Hann fatt n’at ‘e un, dice mio padre.
Ci penso un secondo, poi rispondo: L’hann accis?
Sì, vintiduje anne, risponde.
Hanno ammazzato un altro. Uno di ventidue anni. L’hanno fatto.
minimo karma retomar o pedaço que falta
Hann fatt n’at ‘e un, dice mio padre.
Ci penso un secondo, poi rispondo: L’hann accis?
Sì, vintiduje anne, risponde.
Hanno ammazzato un altro. Uno di ventidue anni. L’hanno fatto.
Solo qualche giorno fa i giornalisti registravano l’unanime soddisfazione delle cittadinanza foggiana per le pattuglie appiedate di soldati e poliziotti - a dire il vero più ridicoli che temibili - che da un po’ girano in lungo e in largo, con il passo placido dello struscio meridionale, la città: ma ecco che dei giovinastri si mettono a far rissa proprio in pieno centro, si gettano addosso un colombo morto, uno estrae un coltello ed ammazza. Diciannove anni l’accoltellatore, diciassette la vittima. Inutili le pattuglie. L’insicurezza, l’ansia, la paura tornano, più dense che mai: perché non si tratta, ora, di quelli lì, di quelli extra. Non si vive più, se bisogna aver paura anche dei propri figli. Ristoratrici giungono, però, le parole del parroco, doverosamente chiamato in causa dai giornalisti - ché si sa che i parroci sono quelli che sanno, quelli che conoscono le famiglie, quelli che attestano la partecipazione o meno alla buona società. Non è dei miei, avverte il parroco. “Non frequentava la chiesa e della sua famiglia si sa ben poco”. Brutta faccenda. Da notare che il parroco dice “si sa ben poco”, e non “so ben poco”. Se il tuo parroco non ti conosce, magari perché sei non credente o non praticante, la tua famiglia è senz’altro poco nota, poiché la conoscenza del parroco è tutt’uno con la conoscenza sociale. Quando ti entra in casa, col pretesto di benedire la casa, e ti fa domande a raffica, il parroco agisce come un pubblico ufficiale che raccoglie informazioni da mettere a disposizione della società. Chi se ne sottrae, diventa per ciò stesso oscuro. Nel caso dell’accoltellatore, c’è di più: “anche perchè - dice tra i denti - sono tante le voci che si rincorrono, come quella che siano di etnia rom e che il ragazzo fosse orfano di padre”. Siano benedette le voci. Oltre che sconosciuto alla Chiesa, ossia alla società, questo malnato è anche rom. Non è dei nostri: e noi chissà che pensavamo.
Quando due ragazzi si accoltellano in pieno centro storico ti prende un senso di impotenza. Ti chiedi che fare, e le risposte sono tutte terribilmente complesse, richiedono tutte un partire da molto lontano, uno operare diverso, paziente. Difficile. Se uno dei due è un rom, l’impotenza scompare. Tutto si fa chiaro. Basta sgomberare il campo rom più vicino.
Seguendo un link nel blog di Valeria, ho trovato l’archivio degli articoli di Repubblica riguardanti Foggia. Ecco le ultime notizie:
Guerra tra clan a Foggia Tre agguati in quattro giorni
Foggia, psicopatico uccide donna “E’ stata la prima che ho incontrato”
Foggia, la mafia dei funerali voleva uccidere un magistrato (more…)

Tre sparatorie in una settimana. Un capomafia ucciso e due passanti feriti. Un extracomunitario massacrato, per sovrappiù.
