamo già detto, le loro follie e le loro originalità; ma ciò accade solo per intervalli, mentre noi deliriamo di continuo. La maggior parte dei nostri scritti non potrebbe servire come opera comica per gli Zaziri? Come abbiamo riso di quelle favole che si pretende di far passare per storie universali; di quelle tesi che definiscono l’anima una sostanza ignea, di quei romanzi fisici e metafisici, nei quali l’uomo non è nulla più di uno scheletro mosso da non so chi; di quelle dissertazioni morali elle quali i vizi prevalgono sulla virtù; di quei dizionari tortuosi nei quali, in un labirinto di questioni e di parole si cerca di traviare il lettore! Il giorno in cui comparve l’opera “Dello Spirito” (me ne ricordo) fu improvvisamente agitato da lampi e venti; erano gli Spiriti Elementari che ridevano a crepapelle, apprendendo che la nostra anima non ha consistenza diversa della configurazione delle nostre mani, e che la virtù più pura non ha come movente che un sordido interesse. La scoperta in effetti non è curiosa? I Genii non hanno bisogno, per leggere, né di occhiali né di successione di tempo: essi cedono ai nostri finanzieri, ai nostri prelati, ai nostri bei vicari di venticinque anni l’onore di leggiucchiare un in-dodicesimo nello spazio di sei mesi; essi semplicemente fissano lo sguardo su ogni opera che compare, e ne fanno su due piedi uno spettacolo tragico o comico.
Gli Zaziri hanno anche i combattimenti tra animali; ma che combattimento! Non lo facciamo noi stessi, quando entriamo in guerre per contenderci qualche monticello o qualche arpento di neve, al prezzo del nostro stesso sangue? Così nelle guerre che ci infiammano e ci sfiniscono, i Genii scorgono dei galli, delle aquile, degli avvoltoi, dei corvi, delle gru che si straziano e si uccidono unicamente per il gusto di uccidersi. È una tragicommedia che hanno preparato per divertirsi; e non c’è realmente altra spiegazione, che possa soddisfare un filosofo curioso di conoscerne le cause e di approfondirle. Da dove nascono battaglie così inutili, e così spesso ripetute da esseri ragionevoli, così come questi orrori e queste disfatte, se non dagli Spiriti Elementari, che di divertono a nostre spese? Così gli uni, padroni dell’aria, riempiono di vento la testa dei Firloni, gli altri danno troppo ardore ai Misigori, questi appesantiscono i Sorimani, quelli spengono l’ardore dei Carobi; di modo che qui per un eccesso di temerarietà e là per una timidezza eccessiva, non si fa che morire, senza mai concludere nulla.
Eccoci dunque ben pagati delle nostre fatiche e delle nostre battaglie, se non siamo che degli uccelli da preda, dispersi qua e là per la gioia degli Zaziri! Il fiero insulare, che combatte con tanto furore e tanto successo, può ben considerarsi il re degli uomini; egli è nondimeno un semplice castoro, che si costruisce delle case in mezzo alle acque e morde, con i suoi denti aguzzi, gli animali che vogliono stanarlo.
Ci sono dei piccoli conflitti circoscritti che c sembrano molti importanti, perché le nostre Gazzette ne parlano con enfasi, e che ai Genii non sembrano altro che battaglie di mosche e di ragni. Questa muraglia che cade non è altro che una tela che si rompe; ed i pezzi che vedi non sono altro che ali ed altre parti strappate dall’astuzia e dalla forza.
O piccoli uomini orgogliosi che credete di poter spaventare l’Universo con i vostri fucili e le vostre spade e considerate i vostri cannoni come rivali del tuono, interrogate dunque gli Zaziri, e presto umiliati, imparerete a inserirvi nella classe dei volatili, o anche degli insetti! Il leone se la ride della volpe, il serpente della lucertola, l’ape della formica, la pulce dell’acaro, e gli Zaziri degli uomini. Ma hanno torto? Non ammetteremo di essere delle creature molto meno sagge delle bestie, quando invece di dissodare terre incolte, di riparare le strade, di popolare i paesi deserti, ci accaniamo a distruggere la nostra stessa specie per conquistare qualche roccia inabitabile, e che bisognerà restituire subito. I Genii hanno senza dubbio le loro battaglie, ma da questi scontri non risulta altro che l’armonia dell’universo.
Se potessimo giungere a prevedere e calcolare tutte le orecchie, i piedi, le braccia e i piedi che la guerra strappa, anche se i Genii ci irritassero, noi resteremmo nel nostro canile e non abbaieremmo; ma, come cani temerari, vogliamo bene l’acqua del mare, e i flutti ci sommergono. Qui i nostri lettori spiegheranno, commenteranno, indovineranno; il campo è talmente vasto che non vogliamo affatto limitarlo. E’ possibile resistere agli Spiriti Elementari come al filo dell’acqua, alla forza del vento, all’impeto del vento, ma generalmente non lo si fa.