(Il bambino passava con la bicicletta sui pezzi di un sofà abbandonati al centro della strada, mentre il fratello più grande frugava nei cassonetti dell’immondizia - di fatto una discarica - a ridosso del muro bruciato del convento. Li vedi a volte, questi fratellini di quartiere, girare su una di quelle mini-moto che un certo proletariato rumoroso ama regalare ai propri figli affinché si facciano sentire in giro per il quartiere. In quelle circostanze non manca nella mano del più piccolo, che avrà si e no otto anni, una birra Peroni. La stradina che si vede salire al centro della foto non troppo tempo fa aveva una pavimentazione in marmo: ed era bella, pur nello squallore incombente tutt’intorno. L’hanno asfaltata. )

Più vicini alla gente, per conoscerne meglio i bisogni della popolazione, per aumentarne la fiducia e insieme migliorare la qualità della vita. Sono questi i principali obiettivi della Polizia di prossimità: una Polizia legata al territorio, responsabilizzata, in grado d’intervenire su numerosi problemi e aperta alla collaborazione con altre istituzioni.
Dal sito della Polizia di Stato.
(La foto è stata fatta a Foggia, via Bari. Questo pomeriggio.)
Sul congedo di Carmine Stallone
Ti aspetti un Rocky, un Rambo, un mascellone
pettoruto ed invece pian pianino
ti trotterella avanti quest’omino
e dice: sono Carmine Stallone.
Sembra un pischello che ha perso il pallone
uno cui hanno fregato il panino:
ha l’aspetto sconfitto d’un fantino
caduto malamente dall’arcione.
“Ah, l’orco comunista m’ha mangiato
come faceva un tempo coi mininni”
singhiozza, deplorando la sua sorte.
Dalla terra una voce tuona forte:
“ha già sfidato abbastanza le Erinni,
se lo riprenda chi ce l’ha mandato”.
Nota per i non foggiani. Carmine Stallone è il presidente dimissonario della Provincia di Foggia. Alla fine dell’ultima riunione del Consiglio provinciale ha dichiarato: “Prima i comunisti mangiavano i bambini, ora si limitano ai presidenti”.
E’ in distribuzione gratuita il numero 6 del foglio libertario Tophet. Visioni dal fondo. Lo trovate nelle seguenti edicole di Foggia:
E’ anche possibile scaricarlo dal sito di Tophet.
Il magnifico rettore dell’università di Foggia, Antonio Muscio, è un uomo di sani princìpi e di fermi valori. Valori d’altri tempi. Dio, Patria, Famiglia. La Famiglia, soprattutto. Potete immaginare lo strazio di quest’uomo al lavoro. Come può un uomo che ha il valore della Famiglia staccarsi dai suoi cari per diverse ore al giorno? Non può, non può. Un uomo di sani princìpi e di fermi valori non si stacca dalla famiglia nemmeno per un momento. La Famiglia se la porta al lavoro - e non sotto forma di fotografie da tenere sulla scrivania. Il rettore Muscio porta con sé al lavoro la moglie. E la figlia. E la cognata della figlia. E il genero. E il nipote. Ora quelli di Repubblica* lo stigmatizzano per questo. Usano per una cosa così tenera l’orrenda parola nepotismo. Come se ci fosse del losco, del marcio nel volere intorno a sé i propri cari.
Il rettore Muscio - uomo di sani princìpi e di fermi valori - ha un solo difetto, in realtà. E’ brutto. (more…)
E’ uscito il numero 5 del foglio libertario Tophet. Visioni dal fondo. A partire dai prossimi giorni sarà offerto gratuitamente ai miei ansiosi concittadini nei seguenti punti:
E’ uscito il numero quattro di Tophet. A partire da questo numero l’umillimo foglio libertario sarà distribuito gratuitamente. Una manciata di copie la trovate già all’edicola Montanari di Piazza Oberdan. Nei prossimi giorni porterò altre copie alla Libreria della Plebe (via Mario Pagano, presso il laboratorio politico Jacob), all’Università (nell’atrio di Palazzo Ateneo) e da qualche altra parte.
Ho aperto la finestra. Ho visto. Nella piazza si ammassava la gente – non credea che tanti la città ne avesse disfatti – ed alcuni avevano le mani protese e chiedevano, parlavano e chiedevano, ed altri avevano le mani protese e donavano, ridevano e donavano, ed alcuni in un angolo guardavano attenti e non ridevano, ma sputavano e bestemmiavano, e su tutti volteggiavano i corvi, sereni e saggi, e cadeva una pioggia cattiva, e quando la pioggia cessò suonarono le campane e dai containers uscirono quelli che non avevano le mani per chiedere e le bocche per sorridere – o per parlare – e cominciarono a sfilare silenziosi sotto il cielo che si apriva ad illuminare la loro miseria, e…
E’ on-line il ->nuovo sito di Tophet. Visioni dal fondo. Dal prossimo numero (che è in stampa) il foglio sarà distribuito gratuitamente.
“Ormai sembrava che tutto non avesse più un senso, che non potessero resistere un minuto di più, ma è proprio nei momenti di buio più profondo che per la famiglia Diurno il sole è tornato a scaldare i loro cuori.” Così la giornalista commossa annuncia dagli schermi di Teleradioerre il piccolo miracolo. Prima c’era il buio, ora c’è la luce. Prima il pianto, ora il sorriso. Il buio è quello del crollo di via delle Frasche, una delle tragedie recenti della nostra città. La luce è quella della televisione – della trasmissione Il treno dei desideri, per la precisione. Trasmissione che realizzerà il sogno di allargare la casa della famiglia Diurno, in modo da star comodi. Tutto gratis, gli operai della trasmissione finiscono i lavori in tempi rapidissimi, ed anche l’autorizzazione del Comune – che tardava, al punto da togliere speranza e sorriso alla famiglia Diurno – è concessa senza indugi. Alla televisione, si sa, non è possibile dire di no.

Completamente gratis, a dire il vero, non è, la casa allargata. In cambio la famiglia Diurno dovrà dare qualcosa. Dovrà dare spettacolo di sé.
Non dubito un solo istante che la realizzazione di un desiderio abbia donato alla famiglia autentica gioia ed autentica commozione. Ora, quella gioia e quella commozione dovranno essere comunicate a milioni di persone, dovranno essere una gioia ed una commozione convincenti, contagiosi. Spettacolari. La macchina dello spettacolo verrà incontro per rendere tutto più facile. Si realizzerà una ricostruzione della tragedia. Si insisterà sulla sofferenza, per preparare gli animi al lieto fine. (more…)
La protagonista della storia che sto per raccontare non ha un nome. Di questi tempi, in questo paese, avere un nome è un privilegio che non a tutti è concesso. Come la cittadinanza, il nome è la pelle che fa di qualcuno un essere umano, da riconoscere e rispettare come tale, nei cui confronti è lecito esercitare violenza solo nei casi previsti dalla legge. Senza la pelle del nome e della cittadinanza, non si è nemmeno esseri umani. Si è insieme raccapricciante di muscoli e grasso, di nervi e tendini; si è pre-umani, pre-civili; si è qualcosa di intermedio tra l’animale e l’uomo.
Senzanome ha sedici anni. Forse è una bambina, forse è una donna. Non è dato saperlo. A sedici anni si può essere ancora bimbe o già donne. Senzanome aspetta un bambino, ma questo non vuol dire nulla. Si può essere mamme bambine, a sedici anni: mettere al mondo un figlio che è un po’ figlio e un po’ bambolotto con cui giocare.
Senzanome è romena, e questo in Italia, oggi, vuol dire molto. Senzanome è povera, e questo oggi, in Italia, vuol dire ancora più che essere romena. Senzanome è senza nome perché romena e povera.