Pubblicato il 05-02- 2006 12:01 pm | Commenti (1) |
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[Come gli Zaziri giocano con gli uomini]

Partiamo da questo principio, e scopriremo la causa di tante contraddizioni ed incidenti che ci inquietano, ci affliggono e ci mettono in urto con noi stessi. Vediamo che i Genii hanno dei momenti di malumore, delle ore di ricreazione, dei tempi in cui si vendicano, e ciò non deve sorprenderci se, malgrado l’eccellenza delle nostre anime, ci troviamo nella stessa situazione. quante volte al giorno siamo obbligati a ricadere su delle sciocchezze per distrarci dalle nostre occupazioni! Quante volte ci abbandoniamo a degli accessi di collera o di malinconia!
È dunque certo che i Genii giocano, e che noi molto spesso siamo le vittime dei loro giochi. L’uomo che non riesce a star fermo e corre fino alle estremità del mondo non è agli occhi degli Zaziri che una lepre che inseguono, e con cui si divertono. Quella femmina che, come una passa, galoppa appresso al suo amante, è una specie di cane da caccia, che i Genii mettono alle calcagna di una persona che molestano. Quel signorino che ride da un occhio e piange dall’altro, che fa smorfie, piroette, gesti, è considerato dai suoi Spiriti Elementari come una scimmia; essi gli fanno fare mille e mille giri di destrezza per divertirsi. Quell’ammiraglio d’armata, che vede morire i frutti del suo lavoro nel mezzo dei mari, non è che un cervo che si precipita nell’acqua, e di cui i Genii ridono. Quel brutale finanziere, che non ha altra occupazione che digerire e correre in carrozza, è esattamente un orso che essi conducono a spasso per le vie. Quel preteso filosofo, che sfoga la sua bile su tutto il genere umano, sarà sicuramente una vipera battuta dagli Spiriti Elementari, che sparge da ogni dove il suo veleno.
Gli esseri più deboli sono sempre vittima di quelli più forti; gli insetti servono da giocattolo ai volatili, i volatili ai quadrupedi, i quadrupedi agli uomini, e noi infine agli Zaziri. Essi ci prendono con delle trappole, quando cadiamo nelle reti dell’amore; ci mettono in gabbia quando, senza vocazione, ci confiniamo nei conventi; ci accarezzano, quando respiriamo qualche piacevole zefiro; ci pizzicano, quando avvertiamo il rigore del freddo. Sono loro che ci danno dei buffetti quando starnutiamo, che ci fanno il solletico quando ridiamo, che ci punzecchiano quando soffriamo, che ci tirano la mascella quando sputiamo.
Voi non sapete definire questo abate affettato che, più delicato del velluto di cui è vestito, vive in seno alla mollizie ed al piacere, e non pensa, dal mattino alla sera, che a procurarsi le sensazioni più piacevoli; ebbene, ascoltate, vi dico cos’è: un bel canarino, che gli Zaziri hanno preso in simpatia, che accarezzano, e che nutrono con dei biscotti.
Più oltre, guardate questo bel monaco bernardino dal triplo mento, dal viso florido, la mano paffuta, l’occhio rubicondo; guardate bene attraverso il mio sistema, e in questo succulento marmocchio un cappone ben pasciuto, che gli Spiriti Elementari hanno messo in stia, e che ingrassano per servire presto da succo nutritivo a qualche a qualche zucca o a qualche melone.
Questa dama così delicata, che ha paura di mettersi a sedere temendo di rompersi le ossa, che tutte le mattine fa del suo viso un piacevole pastello, e che i giovani non osano accostare se non hanno venticinque anni, non è che una bella piccola cagna, che gli Spiriti Elementari si compiacciono di vedere carezzata da tutti quelli che la circondano.
Spiras, innamorato di tutte le donne amabili, saluta l’una, carezza l’altra, scherza con questa, fa il moralista con quella. Corre a tutte le toilettes, compare in tutti i circoli, assiste a tutti i pranzi; e, svolazzando di bella in bella, si trova a tre spettacoli quasi nello stesso istante. Se Spiras non è una elegante farfalla, inseguito dai Genii, ditemi voi cos’è.