Senzanome ha accanto un uomo, presumibilmente il padre del bambino che sta aspettando. Con lui, arriva in un piccolo centro agricolo della Capitanata. Si chiama Orta Nova, il posto. Chissà come suona pronunciato da un romeno. Sbagliano sempre i nomi dei nostri luoghi, questi extracomunitari, ed è forse anche per questo che ci stanno poco simpatici. Con il suo uomo Senzanome cerca lavoro nelle campagne di Orta Nova. Cerca lavoro come bracciante. Sa bene cosa l’aspetta. Sa che il lavoro è duro, sa che la paga è misera. Sa di non avere diritti, di dover lavorare a testa bassa, in silenzio. Ma quello che accade è al di là delle sue peggiori previsioni. (more…)
E’ uscito il numero 3 del foglio libertario Tophet. Visioni dal fondo, diretto da me. L’articolo di apertura è dedicato a “Padre Pio e l’eccidio di San Giovanni Rotondo”. Chi è interessato può trovarlo a cinquanta centesimi nelle edicole di Foggia, in particolare all’edicola Montanari (di fronte alla Libreria Dante).
Cos’è una pietra, non lo sai. Sei un uomo, appartieni ad un altro grado dell’essere, ad una diversa declinazione del reale. La dici inerte, inanimata, immobile. La carichi di negatività, prendi le distanze da lei. Eppure tu sei homo faber. Che saresti, senza la pietra? Dove avresti inciso le tue prime parole? A quale materia avresti consegnato gli esiti della tua ricerca inquieta della bellezza? In che modo avresti lasciato le tracce del tuo incerto, sofferto procedere sulla terra, nella storia? C’è tra te e la pietra un rapporto essenziale, vitale: la pietra è fatta di te, tu sei fatto di pietra. Thich Nhat Hanh parlerebbe dell’interessere che coinvolge te e la pietra.
Ma tu sei disattento. Preso dalle cose vive, trascuri la pietra. E la pietra grida, si lamenta. Poi sussurra. Poi tace.
Un tempo sacerdoti di un culto dimenticato si preoccupavano di non far spegnere il fuoco sacro. Altri sacerdoti occorrono oggi. Sacerdoti che non facciano tacere la pietra. Che tengano desto il grido, il lamento, il sussurro delle pietre. Perché quando la parola della pietra si spegne, è una parte di te che tace. E’ l’umanità – quell’altra cosa strana da capire, di cui fai parte e che fa parte di te – che si ritrae. Che si riduce. Che viene mutilata. Ferita.
Le pietre di Càlena stanno per tacere. Hanno gridato, si sono lamentate, hanno sussurrato. Sussurrano ancora, ma è un sussurro che si sta spegnendo. Presto subentrerà il silenzio.
Lo stato attuale dell’abbazia è così descritto in una comunicazione del 16 settembre del Centro Studi Martella di Peschici al Soprintendente Ruggero Martines : “L’antica abbazia, lo abbiamo verificato l´8 settembre 2007 unico giorno dell’anno in cui è aperta al pubblico per la festa della Madonna di Càlena, sta cadendo proprio a pezzi. E’ sempre più soggetta a vandalismi e a furti: lo stemma del portale del lato sud, chiuso e interrato, mostra segni abrasivi sui simboli dei Canonici Lateranensi; è appena sparito, nella chiesa nuova, quella con la campata principale en plein air, il lastrone di pietra che chiudeva l’ipogeo della cripta. Se non si agirà nel più breve tempo possibile, la copertura lignea dell’abside crollerà (una trave di legno è in bilico); il campanile a vela, che ospita un prezioso bassorilievo di Madonna orante risalente al 1393 è completamente ricoperto da vegetazione invasiva e sta letteralmente sgretolandosi. La ‘chiesa antica’, risalente all´XI secolo, segnalata da Emile Bertaux all´inizio del Novecento per una rarissima tipologia di cupole in asse, divisa in due ambienti separati, continua ad ‘ospitare’ attrezzi agricoli.”
Non è di Càlena che parla questa comunicazione. Non solo. Parla di noi. La martoriata abbazia di Càlena è una immagine di quello che siamo diventati. Di come stiamo cadendo a pezzi.
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