Pramos, fregiato dei più bei colori, gira e rigira la testa in mille modi diversi; fischia, salta, piroetta, ciarla, morde, si fa temere ed ammirare. Pramos, oso dire con franchezza, non è che un pappagallino stuzzicato dagli Spiriti, che gracchia per far loro piacere e che dà colpi di becco a tutti quelli che si avvicinano.
Tutto si spiega dunque secondo il nostro sistema, non c’è nulla che non possiamo definire, nemmeno la magia. Essa non è, ai nostri occhi, che una operazione dei Genii, che ora suscitano fumigazioni per sconvolgere i nostri cervelli ed atterrirci con delle ombre, ora causano uno strepito straordinario che ci è impossibile comprendere. I Vampiri, se ce ne sono, benché così famosi in Ungheria ed in Polonia, non sono che dei cadaveri messi in moto dagli Zaziri, che si divertono a farli girare, così come noi ci divertiamo a spingere una palla o a muovere un burattino. Se la maggior parte dei popoli s’immaginano che vi siano delle anime che tornano dalla morte a bussare alle porte, tirare le tende e inquietare i viventi, mi sembra che si possa piuttosto attribuire queste belle faccende ai Genii; essi infatti hanno dei corpi sottilissimi, che servono loro come organi per agire e farsi sentire, mentre delle anime non potrebbero cadere sotto i sensi.
Bisogna dunque, come già detto, che gli Zaziri possano mettere in movimento le particelle dell’aria e del fuoco per operare delle cose sorprendenti: ed essi possono farlo così bene, che ora fanno fermentare i vini, mentre i nostri Cordellieri ronfano ad oltranza, ora fanno ribollire l’inchiostro sotto la penna dei nostri scrittori, e si vedono spuntare la Pucelle d’Orleans, il Candide ed altre stravaganze. Qui tutto a un tratto essi suscitano un fuoco ben vivace, ed il legno, per quanto si faccia, non può più infiammarsi; là essi sortiscono bruscamente da una fiaccola nella quale respirano, e li si trova nel mezzo delle tenebre. Qui essi dirigono una palla di cannone che riduce in poltiglia un furfante, là fanno brillare una mina che casualmente seppellisce i nostro cari. In altre parole, giudichiamo le loro furberie con le nostre, e non dubitiamo della loro capacità di sorprendere, di fingere e di ingannare.
Bisogna considerare come la punizione del nostro cattivo umore e del nostro accanimento nel tormentare gli animali, tutto ciò che gli Spiriti Elementari ci fanno soffrire: ci piace divertirci a spese delle povere bestie ed anche dei nostri simili, ma non vogliamo servire da divertimento per i Genii. Bisognerebbe almeno essere coerenti: ma possiamo lamentarci quanto vogliamo, i Genii vanno per la loro strada. Quando caricano di disgrazie ?un infelice, non fanno che imitare certi ministri che allontanano i soggetti più capaci e li lasciano languire nell’oscurità.
Questo principe, che non può soffrire la vista di un uomo raccomandabile per i suoi costumi e la sua onestà, e che lo punisce perché gli ha detto la verità, condannerà gli Spiriti Aerei che rendono una persona vittima del loro cattivo umore?Questo scrittore cinico, che prende in odio certi autori e ne fa l’oggetto delle sue terribili satire, accuserà i Genii perché mettono alla berlina un povero diavolo che dispiace loro? Questa preziosa coquette, che maledice di continuo i domestici, che parla male di tutti i vicini e che martirizza il suo cane ed il suo gatto, oltre che suo marito, che in tutto il genere umano sopporta solo i suoi amanti, avrà la faccia tosta di avere da ridire degli Zaziri che perseguitano chi non piace loro?
Ma seguiamo il progresso della loro malizia, e non temiamo di dire che quando noi cerchiamo un libro, solo lo fanno sparire e se la ridono; che quando aspettiamo una persona che ci ha dato un appuntamento, essi la fermano per farci arrabbiare; che quando sospiriamo per l’arrivo di una lettera, essi si divertono a ritardarla o anche a sottrarla; e che quando crediamo di poterci rallegrare, si servono della loro agilità per contraddirci ed inquietarci, allo stesso modo in cui noi prendiamo piacere a torturare delle mosche, a imprigionare degli uccelli, a rompere delle tele di ragno, a distruggere un formicaio, irritare dei calabroni per farne dei passatempi. È senza dubbio facile per loro riuscire in simili imprese, poiché ci avvolgono da ogni parte, si trovano nel mezzo delle nostre stanze più segrete, volteggiano intorno alle nostre teste.

L’Empire des Zaziris sur les humains, ou la Zazirocrathie, Dsmgtlfpqxz, Pekin 1761.

Pubblicato il 22-01- 2006 9:53 pm | Commenta questo post (0) |
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